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Francesco Paolo PalizziFrancesco Paolo Palizzi, pittore, nasce il 16 aprile 1825 a Vasto, e muore a Napoli il 16 marzo 1871

La madre vastese, Doralice Del Greco, sapeva suonare il pianoforte e gestire la casa, e il padre di origine siciliana, Antonio definito galantuomo, esperto di leggi e dotato di varie e vaste aspirazioni letterarie ed artistiche, trasferitisi a Vasto nel 1815.

Ultimo dei quattro fratelli: Giuseppe, nativo di Lanciano ove rimase per tre anni, Filippo, e Nicola, nativi di Vasto.

A mano a mano, i quattro giovani presero la via di Napoli, per frequentare l'Accademia delle Belle Arti.

I primi a partire furono Giuseppe, a 24 anni nel 1836 e Filippo, a 18 anni, nel 1836; Nicola, a 22 anni, nel 1842; Francesco Paolo, a 20 anni, nel 1845.

Francesco Paolo si recò prima a Napoli, ove nella scuola del Bonolis coltivò la pittura storica, poi, nel 1848, raggiunse il fratello Giuseppe a Parigi e colà trattò con successo anche la pittura di genere.

Dal 1848 al 1870 risiede a Parigi, insieme con il più celebre fratello Giuseppe, e nell'arco di tale periodo si dedica alla tematica del paesaggio.

Nel 1853 licenzia la grande tela Guarigione del cieco di Gerico per la chiesa di San Pietro in Vasto (dopo il cui crollo, negli ultimi anni cinquanta, l'opera fu traslata nella locale Pinacoteca Civica).

Dello stesso periodo è Caccia alla volpe (Napoli, Museo di Capodimonte).

Nel 1855 dipinge tre opere  per il Monastero di Santa Chiara a Lanciano.

Nel 1856 licenzia un intenso ritratto del padre Antonio.

Nel 1857, dopo un viaggio di lavoro a Lanciano e facendo tappa a Roma e Firenze,  raggiunge il fratello Giuseppe a Parigi e decide di stabilirsi in Francia ove rimarrà ininterrottamente fino al 1870.

Da qui intrattiene fitti rapporti epistolari soprattutto col fratello Filippo a cui rimette severissime critiche sulla sua pittura e su tutta quella italiana del tempo che aveva avuto modo tra l'altro di vedere a Parigi nel 1867

Continuerà a dedicarsi alla natura morta non disdegnando però la pittura “di paesaggio”.

È presente alle esposizioni del Salon con continuità dal 1864 al 1867 con opere ispirate dai motivi della campagna francese e chiaramente influenzate dalla coabitazione col fratello Giuseppe: Depart pour la marché de la volaille; a la Boissiere Nemours (1864); L'ouveroure de la chasse a l'auberge de la Couronne (1865), Un jour de foire a Chateau-Landon (1866).

Nel 1864 partecipa comunque, seppure in Francia, alla Promotrice napoletana (a cui si era iscritto nel 1861 tramite il fratello Filippo) con l'opera La vielle bonne recensita benevolmente dal Netti che vi notava “finezza e giusta intonazione”.

Durante la permanenza parigina invia a Napoli un dipinto, "La vieille bonne", per la mostra della Promotrice napoletana del 1864 e partecipa con Filippo e Giuseppe all'Esposizione Universale di Parigi del 1867.

La più tarda ripresa del tema della “natura morta” è caratterizzata da nuove e più preziose gamme cromatiche nelle quali si rivela determinante la conoscenza della pittura di Chardin.

Rientrato in Italia nel 1870, in seguito alla guerra tra la Francia e la Prussia, pochi mesi dopo il suo ritorno da Parigi, muore, giovane, a Vasto nel 1871, colto da fiero malore.

Ricordiamo di lui: il «Ritratto del padre Antonio Palizzi», il «Cieco di Gerico», (1853) entrambi conservati nella Pinacoteca del Musco Civico di Vasto oltre a diversi altri quadri, e tre tele di soggetto religioso nei convento di Santa Chiara in Lanciano.

A Lanciano vi sono tre tele nella Chiesa di Santa Chiara, restaurate e riportate al primitivo splendore, dipinte nel 1855 da Francesco Paolo, ultimo dei fratelli Palizzi.

Molto probabilmente, le opere furono commissionate dalla Badessa di Santa Chiara, Maria Raffaele Crisci, che era di Vasto.

L'autore allora aveva trent'anni ed era un artista maturo.

Tutti e quattro i fratelli lasciarono una forte impronta, sia all'arte napoletana, che forse si compiaceva troppo della dolce atmosfera romantica della Scuola di Posillipo, sia alla Scuola di Parigi, in cui era predominante il verismo del Gruppo di Fontainebleau.

Tutti e quattro, in particolare, fecero delle ricerche originali sul valore della luce nella pittura, sull'importanza del colore e sull'uso appropriato della macchia.

Francesco Paolo Palizzi, in effetti, era uno specialista delle "nature morte".

Comunque, aveva conseguito una preparazione accademica di alta qualificazione.

Fra l'altro, aveva studiato molto bene tutta la pittura del '600 e del '700 napoletano.

Non seguiva troppo le regole che adottavano i suoi fratelli; anzi, molto spesso criticava a fondo le loro opere.

La sua produzione pittorica fu abbastanza ridotta, ma ciò non ha mai impedito di poter valutare adeguatamente i suoi grandi meriti nella padronanza del mestiere.

Le tre tele di Santa Chiara meritano un'attenzione particolare per tutti i valori estetici che esprimono: disegno ampio ed arioso, gesti significativi, dettagli anatomici, cura delle vesti e dei drappeggi, atteggiamenti molto ispirati, collocazione delle figure nello spazio, composizioni di particolare efficacia, sfondi delicati e ricchi di riferimenti.

Molta parte della sua produzione pittorica è andata perduta, una importante serie di “nature morte” a Milano durante l'ultima guerra mondiale, o dispersa, soprattutto quella del periodo francese.

Le sue opere più significative sono attualmente conservate presso la Galleria dell'Accademia di Napoli come donazione del fratello Filippo nel 1898 (Monaca, Sull'aia, Monete, Natura morta con funghi, Arancia mondata, Natura morta con crostacei, Paniere con cacciagione, Natura morta con lepre, pernici e beccacce, Natura morta di beccacce, Natura morta con beccacce e paniere), il Museo Capodimonte (Cesto di rose, Caccia alla volpe), la Collezione del Banco di Napoli (Natura morta con ostriche, Ostriche), la Pinacoteca Civica di Vasto (Natura morta con coscia di cinghiale, Ritratto di Antonio Palizzi) e prestigiose collezioni private.

tutti pazzi per la Civita

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