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Amedeo Tedeschi, pittore, incisore, nasce il 20 luglio 1874 a  Pratola Peligna, e muore a Sulmona il 15 dicembre 1924

Figlio di Giustino, notaio in  Pratola, e di Angelina De Marinis di famiglia nobile.

Amedeo decide di non seguire le orme del padre, ma amante di ciò che lo circonda  e innamorato della natura e dell’arte, si trasferisce a Napoli dove frequenta l’accademia di Belle Arti sotto la guida di Domenico Morelli un maestro dell’epoca, di Antonio Mancini e Teofilo Patini suo conterraneo di Castel di Sangro.

Allievo prediletto di Teofilo Patini, verista e naturalista agli esordi, Amedeo Tedeschi sviluppò ben presto un linguaggio autonomo che divenne espressione e sintesi delle nuove tendenze artistiche europee.

Poche sono le opere sino ad oggi rintracciate e poco sapremmo di lui se non ci fossero pervenute quelle di soggetto sacro, preservate dagli edifici di culto.

Apparteneva ad una famiglia agiata e liberale, il padre Giustino era notaio, la madre Angelina De Marinis, proprietaria terriera, proveniva da una delle famiglie più in vista del luogo.

Non desiderando intraprendere la professione paterna, Amedeo chiese ed ottenne dai genitori di dedicarsi agli studi artistici.

Dopo aver frequentato la Scuola d’Arte e Mestieri dell’Aquila, si trasferì a Napoli per seguire i corsi dell'Accademia di Belle Arti sotto la guida di Domenico Morelli, protagonista con Filippo Palizzi del rinnovamento figurativo che ebbe nella Promotrice Napoletana la sua sede.

Ma soprattutto frequentò con assiduità e per lungo tempo lo studio di Teofilo Patini dove conobbe Carlo Patrignani, cui si legò di fraterna amicizia.

Sebbene lo studio aquilano del maestro sangrino fosse frequentato anche da altri allievi, tuttavia, allo stato attuale della ricerca, poco o nulla si conosce dei rapporti che Amedeo Tedeschi instaurò con loro, per esempio con Alfonso Rossetti o con lo scultore Giovanni Feneziani, che pure partecipò al “cantiere” della Madonna della Libera a Pratola Peligna, dove Tedeschi è documentato al fianco di Patini nel 1898 e nel 1900, e da solo tra il 1902 ed il 1908.

Lo troviamo subito dopo in Emilia Romagna dove conobbe la futura moglie, Ione Melotti.

È probabile che proprio in questo periodo eseguisse dei dipinti murali, di cui non si hanno ulteriori notizie, per una Chiesa di Piumazzo, frazione di Castelfranco Emilia.

Tuttavia non si può escludere del tutto una loro successiva datazione, a causa delle poco note vicende biografiche dell’artista e dei suoi molteplici spostamenti.

Nel 1910 è documentato quindi a Roma con la moglie, e nella capitale è registrata la nascita del figlio Bruno.

Ma i rapporti tra i coniugi iniziarono ben presto a deteriorarsi tanto che già nel 1912 Amedeo era ricorso alle vie legali per avere l’affidamento del figlio.

Probabilmente risale all’epoca (1910-12) anche un soggiorno a Parigi, visto che qui fu raggiunto più volte da Ione (testimonianza orale del nipote Alessandro), notizia inedita ed importantissima che amplia i confini dell’indagine storico critica.

Poco o nulla sappiamo di lui sino alla Grande Guerra, cui partecipò come Ufficiale.

Sotto le armi conobbe Boris Georgiev (Varna 1888 - Roma 1947), pittore bulgaro vicino ai Futuristi, cui di recente è stata intitolata la Pinacoteca della città natale, che ne eseguì un ritratto con il pastrano militare proprio a Sulmona, forse in occasione di un congedo.

I rapporti tra i due artisti attendono di essere studiati ed approfonditi.

Ugualmente rare ed approssimative sono le informazioni sulle sue vicende postbelliche: si trasferì a Torino dove continuò la sua attività di pittore e di insegnante all’Accademia d’Arte e poi, non sappiamo quando e perché, si spostò a Venezia.

Senz’altro nella città lagunare ricevette nuovi stimoli e nuovi impulsi.

Probabilmente si avvicinò ad Ettore Tito, già pittore di fama ed insegnante dell’Accademia sin dal 1894, ed a Beppe Ciardi, giovane come lui e tra i principali interpreti del vedutismo veneto del primo Novecento.

Tuttavia si dedicò quasi esclusivamente all'acquaforte, tecnica artistica all’epoca assai rischiosa che compromise ben presto ed in modo grave la sua salute.

Nel 1922 partecipò alla XIII Biennale di Venezia, all’epoca “Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia”, con un’acquaforte intitolata Cansano (Pendici della Majella 1922), che secondo le fonti bibliografiche fu anche premiata.

L’opera, documentata nell’Archivio Storico della Biennale, è tuttavia introvabile.

Dalla consultazione on line dello stesso Archivio si apprende che fu selezionata dalla giuria composta dai maestri Beppe Ciardi, Clemente Pugliese Levi ed Arturo Dazzi ed esposta nella Sala Internazionale del Palazzo dell’Esposizione.

Nello stesso spazio erano presenti, tra gli altri, anche tre dipinti di Aristide Sartorio e numerose stampe di altri autori, tra cui Fabio Mauroner e Charles Doudelet.

Purtroppo non abbiamo elementi per dire se all’epoca Tedeschi risiedeva ancora in Veneto oppure fosse già tornato in Abruzzo: aveva ormai lasciato la famiglia da molto tempo e l’anno precedente si era definitivamente separato dalla moglie.

Morì il 15 dicembre del 1924, nella sua casa di Via Probo Mariano a Sulmona, mentre era intento all’importante restauro degli affreschi settecenteschi delle volte della SS. Annunziata, incarico portato a termine poi dall'amico ed allievo Camillo Giammarco.

Le opere

Al periodo giovanile risalgono le pitture murali, inedite, di alcune stanze della settecentesca Villa Francesconi a Navelli, firmate e datate 1894.

Nel biennio 1898-1900, come sopra ricordato, troviamo il pittore al fianco del maestro Patini quale collaboratore nell’esecuzione dei primi dipinti delle volte del Santuario di Pratola, la SS. Trinità, la Visione di Sant’Antonio e gli Evangelisti, rispettivamente nei due bracci del transetto e nei pennacchi del cupolino.

T. Patini-A. Tedeschi. Apparizione della Madonna col Bambino a Sant’Antonio da Padova. Dipinto murale noto con il titolo di Visione di Sant’Antonio, 1898-1900.

Pratola Peligna, Santuario della Madonna della Libera. Volta del transetto destro.

Nel dipinto prevale la dimensione più umana che mistica dei protagonisti, in linea con la poetica patiniana.

La sinuosità dei panneggi, il morbido calligrafismo, le tinte chiare dai toni eterei sembrano invece rimandare allo stile di Amedeo Tedeschi, per cui si può ragionevolmente pensare ad una collaborazione dei due artisti.

Ma già nel 1893 aveva posato come modello per un quadro della stessa chiesa: il Maestro infatti lo aveva raffigurato nelle vesti di Sant’Antonio da Padova nella pala dell’altare omonimo (che tuttavia mostra la data 1898).

Teofilo Patini. Visione di Sant’Antonio da Padova, 1893. Particolare con Sant’Antonio.

Pala d’altare dipinta olio su tela. Pratola Peligna, Santuario della Madonna della Libera. Cappella di Sant’Antonio.

La tradizione vuole che il giovane Tedeschi abbia posato come modello per il Santo taumaturgo.

Gli Evangelisti della cupola (1900) firmati dal maestro e dall’allievo, discendono da quelli della Chiesa della Concezione dell’Aquila (1892), sebbene mostrino delle soluzioni stilistiche nuove, come per esempio la carica naturalistica non solo delle figure degli Apostoli ma anche dei loro attributi, e la marca simbolista della luce del San Giovanni e del San Matteo.

Nonostante sia presente la sigla Patini Tedeschi 1900, sotto la figura di San Marco, la studiosa Anna Cioffi propende per un intervento esclusivo di Amedeo Tedeschi.

Negli anni successivi, 1902-1908, il nostro pittore si dedicò alla decorazione della navata centrale della Chiesa, dipingendo un Ciclo Mariano innovativo, per le iconografie e lo stile, ma anche per la tecnica esecutiva.

Nell’Annunciazione, la Vergine Maria, in trono, accoglie l’Angelo Gabriele a braccia aperte.

La scena si ispira solo apparentemente al dipinto dello stesso soggetto, di stile neorinascimentale, eseguito da Patini per la Chiesa di Sant’Antonio a Calascio (1892).

Per il resto Amedeo manifesta in modo evidente l’apertura verso l’Art Nouveau, a cominciare dalle decorazioni del trono e dai fiori di rosa sparsi sulla passatoia, dal modo di stendere il colore alla levità ed alla sinuosità delle forme del nunzio celeste, pur manifestando una persistente ispirazione di stampo simbolista, per esempio nella nebbia che accompagna l’apparizione dell’Angelo.

L’episodio della Crocifissione, inaspettatamente, si esplica tutta ai piedi della Croce.

Il fulcro della sacra rappresentazione infatti non è il Crocifisso ma la Madonna, protagonista assoluta, accompagnata dai personaggi che secondo la tradizione evangelica furono con lei nel momento della morte del Figlio, San Giovanni Evangelista, Santa Maria Maddalena e le Pie Donne.

