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Alberto AscariAlberto Ascari, pilota automobilistico, nasce il 13 luglio 1918 a Milano, e muore a Monza il 26 maggio 1955

Muore nel 1955, all'età di soli 36 anni, per un incidente accadutogli sul circuito di Monza mentre provava, per puro diletto, la Ferrari dell'amico Eugenio Castellotti.

Era il 26 maggio e il pilota aveva eccezionalmente infranto la sua regola scaramantica di non correre mai in quel giorno del mese: suo padre Antonio, infatti, anch'egli corridore, era scomparso alla stessa età durante una gara, il 26 luglio 1925.

Conquistò nella sua carriera due titoli mondiali di Formula 1, disputando 32 Gran Premi, di cui 13 vinti, con 17 podi in totale, e 14 pole position, con 25 partenze in prima fila in totale. Fu l'unico pilota al mondo in grado di rivaleggiare seriamente con Juan Manuel Fangio.

Ascari nacque a Milano il 13 luglio 1918.

Suo padre, Antonio, era stato il più grande pilota italiano dei suoi tempi e aveva l'abitudine di portare spesso suo figlio con sé alle corse cui partecipava.

Nel 1925, due settimane prima che Alberto compisse sette anni, Antonio Ascari rimase ucciso mentre stava conducendo il Gran Premio di Francia a Montlhéry: da quel momento il desiderio di Alberto fu quello di diventare un pilota di macchine da corsa proprio come il padre.

Fu così preso da questo suo sogno che scappò ben due volte da scuola e appena poté si comprò una motocicletta.

La sua prima gara fu la Mille Miglia del 1940 e la macchina che guidò una Ferrari.

Nel 1940 sposò una ragazza di Milano ed ebbero due bambini.

Il maschio venne chiamato Antonio, in ricordo del nonno, e la femmina Patrizia.

Alberto riprese a gareggiare nel 1947: comprò una Maserati 4CLT dai nuovi proprietari, la famiglia Orsi; racimolò, quindi, tre milioni di lire e con il suo caro amico Gigi Villoresi, che lo aiutò dandogli altri due milioni, corse con successo sui circuiti del Nord Italia.

A causa della sua stazza, che non sembrava certo quella di un pilota, si conquistò il soprannome di Ciccio.

Il 1948 si rivelò un altro anno di successi per la coppia di amici alla guida delle più evolute Maserati San Remo.

Ascari gareggiò su un'Alfa 158, finendo terzo nel Gran Premio di Francia a Reims, dietro ai compagni di squadra Wimille e Sanesi.

Nel 1949 Enzo Ferrari, che era stato un grande amico e compagno di squadra del padre di Alberto, colpito dai successi di Alberto, mise sotto contratto sia Ascari sia Villoresi: quell'anno Ascari vinse sei volte, una delle quali a Buenos Aires nel Gran Premio di Peron.

Nel 1950, anno del primo campionato mondiale di Formula 1, ottenne come miglior risultato due secondi posti con la Ferrari e nel 1951 conquistò alcune vittorie, nonostante la Ferrari fosse inferiore rispetto alle più rodate Alfa Romeo 158/159.

Il 1952 fu la sua stagione più ricca con addirittura 12 vittorie, ma anche la stagione con la prima gara cui non partecipò, il Gran Premio di Svizzera, essendo impegnato nelle qualificazioni della 500 Miglia di Indianapolis con la Ferrari 4500, gara nella quale forerà, ma per quanto riguarda le altre gare ebbe vita relativamente facile in quanto Fangio, della Maserati, fu messo fuori gioco per gran parte della stagione in seguito ad un incidente accaduto a giugno nel Gran Premio dell'Autodromo di Monza non valido per il mondiale: Ascari vinse così il suo primo titolo di Campione del Mondo.

L'anno dopo gli riesce il bis, vincendo le prime 3 gare e stabilendo il record di vittorie consecutive, ancora imbattuto: 9!

