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Vincenzo ComiVincenzo Comi, Chimico nasce nella Vibratina del Torano, oggi Torano Nuovo.

Nasce il 3 novembre 1765 da Alessio e Rosaria Cascioli, originari di Lucera, e muore il 10 ottobre 1839.

Dopo la prima formazione nelle scuole locali, all’età di quindici anni venne inviato, su consiglio del medico preposto Antonio Giuliani, prima a Teramo e poi a Napoli dove, nel 1785, si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chimica.

Nella città partenopea ebbe l’occasione di frequentare e stringere solide amicizie con numerosi naturalisti settentrionali e stranieri che in quel periodo erano impegnati nelle esplorazioni vulcanologiche.

Conseguita la laurea, nel 1790 fece rientro in Abruzzo e a Teramo fissò la sua stabile dimora.

Qui intraprese sia la professione medica, nell’esercizio dell’arte salutare, sia gli studi di fisica.

Fu il primo in Italia ad applicare alle industrie ed alle arti i principi della scienza del chimico francese Antoine Lavoisier e nel 1791 propose al Consiglio supremo delle Reali finanze, la fondazione di un’allumiera artificiale.

Tra il 1792 e il 1793 fondò e pubblicò “Commercio scientifico d’Europa col Regno delle Due Sicilie”, un’effemeride scientifica bimestrale del mezzogiorno, legata ad un’ampia scelta di discipline e argomentazioni di attualità, trattate con un linguaggio accessibile ma rivolti soprattutto agli uomini di cultura.

Nel 1793 ottenne dal Governo borbonico la regia privativa negli Abruzzi per una fabbrica di cremore di tartaro con sede a Teramo, vicino Porta San Giorgio; una fabbrica che raggiunse rapidamente e inaspettatamente una floridezza tanto da poter aprire delle filiali a Giulianova, Grottammare e Popoli.

Nel 1798 Vincenzo venne accusato di idee liberali, simpatizzante dei nuovi ideali francesi buonapartiani e, sospettato come innovatore e giacobino, fu costretto all’esilio nello Stato romano, sino alla proclamazione della Repubblica partenopea (1799).

Dopo la battaglia di Marengo, avvenuta il 14 giugno del 1800, Vincenzo potette riabbracciare la famiglia e riprendere la direzione delle sue fabbriche.

Nel 1802 fondò uno stabilimento per la conciatura del cuoio, officina che grazie al suo successo riuscì a dare lavoro a molti altri operai; nel giro di un anno a causa del blocco continentale non gli giunsero i materiali (galla e sommacco) né dall’Oriente né dall’America e rischiò la chiusura.

Con una geniale intuizione il Comi riuscì a sostituirli con la scorza di quercia come surrogato alla vollonea di Levante.

Nel 1803 impiantò una fabbrica per la manifattura della vacchetta di Russia, e, nel 1809, un’altra per la estrazione del succo di liquirizia.

Pure nello stesso anno, iniziò la fabbricazione della potassa (carbonato di potassio) purificata, sostanza utilizzata per la produzione artigianale di sapone.

Durante la sua attività industriale Vincenzo continuò, con passione e tenacia, i suoi studi e diede alla luce dotti e scritti che inserirono nella rosa degli studiosi italiani più apprezzati dell’epoca.

Grazie alle sue ricerche e alle sue industrie fece conoscere la città di Teramo dandole lustro e ricchezza.

Nonostante tutto ben presto l’amore per la libertà diventa in lui così prepotente che lo trasforma in audace cospiratore e il movimento carbonaro del luglio 1820 lo ha tra i suoi più ardenti fautori.

Quando Ferdinando I re delle Due Sicilie, accordò la costituzione, alle elezioni politiche uscirono vittoriosi i nomi del Comi, del Delfico, del Coletti e del Castagna.

Vincenzo Comi fu eletto deputato della città di Teramo, incarico che assunse “da uomo che vede con l’occhio pratico le cose e spende a tempo la sua parola” e definì il regime borbonico “genio malefico e governo vorace”.

Nel parlamento partenopeo sostenne fervidamente l’industria (soprattutto quella della maioliche di Castelli) e l’agricoltura abruzzese, alle cui casse chiese congrui incoraggiamenti monetali.

Fu segretario della Società d’Agricoltura teramana, socio della Regia Società d’Incoraggiamento e di Storia Naturale di Napoli e membro del Consiglio generale della Provincia del I Abruzzo Ultra.

Finita la sua legislatura, Vincenzo si ritirò nel silenzio del suo laboratorio prodigandosi per le sue fabbriche.

Trasferitosi a Giulianova per controllare il suo stabilimento, Vincenzo morì all’età di sessantasei anni, il 10 ottobre 1839 e fu seppellito nella “propria chiesa sotto il titolo di Maria Assunta in cielo”.