Il soggetto rammenta un bozzetto attribuito a Maria Dragonetti Cappelli, pure allieva di Patini, conservato presso le Collezioni d’Arte della Banca Popolare Abruzzese Marchigiana di Castel di Sangro e pubblicato nel 1990 nel Catalogo della Mostra dedicata al maestro sangrino.

Probabilmente anche questo dipinto, versione più articolata e complessa dell’altra, potrebbe «… essere parte di un suo progetto per una raffigurazione di vasto respiro.» (Bologna 1990)

«Pur rappresentati in un contesto corale, questi personaggi sono in realtà immersi ciascuno in una dolorosa dimensione individuale, interpretando una scena dal pathos intenso, rischiarata dalla luce del tramonto: una luce tersa, cristallina, appena colorata dal riflesso giallo arancio dell’ora vespertina.

Il colorismo è acceso, innaturale, la pennellata è larga, materica, stesa a macchie accostate e sovrapposte, moderna, consapevole delle istanze del nuovo secolo.»

Sulla volta della terza campata, prima dell’incrocio dei bracci del transetto, Tedeschi dipinse una luminosissima scena sacra, l’Assunzione della Vergine in Cielo.

La giovane Madonna è anche in questo caso il centro della rappresentazione.

Stante, con le braccia sollevate, investita da un fascio di luce gialla, la Madre di Dio focalizza tutta la nostra attenzione.

È accolta in Cielo da tre giovani angeli oranti, caratterizzati da grandi e ricurve ali bianche ed atteggiati in pose diverse: uno è teso in avanti e con le mani giunte, il primo a destra è prostrato sopra un cumulo di nuvole, adorante, quello in secondo piano rivolge lo sguardo a Maria e porta le braccia al petto.

I colori chiari ed intensi sono tipici della tavolozza di Tedeschi di questo inizio secolo, colori che il pittore continuerà ad amare ed a prediligere anche in seguito, nella produzione pittorica non religiosa.

Nuova ed originale è anche l’iconografia dell’Incoronazione sulla volta del presbiterio, che mostra la giovanissima Maria Vergine mentre si libra nell’aria con un moto ascendente suggerito dal solo andamento del panneggio del manto e del velo, e dove la corona non è immediatamente percepibile poiché non è sollevata sul suo capo dal Figlio, né da Dio Padre, né dagli angeli, come accade nella tradizione figurativa.

Ma la si nota solo ad un secondo passaggio visivo: è sorretta infatti da uno dei sette angioletti giocosi e svolazzanti dipinti in basso, tra le nuvole, che scherzosamente tenta di allontanarla dalle mani del compagno.

Due angioletti, all’estremità del gruppo, giocano con una ghirlanda di fiori, altri due volano tenendosi per mano ed un altro mostra un rametto di ulivo.

La Madonna, ritagliata sopra un cielo chiaro solcato da gruppi di nubi lattescenti, è percepita innanzi tutto come macchia di colore ed acquista plasticità e volume grazie ai toni accesi della veste del mantello, il rosso e l’azzurro passati a strati ed in tonalità diverse, evidenziati ancora di più dal chiarore diffuso portato dalla fonte luminosa.

Il recente e complesso restauro, condotto dalla Soprintendenza BSAE dell’Abruzzo e concluso poco prima del disastroso sisma del 2009, ha recuperato una sorprendente quinta montuosa innevata alle spalle della Madonna, forse un omaggio di Amedeo Tedeschi al Monte Morrone, la montagna di Pratola, da cui proviene la pietra utilizzata per la costruzione del Santuario, ma anche la montagna prediletta di Celestino V, scelta da Pietro l’Eremita per la fondazione di Santo Spirito e dell’Abbazia e per l’edificazione dell’Eremo di Sant’Onofrio, dove avrebbe voluto trascorrere gli ultimi anni della sua vita.

Le immagini realizzate per la chiesa di Pratola piacquero molto all’autorità ecclesiastica tanto che già nel 1905, quando era ancora sui ponteggi del santuario mariano, Tedeschi ebbe dal Capitolo di San Panfilo di Sulmona il delicato ed impegnativo incarico di dipingere le volte della Cattedrale.

Egli affrontò da solo la difficile prova: si trattava di realizzare dei dipinti murali sfruttando le fonti di luce provenienti dalle finestre laterali in alcuni momenti della giornata, per esempio al mattino ed al tramonto, in concomitanza con le funzioni religiose.

Le volte della navata centrale illustrano due episodi ispirati alla vita del Santo Patrono, San Panfilo presso un infermo e San Panfilo in Gloria immagini ancora fortemente influenzate dal realismo sociale patiniano.

Il medaglione verso l’altare maggiore raffigura invece una Madonna Assunta in Cielo esemplata sul naturalismo simbolico di stampo preraffaellita.

Presso l’organo, in prossimità della controfacciata, si lasciano ammirare dei raffinati ed eterei Angeli musicanti, che all’epoca dovevano accompagnare visivamente le note dell’organo antico.

Le volte del Presbiterio invece sono state riservate dall’artista ai momenti più significativi della vicenda di Celestino V, l’Eremitismo e la Rinuncia al Papato, interpretati con le immagini di Pietro eremita sul Monte Morrone e di Pietro lascia il Soglio Pontificio.

La cupola ed il catino absidale sono rischiarati dai colori tenui degli Angeli oranti e degli Angeli musicanti dal morbido calligrafismo.

Allo stesso torno di tempo si potrebbe far risalire la modernissima Madonna con Bambino ed Angeli, dipinta a tempera sulla volta del presbiterio della Chiesa di San Filippo Neri sempre a Sulmona, chiesa dove è documentata anche la presenza dell’amico Patrignani con la Pala dell’altare intitolato alla Madonna Immacolata.

La produzione e le vicende degli anni successivi sono note solo in parte.

Risulta infatti difficile allo stato attuale documentare meglio gli spostamenti del Pittore e ricostruire quindi la rete di rapporti umani, sociali ed artistici da lui creata una volta lasciato l’Abruzzo.

Mi riferisco agli anni trascorsi in Emilia, quindi al soggiorno romano ed a quello parigino, agli anni che seguirono la Grande Guerra, vissuti tra Torino e Venezia.

Al periodo romano risale il bellissimo Ritratto di vecchio eseguito a pastello nel 1910: un personaggio dalla lunga barba bianca, stempiato, dalla bocca dischiusa e dallo sguardo torvo, il volto illuminato solo per metà da una luce laterale.

Potrebbe essere una figura familiare, conosciuta e scandagliata nella quotidianità.

Molti sono i dipinti ad olio, i disegni e le acqueforti di soggetti diversi, spesso senza data e privi di firma, pervenuti per strade non ancora accertate ai vari rami della parentela, abruzzese e dell’Italia settentrionale, ad amici e conoscenti, tanti altri sono quelli confluiti nel mercato antiquario.

Non è sempre facile quindi collocare in un ambito cronologico preciso queste opere, per esempio i due splendidi esemplari riprodotti di seguito, un dipinto ed un pastello che, ormai svincolati dai lacci patiniani e simbolisti, mostrano di essere pienamente collocati nell’ambito delle correnti artistiche del Novecento: la Natura morta con anguria e coltello, che sembr accogliere le suggestioni luministiche del Divisionismo ed il Ritratto di signora allo specchio, immagine di raffinata e sensuale bellezza che riconduce all’elegante ideale femminile di Giovanni Boldini.

Le Mostre

La prima ed unica mostra a lui dedicata mentre era ancora in vita, fu allestita a Sulmona a cura della Cassa Scolastica della Regia Scuola

Complementare Ovidio ed inaugurata il 22 Giugno del 1924, pochi mesi prima della sua scomparsa.

Per questa occasione furono esposte ventotto opere, molte delle quali non più reperibili.

Le ricordiamo di seguito riproponendo lo stesso ordine dell’interessante elenco pubblicato nel 1976 da Olindo Pelino.

Si deve attendere il 1963 per la prima retrospettiva, che ebbe luogo sempre a Sulmona.

Nel testo di presentazione della Mostra, Guido Piccirilli, noto storico sulmonese e studioso di Arte, ricordava come “Egli aveva avvertito che la pittura italiana stagnava su posizioni già da tempo superate in altre nazioni, specialmente in Francia e si ostinava in un verismo che era divenuto il diletto della gran massa del pubblico”.

Dopo lunghi anni di oblio, finalmente nel 1977 il Comune di Pratola riuscì ad allestire una nuova rassegna monografica.

Nella brochure della mostra si ritenne di pubblicare anche il testo, purtroppo anonimo, della commemorazione dell’artista, apparso sulla rivista Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise del dicembre 1925, in occasione dell’anniversario della morte.

Nel 2000 gli fu riservato uno spazio all’interno di una Rassegna più ampia di Pittura contemporanea e l’intera antologica fu pubblicizzata con affiche recante l’immagine del suo Ritratto di vecchio dipinto a Roma.

L’ultima manifestazione in ordine di tempo dedicata ad Amedeo  Tedeschi risale al 2007, Romabruzzo.

Amedeo Tedeschi Incisore, una rassegna curata dall’Associazione Culturale Metamorphosis ed estesa anche ad opere pittoriche, alcune delle quali mai esposte prima, come il delicato ritratto della moglie Ione Enrichetta Santilli Storica dell’Arte Soprintendenza BSAE Abruzzo

tutti pazzi per la Civita

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