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Berardo Quartapelle, scienziato, nasce il 6 luglio 1749 a Teramo, da famiglia agiata, e muore il 4 marzo 1804

Iniziò i primi studi in casa, come imponeva l’uso del tempo tra le famiglie più abbienti, sotto l’insegnamento di don Attanasio Tamburini, quindi frequentò le scuole dei “Minori Osservanti” dimostrando, come scrisse Niccola Palma “decisa premura ad imparare e prontezza rara di spirito nelle più varie discipline quali retorica, arte poetica, filosofia peripatetica, scienze dell’uomo”.

Prima del termine, però, abbandonò la scuola non ritenendola di sua soddisfazione e non ricevendone alcun giovamento per la sua formazione culturale.

Le sue conoscenze, infatti, andavano oltre i canoni fissi degli insegnanti scolastici.

Sin da adolescente nutrì la passione per tutto ciò che riguardava la terra e i suoi prodotti; tutte le mattine si alzava di buon ora per coltivare il giardino di casa, spingendosi fino al fiume Tordino per osservare da vicino le operazioni dei campi e farsi spiegare dai contadini i meccanismi e le funzioni dei loro attrezzi agricoli.

A diciotto anni, dopo aver vinto una forte resistenza della famiglia, decise di trasferirsi ad Ascoli Piceno per seguire gli insegnamenti del frate Francesco Antonio Scocciacampana che impartiva lezioni di filosofia cartesiana.

Seguì le lezioni con grande impegno ma divenuto ben presto padrone della materia, lasciò le lezioni del frate e tornò a Teramo per dedicarsi all’insegnamento.

Nel 1772 ottenne dalla curia vescovile il permesso di aprire una scuola pubblica di scienze e filosofia.

Nel febbraio del ’74, a ventisei anni, fu ordinato sacerdote dal vescovo di Teramo mons. Ignazio Andrea Sambiase; il 14 aprile celebrò la sua prima messa, ma già dal 1769 si dedicava con impegno alle orazioni pubbliche in lode, sia nelle chiese della città che dei paesi della provincia, in onore di Sant’Antonio da Padova; per la Passione del giovedì santo; in onore di Sant’Attanasio a Cellino Attanasio; in onore della Madonna delle Grazie; del nome di Gesù, di San Matteo; di San Biagio in Canzano; di San Niccolò; di Maria ss.ma del Carmine; della Madonna dello Splendore in Giulianova.

La sua fama di insegnante, intanto, si diffuse in breve tempo sia in città che in provincia, per il metodo che adottava e per le materie che insegnava: psicologia, logica, matematica, retorica e fisica.

La sua scuola era improntata ad un moderno sistema di insegnamento, volto più al dialogo, al ragionamento e all’uso corretto della forma italiana, in luogo delle antiquate lezioni impartite con severe imposizioni e con metodi che talvolta sfociavano in punizioni corporali, come avveniva nelle scuole tenute frati francescani e domenicani, ed egli vedeva aumentare continuamente il numero degli alunni che al termine dei corsi, ne uscivano temprati e formati alla vita sia culturalmente che civilmente.

Questo nuovo sistema da lui adottato gli attirò non poche antipatie da parte dei frati, fino ad allora i soli a gestire le scuole, che mal tolleravano l’intromissione del sacerdote nell’educazione di tanti giovani, anche perché vedevano le loro scuole svuotarsi pericolosamente.

Inoltre non approvavano i suoi scritti, che egli spesso dava alle stampe, né quelli di carattere letterario, né quelli scientifici; come non sopportavano pure il fatto che, sollecitato dai cittadini, continuasse nelle predicazioni.

Poiché gli era stato impedito di farlo nelle loro chiese, Quartapelle continuò ad operare in luoghi pubblici, all’esterno delle chiese, sempre però dietro le sollecitazioni dei fedeli, richiamando ogni volta un numero sempre maggiore di uditori; sicché detti frati si coalizzarono e nel 1775 intentarono un processo contro di lui e i suoi amici, il fiore della cultura teramana.

Nel 1776 ebbe inizio il processo a quella che venne definita la “Setta dei Miscredenti”, in quanto, con false testimonianze, i frati sostenevano che Quartapelle e il suo amico e insegnante alla stessa scuola, il polacco Pradowsky, impartivano ai giovani concetti contrari alla religione cristiana; i frati giunsero addirittura a corrompere un giudice ma l’assessore Giacinto Dragonetti, difensore di Quartapelle, riuscì a dimostrare l’innocenza piena dell’imputato, scagionandolo da ogni accusa cosicché nel novembre del 1777 potè riaprire la scuola.

L’abate Quartapelle fu uno degli esponenti di spicco del movimento culturale e riformista, coevo all’illuminismo, noto come “Rinascenza Teramana”.

A tale movimento, volto a distruggere ogni retaggio feudale che potesse costituire ostacolo per la crescita politica, economica e culturale della societĂ  meridionale, appartennero, tra gli altri, Melchiorre Delfico ed i suoi fratelli Giamberardino e Gianfilippo, Alessio Tullj, Giovanni Bernardino Thaulero, Vincenzo Comi, Biagio Michitelli e Gianfrancesco Nardi.

Essi si riunivano presso la farmacia di Saverio Quartapelle, fratello di Berardo, come riferisce il Pannella: “Il luogo di Convegno è la farmacia dei signori Quartapelle allora aperta nella casa che fa angolo con una faccia sul corso e con un’altra sul largo della chiesa di Sant’Antonio. Per conversare piacevolmente vi conviene di giorno e di sera il fior fiore della dotta cittadinanza. Ma se ne adombra il Governo e ne molesta più volte i padroni e gli amici congregati”.

Nel 1787 riunendo gli studi e le ricerche effettuate fino a quel momento, pubblicò la sua prima opera, “Elementi di Logica e di Psicologia”, dedicandola a Orazio Delfico, nipote del filosofo Melchiorre, suo discepolo.

Quando il giovane Orazio, nel 1788, decide di proseguire gli studi universitari di Scienze e Fisica in quel di Pavia, suo padre, Giamberardino Delfico, fratello di Melchiorre, contrario a che andasse solo, prega Quartapelle di accompagnare quel suo unico figlio.

Quartapelle accettò di buon grado e per due anni soggiornò con Orazio Delfico a Pavia ove ebbe modo di frequentare le lezioni di Lazzaro Spallanzani, Alessandro Volta e Lorenzo Mascheroni, accrescendo la propria cultura nel campo della chimica, della fisica e delle scienze naturali.

Furono quelli di Pavia, i due anni più felici della sua vita, anche perché ebbe le risposte a tante sue teorie.

Durante il suo soggiorno a Pavia, grazie all’interessamento di Nicola Codronchi, Soprintendente alle Finanze del Re di Napoli e professore di Filosofia Morale, col quale intratteneva rapporti di amicizia e di studio, fu fondata a Teramo il 12 ottobre del ’88, una “Accademia Agronomica”, la prima del regno, che l’anno successivo prese il nome di “Società Patriottica”, in seno alla quale si studiavano nuove dottrine: medicina, farmacia, chimica, fisica, storia naturale, agricoltura ed economia.

Quando nel 1790 fece ritorno a Teramo, trovò una situazione culturale notevolmente migliorata rispetto a quando era partito due anni prima e ricco del notevole bagaglio di novità che aveva riportato, con prove chimiche e fisiche da ripetere davanti agli studenti, carico di appunti e di trattati, forte delle conoscenze scientifiche acquisite assistendo agli esperimenti di Alessandro Volta, continuò la propria attività di scienziato e di insegnante e creò, presso la dimora di famiglia, un laboratorio di scienze avanzatissimo per l’epoca con le macchine ed i materiali acquistati a Pavia.

Tuttavia, dopo alcuni anni di grandi soddisfazioni e successi, ottenuti anche con la pubblicazione di trattati, si ritrovò di nuovo al centro di polemiche e accuse infamanti da parte di quegli insegnanti rimasti ancorati ai vecchi metodi e alle antiquate materie di studio; questa volta però, si unì a loro anche il vescovo di Teramo, mons. Luigi Maria Pirelli, che lo accusò di miscredenza, avvalorando, con la sua alta dignità di vescovo, tutte le calunnie che gli furono mosse contro, cosicché l’abate nel 1794 fu costretto ancora una volta alla chiusura della scuola.

Nel medesimo anno, amareggiato e deluso si trasferisce a Napoli.

L’anno dopo, si trovò nuovamente coinvolto nella riesumazione del processo, detto dei “Miscredenti”, e nella sua memoria difensiva che inviò a Teramo non risparmiò nessuno, nemmeno il vescovo Pirelli per aver accreditato le accuse contro di lui con la sua pastorale dignità; ancora una volta uscì dal processo definitivamente scagionato da tutte le imputazioni.

Rimase a Napoli fino al 1796, qui, ospite dell’avv. Pasquale Ferrajoli, ritrovò gli amici Michele Torcia, archivario e bibliotecario di S.M., e il compatriota Torquato Mezucelli; conobbe diventandone amico, il grande ufficiale di corte Giustiniano Giliberti; grazie poi all’aiuto dell’amico Cristoforo Tabassi, ottenne il posto di precettore di Franceco III di Macedonio duca di Grottolella pur continuando ad occuparsi di scienza e di agricoltura.

Riprese l’antica abitudine di fare lunghe passeggiate per osservare la natura; continuò a dedicarsi agli esperimenti e a scrivere trattati, preparò il materiale per comporre la grande opera “I principi della vegetazione applicati alla vera arte di coltivar la terra, per raccorre dalla medesima il maggior possibile frutto”, opera in due tomi, il primo dei quali lo dedicò all’avv. Ferrajoli.

Al momento della pubblicazione, il testo si presentò come il più aggiornato in Europa in materia di biologia agraria e fisiologia vegetale e l'unico pubblicato in Italia.

Il 30 ottobre 1796 pubblicò da Napoli “Memoria per la Società Patriottica di Teramo sulla maniera di preparare e di seminare il grano” che dedicò a Nicola Codronchi.

Rientrato a Teramo nel 1797, fu uno dei primi intellettuali ad aderire agli ideali e agli ordinamenti repubblicani; quando l’11 dicembre 1798, l’esercito francese occupò la città e fu così costituita la prima municipalità, presieduta da Melchiorre Delfico, Quartapelle fu chiamato ad esserne membro.

Dopo pochi giorni i fedeli ai Borbone, nel tentativo di ristabilire il controllo monarchico della cittĂ , assaltarono Teramo.

La città subì enormi devastazioni, furono bruciate numerose case e perdute, per incendio o per saccheggio, preziose collezioni private di libri, tra cui la “Storia” di Alessio Tullj e numerosi documenti importanti per la ricostruzione storica della vita aprutina nei secoli passati.

Sospettato di giacobinismo, Quartapelle fu inseguito dalla folla antifrancese inferocita, riuscì a scampare alla morte solo nascondendosi in un locale attiguo alla sua abitazione; la sua casa e il laboratorio nel quale conduceva gli esperimenti furono saccheggiati e andarono distrutti un gran numero di interessanti testi e molti oggetti utili alle ricerche scientifiche.

Distrutto e rassegnato prese la via dell'esilio prima verso Ancona, ove dimorò per tutto il 1799, e poi verso Montedinove, nell’ascolano.

Ristabilito dai Francesi l’ordine nella città, Quartapelle vi fece rientro nell'estate del 1800 dove morì per malattia il 4 marzo del 1804.

tutti pazzi per la Civita

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