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Francesco Saverio Sipari, poeta e politico, nasce nel 1828 a Pescasseroli, e muore a  Napoli nel 1874.

Laureatosi in giurisprudenza nel 1851, presso l'Università di Napoli, accantonò la professione di avvocato, esercitata inizialmente all'Aquila, per dedicarsi ad una più diretta gestione delle proprietà familiari.

Ciò non gli impedì di coltivare la passione per la letteratura e, in particolare, per la poesia, passione che sfociò, almeno fino al 1860, in una ricca produzione di componimenti, per lo più caratterizzati dal Romanticismo di prima maniera.

Con l'unificazione nazionale, Sipari si dedicò prevalentemente alla carriera politico-amministrativa.

Fu sindaco di Pescasseroli dal 1860 al 1872, consigliere comunale di Alvito dal 1863 al 1868, consigliere provinciale all'Aquila dal 1862, mentre per pochi voti, nel 1870, non riuscì ad essere eletto alla Camera dei deputati.

Nel 1872 si attivò, assieme al fratello Carmelo, per l'istituzione della Riserva reale Alta Val di Sangro, concedendo a Vittorio Emanuele II i diritti esclusivi di caccia su alcune montagne di proprietà Sipari nel comune di Villavallelonga.

Nell'aprile del 1873 la Riserva divenne effettiva, permettendo di salvare dall'estinzione sia l'orso bruno marsicano che il Camoscio d'Abruzzo e si configurò come ideale premessa del Parco nazionale d'Abruzzo.

La sua produzione letteraria post-unitaria, che è caratterizzata dai principali temi imposti dalla modernizzazione (collegamenti stradari e ferroviari), s'inserisce appieno nel filone del meridionalismo.

Risulta in tal senso emblematica la Lettera ai censuari del Tavoliere del 1863, la quale peraltro ebbe vasta eco postuma, per essere stata riportata per ampi stralci dal nipote Benedetto Croce.

Nella Lettera la riflessione di Sipari non si soffermò unicamente sulle vicende legate all'affrancazione dei canoni del Tavoliere, che pure ne rappresentano il cardine, ma cercò anche di cogliere le cause del brigantaggio, ponendo l'accento, fra i primi in Italia, sulle radici sociali del fenomeno, e in particolare sulle condizioni di miseria dei contadini meridionali.

Celebre, a tal proposito, il seguente passo della Lettera:

« Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento, non possiede che un metro di terra in comune...al camposanto...Tutto gli è stato rapito o dal prete al giaciglio di morte, o dal ladroneccio feodale, o dall'usura del proprietario, o dall'imposta del comune e dello stato: il contadino non conosce pan di grano, né vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta, segale o melgone, quando non si accomuna con le bestie a pascere le radici che gli da la terra. Il contadino non possedendo nulla, nemmeno il credito, non avendo che portare all'usuraio o al monte dei pegni, allora (oh! io mentisco!) vende la merce umana: esausto l'infame mercato, piglia il fucile, e strugge, rapina, incendia, scanna, stupra...e mangia »

(F.S.Sipari, Lettera ai Censuari del Tavoliere, Tip. Cardone, Foggia 1863, pp. 15-16.)

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