Quando si trovava in testa alla corsa, la guida di Ascari era molto più tranquilla, tanto che Enzo Ferrari, più tardi, disse di lui: «Quando guidava, non poteva essere sorpassato tanto facilmente, anzi di fatto era impossibile farlo».

Quando invece era costretto a stare nelle retrovie, sembrava non dare mai il suo meglio, anche se non era certo rilassante averlo alle spalle: quando aveva fretta affrontava le curve con una serie di rischiose sterzate piuttosto che con un unico fluido movimento, mentre la sua mente era costantemente impegnata nella ricerca del sorpasso ad ogni costo.

Si arriva al 1954: era stato un anno molto deludente per il campione del mondo del '52 e del '53.

Ascari era uscito dalla Ferrari alla fine del 1953 e il 1º gennaio del 1954 aveva firmato per l'ambiziosa azienda Lancia, che aveva progettato e costruito la sua prima e alquanto innovativa macchina da Gran Premio.

La messa a punto del mezzo però procedeva con lentezza e il suo debutto in pista veniva continuamente rimandato.

Nel frattempo la Mercedes Benz annunciò che le Frecce d'Argento (Silver Arrows) sarebbero state pronte per gareggiare nel Gran Premio di Francia a luglio.

A questo punto, per fronteggiare al meglio la minaccia al primato italiano, la Lancia permise ad Alberto e Villoresi di passare al volante delle Maserati 250 F: la mossa, però, si rivelò inutile.

Fangio e Karl Kling, sulle loro W196, dominarono la gara: solo sei concorrenti su ventuno terminarono il gran premio e Alberto, come molti altri, fuse il motore al 2º giro, nel tentativo di mantenere il passo delle Mercedes.

Dopo alcune gare decisamente sfortunate con la Maserati, ad Ascari venne generosamente prestata una Ferrari per correre il Gran Premio d'Italia. Alberto riuscì a conquistare la prima fila della griglia di partenza e al 6º giro era in testa.

La corsa finì per diventare una sfida tra Ascari e Stirling Moss, sulla sua Maserati personale, ma al 49º giro il pilota italiano fu costretto al ritiro per noie al motore.

Alla fine solo la spaccatura della coppa dell'olio della vettura di Moss permise a Fangio di vincere la gara.

Bisognava fare qualcosa e così due Lancia rosso porpora nuove fiammanti furono messe a punto in fretta e furia per debuttare nell'ultima gara del 1954, il Gran Premio di Spagna, che si corse il 24 ottobre sul circuito di Pedralbes.

Alberto partì alla grande e già all'8º giro aveva accumulato un grosso vantaggio.

Al nono giro, però, fu costretto a fermarsi per problemi alla frizione: l'italiano percorse un altro giro lentamente e quindi si ritirò, mentre Villoresi si era già ritirato al quarto giro.

Il Gran Premio, alla fine, fu vinto da Mike Hawthorn su Ferrari, mentre Fangio vinceva il suo secondo titolo iridato.

Benché tutte e tre le Lancia si fossero ritirate nel Gran Premio di Argentina del 16 gennaio del 1955, le D50 vinsero due gare minori di F1 e con la formidabile squadra degli italiani, Ascari, Gigi Villoresi e il giovane Eugenio Castellotti, la Lancia era ormai pronta a misurarsi con i tedeschi, finora trionfatori, e a batterli.

È il 22 maggio del 1955 e il Gran Premio di Monaco e d'Europa sta tenendo tutti col fiato sospeso. Alberto Ascari sulla sua Lancia D50 è autore di una rimonta incredibile, per raggiungere in testa alla corsa la Mercedes Benz W196 di Stirling Moss.

È il 77º giro di pista e sta recuperando due o tre secondi per giro: da rapidi calcoli si capisce subito che il pilota italiano potrebbe raggiungere e sorpassare il suo avversario solo all'ultimo giro.

All'81º giro, però, Moss finisce fuori pista con la Mercedes fumante: i pistoni non hanno retto alle sollecitazioni della corsa.

Siccome Fangio si è già ritirato per la rottura di una trasmissione al 50º giro le speranze dei tedeschi svaniscono definitivamente, lasciando il campo libero alla Lancia e alla sua prima vittoria di Gran Premio.

Ma succede quello che non ti aspetti: non appena Ascari si avvicina al Casinò, in quel fatidico 81º giro, gli altoparlanti stanno informando gli spettatori di ciò che lui ancora non può sapere, e cioè che Moss è uscito di pista e che i meccanici stanno fissando impotenti il motore.

Conducendo la sua Lancia nel dedalo di curve, proprio mentre affronta la svolta del Casinò, Alberto all'altezza della stazione si accorge che la folla sta cercando di richiamare la sua attenzione.

Il nostro non può certo immaginare che ciò che stanno cercando di dirgli è che non appena raggiungerà gli spalti sarà lui il vincitore.

La sua ferma concentrazione, tesa a mantenere il controllo della sua Lancia alla maggiore velocità possibile, viene meno.

Ha la sensazione che qualcosa non stia andando per il verso giusto non appena infila la curva della stazione e imbocca la Corniche.

Guizza nel tunnel e poi fuori in pieno sole per trovarsi ancora faccia a faccia con la folla esultante e in preda all'entusiasmo.

Ciò distoglie la sua attenzione proprio mentre deve affrontare la discesa che porta alla chicane e la curva gli diventa impossibile. Sceglie quindi l'unica via di fuga e si scaraventa in acqua oltre le barriere di protezione. Nascosto tra le balle di fieno c'è un pilastro di ferro.

L'auto lo manca per soli trenta centimetri.

Il vapore prodotto dal motore rovente mischiato alla polvere e ai frammenti della paglia si diffonde nell'aria. Per tre lunghissimi secondi tutti smettono di respirare. Poi un casco azzurro appare balenando sulla superficie dell'acqua.

Ascari viene tratto in salvo da una barca prima ancora che i sommozzatori possano raggiungerlo.

Vince la gara Maurice Trintignant, su Ferrari, che ha condotto una corsa veloce, ma regolare. Nel frattempo Alberto giace in un letto d'ospedale con il naso rotto e sotto shock, ma vivo.

Quattro giorni dopo, a Monza, Ascari è nuovamente in piedi ad assistere alle prove di qualificazione a Supercortemaggiore. Appena prima di tornare a casa con sua moglie per il pranzo decide di fare qualche giro con la Ferrari del suo amico Eugenio Castellotti.

Ascari, dopo la morte del padre, era diventato estremamente superstizioso: non correva mai senza il suo casco e senza la sua maglietta portafortuna.

Ma, stranamente, in quell'occasione decise diversamente: in camicia e pantaloni e indossando il casco di Castellotti si avvia.

Al 3º giro alla curva del Vialone l'auto imprevedibilmente sbanda, capovolgendosi due volte dopo un testacoda. Sbalzato fuori dal mezzo Ascari si ferisce gravemente e muore dopo pochi minuti. Ascari morì a 37 anni, come suo padre, nello stesso giorno di quest'ultimo, il 26. Oggi quella variante è chiamata variante Ascari.

La morte di Ascari venne accolta come una perdita per l'intera nazione.

Telegrammi di cordoglio vennero spediti da tutto il mondo. Alle colonne della chiesa di San Carlo al Corso furono appesi drappi neri e un'enorme scritta: «Accogli, o Signore, sul traguardo l'anima di Alberto Ascari.»

Per i suoi funerali la piazza del Duomo, il cuore pulsante di Milano, era invasa di gente: la piazza più rumorosa d'Italia, quel giorno, fu così silenziosa che si potevano sentire i telefoni squillare a vuoto nelle case.

Tre giorni dopo le esequie la Lancia sospese ogni attività agonistica e a luglio consegnò sei modelli D50, con motori, progetti e ricambi, alla Ferrari.

tutti pazzi per la Civita

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