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Francesco LaccettiFrancesco Laccetti, scienziato, chirurgo e anatomista, nasce il 18 novembre 1844 a Vasto e muore a Napoli il 25 settembre 1910.

Figlio di Luigi, professore di belle Lettere ed educatore, nipote dei fratelli Palizzi e di Camillo Del Greco, congiunto di Francesco Romani, cugino di Valerico Laccetti, egli appartenne ad una di quelle grandi famiglie vastesi nelle quali il risorgere per li rami delle virtù è singolare privilegio.

Dal lato materno era imparentato con la cospicua famiglia molisana dei Ricciardi, cui appartennero Vincenzo ed Amodio, entrambi patrioti duramente provati su la fine del secolo XVIII dalle persecuzioni borboniche.

Si laurea in Medicina all'Università di Napoli ed nella città partenopea trascorre tutta la sua esistenza.

Allievo del Gallozzi, collaboratore dell'Antonelli, eccelse ben presto nelle preparazioni e nell'insegnamento anatomico, cui apportava non solo la sua salda conoscenza scientifica ma anche quella finezza artistica che aveva connaturata nel sangue; doti che più tardi gli fecero vincere il concorso per la cattedra di anatomia nell'Istituto di Belle Arti.

Incomparabilmente munito della base anatomica, eccelse anche ben presto nell'esercizio professionale chirurgico, conquistando nella grande metropoli meridionale, così ricca d'insigni maestri, uno dei primi posti.

Chirurgo dell'ospedale dei Pellegrini, di quello della Vita, chirurgo capo della Croce Rossa, chirurgo di prima classe della Riserva navale, consulente delle Ferrovie dello Stato, ordinario dell'ospedale degli Incurabili, primario degli Ospedali riuniti; "egli portò sempre - dice l'Antonelli - in medicina operatoria la medesima elegante agilità ed esattezza che lo distinsero in anatomia. Vederlo operare nelle regioni più pericolose era come assistere ad una fine disserzione; quasi che occhio vigile fosse stato alla punta del suo coltello".

Nonostante le cure delle cattedre e dell'esercizio professionale, trovò tempo per dotte monografie; ma, come dice ancora l'Antonelli, anche più egli ben meritò con l'insegnamento orale e con l'esempio, col quale si plasmarono le giovani intelligenze e vi s'imprime il crisma dell'amor del sapere e dell'operosità proficua".

La sua repentina scomparsa fu per Napoli e per Vasto vero lutto cittadino; perché se la prima era stata il precipuo campo della sua attività, la seconda era stata il più costante segno del suo amore.

Nessun cittadino rimase fedele alla sua terra natale più di lui, che frequentemente vi tornava, e vi profondeva i tesori della sua sapienza e della sua carità.

Non vi fu vastese che, qui o in Napoli, non trovasse sempre in lui fraterno affetto e disinteresse. Del resto l'essenza più caratteristica della sua natura era la gentilezza, espressa ed illuminata dal suo buon indimenticabile sorriso; che mai lo abbandonava, pure in mezzo alle immancabili amarezze, e che era la prima offerta di conforto e di amore che egli faceva ai suoi infermi.

Del suo lungo nobile travaglio molti ricorderanno gli eccelsi meriti; ma del suo animo nessuno dimenticherà la profonda bontà. Nel trigesimo della sua morte gli furono resi in Vasto solenni funerali.

Quattro anni dopo fu apposta una lapide su la casa ove nacque. E nella solenne funzione, d'iniziativa comunale, commemorativa dei fratelli Palizzi, di Valerico Laccetti e di Lui stesso, degnamente ne delineò la figura il compianto prof. Pietravalle.

In Napoli fu commemorato in Consiglio comunale dal Cantani e dal Semmola, sul Giorno da Francesco D'Ovidio e all'apertura del suo quarantesimo corso d'insegnamento da Giovanni Antonelli.

Fu sepolto a Poggio Reale, nel recinto degli uomini illustri, con la seguente scritta: Francesco Laccetti - anatomista e chirurgo - insigne - di cui parve la vita - un'offerta diuturna - e la fine immatura -un presidio sottratto - al dolore degli umili.

L'anno appresso nell'ospedale degli Incurabili gli fu dedicata una lapide, con la seguente iscrizione: Chirurgo e maestro insigne - di questo ospedale - diede al culto della scienza - il cuore di un artista - ed all'arte - l'amore di un sapiente - spirito nobilissimo - mai chino se non per soccorrere - fu esempio alto e durevole -d'illibatezza antica.

La sua figura è sempre viva e presente in Napoli, anche perché degnamente rinnovata nei suoi figli; e sempre cara e luminosa in Vasto, dove non possiamo dimenticare che egli cominciò qui per raccogliere una tradizione e fini qui e altrove per divenire un esempio.

Fu autore, inoltre, di moltissime pubblicazioni scientifiche.

"La Tribuna", 19 luglio 1925 stralcio da art., a firma Giuseppe Marcone, apparso su "Il Vastese", mensile d'info. del territorio - n. 10 - ott. '06 www.vastospa.it

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