Pin It

Barbato da Sulmona, Segretario regio, Letterato, nasce a Sulmona nel 1304 da Iacopo “del notaio Berardo” e vi more nel 1363.

Per anni si è ritenuto che Barbato fosse il cognome della famiglia, che invece non è noto, per cui da alcuni eruditi fu erroneamente nominato Marco o Francesco.

I primi studi di Barbato si svolgono probabilmente nella città natale dove è avviato alla professione dell’avo Berardo, ottenendo l’abilitazione all’esercizio notarile il 4 gennaio del 1325 a Napoli.

In pochi anni le sue capacità politiche e culturali lo fanno emergere nell’ambiente della corte angioina tanto che già nel 1327 figura come notaio della tesoreria di Carlo, figlio del re Roberto, che segue nei vari spostamenti, a Firenze e poi a Siena e forse l’Aquila.

Il prestigio raggiunto all’interno della corte gli procura degli importanti privilegi per cui, per diretto volere del re Roberto, la città di Sulmona lo esonera dal pagamento di alcuni tributi speciali e, nel 1348, ottiene dallo stesso re la nomina di Giudice a vita, riguardo i contratti nelle province di Terra di Lavoro, Abruzzo e Molise.

L’agiatezza economica derivante dalla sua carriera di funzionario si può facilmente desumere dall’acquisto di diverse proprietà a Sulmona e a Penne, paese di nascita della moglie, Margherita o Rita, sposata nel 1340 ca.

Prova della familiarità raggiunta dal sulmonese con i reali angioini è il privilegio datato 20 aprile 1343 della regina Giovanna, con il quale si concede il beneficio della chiesa di Santa Maria di Moscufo al canonico Pietro, in quanto “germanus Barbati de Sulmona secretarii et familiaris nostri” (fratello di Barbato da Sulmona, segretario e familiare nostro).

La corte angioina rappresenta per Barbato non solo il fertile terreno per una brillante carriera, che lo porterà a partire dal 1348 a rivestire l’importante incarico di segretario regio, ma anche l’ambiente dove poter coltivare l’amore per le lettere.

Egli ha modo di frequentare gli uomini di cultura gravitanti all’interno della corte quali Giovanni Barilli, Niccolò d’Alife, Tommaso de Ioha, Pietro di Monteforte e Luca di Penne ma, soprattutto, consente a Barbato di entrare in stretto legame con personalità quali Petrarca e Boccaccio.

L’amicizia con il Petrarca fu forte e duratura, testimoniata da un ricco ed interessante carteggio, da cui traspare il tono confidenziale e la reciproca stima che univa i due.

Dopo il primo incontro avvenuto nel 1341, hanno modo di incontrarsi ad personam solo una seconda volta, nel 1343, quando Petrarca è inviato a Napoli da papa Clemente VI per seguire la delicata situazione politica verificatasi dopo la morte del re Roberto.

I tre mesi trascorsi nella corte rafforzano la loro amicizia e offrono l’occasione per scambi intellettuali e visite nei dintorni di Napoli.

Al 1344 probabilmente data il primo incontro di Barbato con Boccaccio.

Il legame che li unisce è noto più che per il loro carteggio, di cui rimangono poche testimonianze, da fonti indirette che vedono i due amici intenti nella diffusione delle opere di Petrarca.

Nel frattempo la situazione politica del regno angioino non offre più sicurezza al Barbato che manifesta l’intento di lasciare la corte; il Petrarca lo rassicura con la prospettiva di un impiego a Roma presso Cola di Rienzo, progetto che dopo pochi mesi vedrà il tramonto per la caduta del tribuno. Legata a tale vicenda è la composizione di Barbato Res Publica urbi Rome, probabilmente destinata a Cola di Rienzo, nella quale si esorta la città di Roma a ritrovare l’antico splendore.

È uno dei rari scritti che, insieme a poche epistole, costituisce il lacunoso corpus delle opere letterarie di Barbato a noi oggi noto e che tuttavia non rende giustizia di una abilità letteraria apprezzata dallo stesso Petrarca, dal quale il Barbato è salutato come un secondo Ovidio per Sulmona.

Tramontato il progetto di un trasferimento a Roma Barbato mantiene il titolo di Segretarius regius ma lascia Napoli e dal 1352 ca. si stabilisce a Sulmona dove la sua casa diviene un punto di incontro e di vivace scambio culturale.

Nella sua città natale Barbato muore nel 1363, lasciando un particolareggiato testamento dove non si fa alcun cenno alla sua fornita biblioteca.

Con ogni probabilità i suoi preziosi manoscritti, le lettere, i libri e i preziosi autografi di Petrarca sono lasciati dal Barbato all’ “allievo” Giovanni Quatrario.

Ed è Quatrario ad informare Petrarca della morte dell’amico invitandolo a scrivere un epitaffio, questi declina l’invito ma dedica al Barbato parole che riconfermano i sentimenti di grande amicizia e di stima che li avevano uniti.

tutti pazzi per la Civita

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna