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Francesco ManocchiaFrancesco Manocchia, giornalista, nasce il 6 marzo 1890 a Giulianova dove muore tragicamente il 29 febbraio 1944.

Nasce da Pasquale, calzolaio, e Lucia Macellaro, casalinga, in una Giulianova che, pur mantenendo il suo carattere ancora preminentemente agricolo, mostrava segni di promettente rinnovamento, specie nella zona litoranea, che la porteranno a diventare quella attraente e rinomata stazione balneare di oggi, tra le più frequentate in Abruzzo.

Le modeste condizioni sociali ed economiche della famiglia non impediscono a Francesco di percorrere il suo cammino biografico ricco di irrequietezze culturali e di autonome acquisizioni.

Non saranno certamente i carenti insegnamenti scolastici di base a stimolare la sua operosa vicenda, tanto più che sarà costretto a interrompere drammaticamente gli studi per alcune gravi disgrazie di famiglia, quanto, piuttosto, un innato desiderio di conoscenze, guidato e spesso alimentato dal giornalista Battista De Luca, condirettore del periodico letterario giuliese “Rivista Minima”.

Sarà proprio De Luca ad emanciparlo dalle strette di una cultura attestata su posizioni di retroguardia e ad avvicinarlo e condurlo al versante giornalistico prima, e letterario poi.

Risale al 1908 la prima qualificata partecipazione di Francesco Manocchia all’attività giornalistica. A soli diciotto anni dirige la casa editrice pescarese “Industrie Grafiche Abruzzesi” ed è redattore capo de “La Provincia”, settimanale politico-amministrativo-commerciale di Chieti diretto da Vincenzo Vicoli che, dopo aver cessato le pubblicazioni nel 1907, aveva ripreso la sua attività il 16 dicembre 1908.

Due anni dopo il Manocchia è a Genova, sottufficiale di Fanteria.

Nella città ligure accanto ad un’intensa attività militare, qui infatti vince il concorso ginnico-militare facendo conseguire al suo reggimento ben tre medaglie d’oro nelle gare di scherma, di salto e di lotta greco-romana, ha modo di collaborare col quotidiano locale “Il Caffaro”, al quale continuerà ad inviare i suoi scritti in qualità di corrispondente di guerra all’indomani della sua partenza per la Libia come volontario in un reggimento misto, agli ordini del colonnello Luigi Gonzaga.

Tornato da Tobruk e dopo una breve permanenza a Genova, passa prima a Cremona, dove si lega in rapporti di affettuosa amicizia con il dotto latinista canonico Angelo Berenzi, e quindi a Vicenza, dove inizia le sue collaborazioni prima con il locale “Corriere Vicentino” e poi con “l’Adige” di Verona.

Nella vita di Manocchia attività giornalistica ed impegno militare si fondono in un solido vincolo. Anche l’attività editoriale e quella politica saranno, successivamente, legate coerentemente tra loro.

Alla vigilia della Grande Guerra il Manocchia è tra i più attivi interventisti, inserito in quell’embrione di gruppo nazionalista che a Pescara si raccoglie intorno ai tre fratelli Cascella, cioè Basilio, Michele e Tommaso, a Valentino Mirra e Ludovico D’Anchino.

Sarà proprio a fianco di Mirra e di uomini ora interventisti ma sino a poco tempo prima esponenti di primo piano dell’estrema sinistra, che Francesco Manocchia tiene il 7 marzo del 1915 un applaudito comizio al teatro “Michetti” di Pescara.

Il 22 maggio successivo è di nuovo a Pescara, a concludere una defatigante serie di infiammati discorsi di chiaro sapore nazionalista e interventista, tenuti un po’ ovunque nell’Abruzzo costiero e nel chietino, stavolta avendo al suo fianco un nome emblematico della locale militanza repubblicana, quello di Salvatore Capuani, oratore di rara efficacia scopertosi anche lui interventista in queste “radiose giornate di maggio”.

Allo scoppio della prima Guerra Mondiale, Manocchia lascia l’Abruzzo per Porto San Giorgio, aggregandosi al 17° Fanteria in partenza per il fronte.

Nel giugno 1915 sulla collina del Seltz merita, per atti d’eroismo, un encomio solenne e la nomina ad ufficiale, da lui rifiutata.

Lo stesso “Maresciallo d’Italia”, Cadorna, coglie più volte l’occasione di tributargli sentimenti di sincera stima.

Per tutta la durata della guerra, invierà resoconti al “Giornale d’Italia”, all’”Adige” di Verona, al “Corriere Vicentino”, alla “Provincia” di Arezzo, al “Caffaro” di Genova, e per la sua regione ai chietini ”L’Indipendente”e “La Provincia”, al settimanale teramano “L’Attualità”, cui si aggiungeranno, quando verrà trasferito in Trentino con il 70° Fanteria, le corrispondenze per il “Piccolo” di Venezia e il prestigioso “Corriere della Sera” di Milano.

Ad una intensa attività giornalistico-militare, Manocchia affianca le iniziali produzioni letterarie.

E’ il 1916 quando, per i tipi de “La Fiorita” (la nota rivista teramana diretta da Croce Crucioli) esce, con prefazione del maggiore Ugo Bibolini, “ Scene di guerra : dramma in un atto e monologo”, un bozzetto drammatico rappresentato alla “Casa del Soldato” di Ascoli Piceno, dove il Manocchia si trovava in licenza a seguito di una malattia.

Da Ascoli ritorna in trincea, combattendo alla guida del suo plotone di soldati abruzzesi, i diavoli gialli, in una serie di sanguinosi attacchi guidati dal capitano Giovanni Antonio Aprosio.

Per le ferite riportate il giornalista e soldato giuliese, che in questo periodo oltretutto perde l’unica sorella Ida, viene dapprima ricoverato in un ospedale da campo, passando poi a Vicenza e infine, per la convalescenza, ad Arezzo.

Nella città toscana, tiene, su incarico del generale comandante del presidio aretino, un ciclo di conferenze al Deposito del capoluogo e poi, una volta chiamato al Comando della divisione di Firenze, presso i distaccamenti militari di Empoli, Savigliana, San Giovanni Valdarno, Montevarchi, Vinci e Montepulciano.

Frutto di questo suo impegno è un opuscolo di evidente carattere patriottico, “ I comandamenti del 1918 ”, che l’Editore Benucci di Arezzo stampa in quell’anno in ben 25 mila esemplari, ed un libretto, ora introvabile, dal titolo “Al nostro Re Soldato”.

Di ben altro spessore è la commedia in tre atti, “La signorina   Bonella ”, elaborata dal Manocchia durante la sua permanenza in terra toscana e ispiratagli da una giovane ragazza di origini senesi, Filomena Spaducci, che sposerà il 7 giugno 1920 a Torrita di Siena.

La commedia, in seguito stampata in 5 mila esemplari dalla milanese Società dei Giovani Autori e quindi rappresentata con successo a Genova e Giulianova, vale al Manocchia il secondo posto, su 210 concorrenti, nel “Concorso Drammatico Italiano” di Roma insieme con il lusinghiero giudizio della commissione esaminatrice composta da due giganti della letteratura come Luigi Pirandello e il crepuscolare Fausto Maria Martini, nonché dal celebre critico Adriano Tilgher, per i quali l’opera del neppure trentenne scrittore abruzzese è un favola «tenue e graziosa, svolta con garbo e naturalezza, con grazia delicata sottile di dialoghi, con dolcezza di tocchi».

Dal matrimonio con Filomena, nasceranno i figli Pasquale, detto Lino, Franco, Omero, morto a soli 17 anni di malattia, e Benito; tutti affermati giornalisti e corrispondenti dall’estero per le più autorevoli testate.

Agli inizi del 1919, ormai congedato, il Manocchia è a Milano dove respira il clima violento del primo dopoguerra.

Nella capitale lombarda collabora per un breve periodo con il neonato “L’Italia antibolscevica” e poi con “Il Popolo d’Italia”, quotidiano fondato da Benito Mussolini, ottenendo dal direttore Arnaldo Mussolini, fratello del duce, l’incarico di corrispondente per la provincia di Teramo.

Tornato nella primavera del ’19 a Giulianova, si inserisce a pieno titolo e con la passione che gli è propria, nella vivace vita politica cittadina, destinata di qui a non molto a radicalizzarsi in feroci e violente giustapposizioni tra socialisti e nazionalisti.

Insieme con l’avvocato e giornalista Livio De Luca e coadiuvato da alcuni esponenti della Società Operaia di mutuo soccorso ed ex consiglieri comunali, Francesco Manocchia costituisce nell’ottobre 1919 la locale sezione combattenti, della quale assume la segreteria politica, e contestualmente, a sue spese, stampa un bisettimanale dal titolo “La libera parola”, dalle cui colonne sosterrà con vigore la candidatura di Giacomo Acerbo al Parlamento.

Nel 1921 sarà proprio Acerbo, ora deputato al Parlamento e di qui a non molto potentissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a firmare la prefazione a “Salmi della Patria.  In memoria dei nostrieroi”, una raccolta di versi dedicata da Francesco Manocchia ai giuliesi morti nella Grande Guerra, uscita in volume nel settembre di quell’anno presso la Tipografia del Commercio di Francesco Pedicone.

Sempre nel 1921 lo scrittore inizia a collaborare alla rassegna letteraria mensile “Il Compendio” con alcuni suoi brevi racconti, novelle e poesie mentre sul versante più squisitamente giornalistico si impegna in una serie di corrispondenze per il “Mattino” di Napoli, “L’Ordine” di Ancona e per altri organi di stampa stranieri, come “L’Unione” di Parigi ed il quotidiano statunitense “New York Herald”.

Con la sua adesione al Fascismo, che risale al 14 ottobre 1922, anno in cui il Manocchia collabora con racconti e poesie a “L’Abruzzo”, la rivista ad indirizzo storico-letterario fondata da Giuseppe Javicoli e diretta da Ernesto Capuano, ma anche al settimanale politico “L’Aquila” diretto dal mutilato Archimede Ruggieri, si conclude e si suggella coerentemente quella fase della sua vita che lo aveva visto impegnato attivamente alle vicende politiche del suo tempo giovanile connotate da eventi importanti di natura militare e letterario-patriottica.

Da questo momento in poi il Manocchia sostanzialmente abbandonerà la politica attiva per dedicarsi esclusivamente all’attività giornalistica e soprattutto a quella letteraria; fatta eccezione per l’incarico di capo ufficio stampa conferitogli nell’agosto 1923 da Giacomo Acerbo in occasione della venuta a Castellammare Adriatico di Mussolini, e per altri adempimenti svolti a favore dell’associazioni combattenti.

Il fascismo di Manocchia, d’altronde, non era mai stato un fascismo violento e squadrista, né tantomeno un fascismo interessato o affaristico, il suo era stato, per mutuare un’espressione cara a Raffaele Colapietra, un ‘fascismo onesto’, né più né meno come quello del conterraneo Vincenzo Bindi, la cui adesione è del 1923, lontano dai giochi e dagli interessi di potere.

La sua coerenza ad un ben definito sistema di valori, praticata con l’ingenua costanza propria dell’intellettuale, porterà Manocchia a non ricoprire mai cariche pubbliche, né in questa prima fase del fascismo, né durante ma neppure dopo.

Gli unici incarichi che il Manocchia assumerà, saranno infatti quelli tutto sommato insospettabili ed innocui legati al mondo dei combattenti, dal quale egli proviene e al quale è fortemente legato. Nel 1924, rimessosi da una grave malattia, che gli comprometterà per sempre il polmone destro, il Manocchia, dall’anno precedente insignito dell’onorificenza di “Cavaliere della Corona d’Italia”, torna alla sua congeniale attività di scrittore, pubblicando, per la T.A.L.I.A. di Giulianova, un suo nuovo lavoro, “Quando c’era la guerra”, una fortunata raccolta di scritti di guerra che può vantare la prefazione di Ettore Moschino, poeta e bibliotecario della Provinciale “Salvatore Tommasi” dell’Aquila e già direttore de “Il Rinascimento”, una raffinata rivista nata a Milano nel 1905 che aveva coagulato i più bei nomi della cultura coeva.

Insieme con alcuni medaglioni su personaggi locali pubblicati nel bisettimanale “Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise”, pubblica nel 1926 in “Terra Vergine”, il quindicinale montoriese di carattere culturale diretto dal giovane avvocato Goffredo Martegiani, alcuni suoi lavori letterari tra cui il racconto “ Luce nell’ombra ” col quale il Manocchia aveva conquistato in quello stesso mese il primo posto nel concorso indetto dalle Accademie di Genova e Trieste di scienze e lettere su oltre duecento concorrenti.

A fronte di un impegno intensissimo, sia sul versante giornalistico, dal ’27 aggiunge alle numerose testate alle quali collabora anche “L’Italia Centrale”, il noto periodico teramano diretto da Giovanni Fabbri, quanto su quello più squisitamente culturale, nel periodo tra la prima metà degli anni Venti ed i Trenta, Manocchia, che pure avvia una autonoma attività economica aprendo a Giulianova una sua cartoleria, raccoglie una serie fittissima di riconoscimenti.

Viene così nominato Presidente della sezione abruzzese della “Società dei Giovani Autori” di Milano, poi della stampa locale; quindi viene insignito della carica di Vice-Presidente Generale dell “Accademia di Scienze e Lettere” di Genova presieduta dal prof. Della Vecchia e, in seguito, di Ispettore onorario per l’Abruzzo dell’Istituto Culturale “Ausonia” di Milano.

Nel gennaio del 1928 per volere dell’onorevole Carlo Del Croix, viene nominato fiduciario per la provincia di Teramo della casa editrice “Vallecchi” di Firenze. Sempre nel 1928, nel mese di dicembre, il Senato Accademico della Università “Schönbrunner Schlob” di Vienna, con suo decreto, conferisce allo scrittore giuliese la qualità di Membro Onorario della “Vald University”, cui segue, nel 1930, la nomina di membro a vita della “Societé Acadèmique d’histoire internazionale” di Parigi, una delle maggiori istituzioni accademiche francesi.

Proprio nell’estate del 1930 escono quasi contemporaneamente due periodici di cronaca balneare da lui diretti: “Il Kursaal Lido” e “Il Lido”, entrambi di Giulianova.

Tra il 1930 e ’31, assume la carica di vicedirettore del periodico “L’Arciere”, bimestrale letterario fondato nel ’29 a Civitella del Tronto da Antonio Trojani.

Nel 1935 la casa editrice “Sorrisi d’Arte” di Gravina di Puglia, con una presentazione di Saverio Fineo, ripropone in seconda edizione la commedia "La signorina Bonella" insieme con il bozzetto “La via dell’anima” , mentre pressoché contemporaneamente per l’editore Giuseppe Intellisano di Catania esce “Figli migiori di nostra terra”, una serie di medaglioni agiografici relativi a noti esponenti della vita cittadina giuliese che il Manocchia raccoglie in volume dopo essere stati pubblicati su varie riviste, soprattutto nel “Risorgimento d’Abruzzo e Molise”.

Il tracciato esistenziale e creativo di Francesco Manocchia, ricco di risultati di non trascurabile importanza ed interesse, termina tragicamente alle ore 12,45 di martedì 29 febbraio 1944, quando una formazione di aerei statunitensi riversa sull’agglomerato di case del centro di Giulianova Paese un enorme quantitativo di bombe di grosso calibro, con violenza assolutamente superiore rispetto alle precedenti 48 incursioni.

In uno scenario da inferno dantesco, dominato sinistramente da scheletri di case con resti di muri in bilico e persone piangenti, il tenente dei Carabinieri, Osvaldo Tentarelli, comandante interinale della locale Compagnia, subito accorso insieme con i suoi militi, estrae dalle macerie ancora fumanti di polvere, i corpi delle prime tre di una lunga serie di vittime.

Tra quei poveri corpi senza vita, quello di Francesco Manocchia.

OPERE:

Scene di guerra: dramma in un atto e monologo, con prefazione del Maggiore Ugo Bibolini, Teramo, La Fiorita, 1916

I Comandamenti del 1918, Arezzo, Benucci, 1918

La signorina Bonella; commedia in 3 atti, Milano, Società dei Giovani Autori, 1920

Salmi della patria, in memoria dei nostri eroi, Giulianova, Pedicone, 1921

Quando c’era la guerra, Giulianova, T.A.L.I.A., 1924

Figli migliori di nostra terra, Catania, Intelisano, 1935

La signorina Bonella e la via dell’anima, seconda edizione, Gravina di Puglia, Sorrisi d’Arte, 1935

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