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Guido Polidoro
, giornalista, nasce il 30 gennaio 1938 a Chieti, e muore all’Aquila l’11 agosto 2000.

"Guido Polidoro - come ricorda il collega Angelo De Nicola - era un Maestro.

Di giornalismo e di vita. Era nato maestro, maestro di scuola elementare.

E spesso, con ironia, ricordava la sua prima professione esercitata fino al 1961, quando, dopo l'esordio nel 1958 nella redazione del Il Tempo di Chieti, fu assunto da Il Messaggero come corrispondente sempre nella redazione chietina.

E da allora fu sempre "il Capo".

Nelle redazioni di Avezzano, Rieti, Teramo e, quindi, alla fine degli anni Sessanta, all'Aquila dove venti anni dopo, nel 1987, fu promosso "coordinatore regionale" dell'edizione abruzzese.

Dal '92 affiancò Paolo Gambescia alla guida della redazione regionale di Pescara.

Nel '94 il fulmine a ciel sereno per lui e per tutta la "vecchia" guardia: il prepensionamento, a 55 anni.

Sopportò in silenzio rimanendo comunque, fino all'ultimo, nella professione attiva.

Professione cui ha offerto il suo impegno negli organi di tutela della categoria quale l'Ordine dei Giornalisti abruzzesi ed il Gruppo Stampa Regionale di cui è stato fondatore e presidente.

Ha anche fondato "AB", un bisettimanale che avrebbe meritato miglior fortuna.

Spiccato era il suo senso della notizia.

Enciclopedica la conoscenza del "suo" Abruzzo. Granitica la sua autorevolezza nel "Palazzo".

Per i colleghi era una sicurezza: "Chiedi a Polidoro, lui di sicuro lo sa".

Nel 2000, un male incurabile, sopportato con la sua proverbiale pazienza, l'ha strappato alla famiglia, al giornalismo ed alle giovani generazioni di cronisti che ne avevano fatto un "faro" in un momento in cui i maestri sono diventati merce rara".

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La morte di Guido Polidoro

di Angelo De Nicola*

«Tu non devi pensare: qui l’unico pagato per pensare sono io».

Il tono era gentile ma la sostanza inequivocabile tanto da intimidirti davvero, a volte, i pensieri. Che oggi, confusi in un vuoto incolmabile, sono come narcotizzati.

Guido Polidoro era un Maestro. Di giornalismo e di vita.

Quando sei anni fa, per le spietate ragioni del mercato, con un semplice fax fu collocato anticipatamente in pensione a 55 anni, «l’ultimo dei miei allievi» (come lui amava chiamare chi scrive, ”promosso” dopo il primo incarico: andare a comprare le sigarette al Capo) gli inviò una lettera: «I maestri non vanno in pensione».

La risposta fu inconfondibile in una missiva che, oggi, suona quasi come un testamento morale.

Guido era nato maestro, maestro di scuola elementare. E spesso, con ironia, ricordava la sua prima professione esercitata fino al 1961, quando, dopo l’esordio al Tempo di Chieti, entrò al Messaggero sempre nella redazione chietina.

E da allora fu sempre ”il Capo”.

Nelle redazioni di Avezzano, Rieti, Teramo e, quindi, alla fine degli anni Sessanta, all’Aquila dove venti anni dopo, nel 1987, fu promosso coordinatore regionale.

Dal ‘92 affiancò Paolo Gambescia alla guida della redazione regionale di Pescara.

Nel ‘94 il fulmine a ciel sereno per lui e per tutta la ”vecchia” guardia: il prepensionamento.

Sopportò in silenzio rimanendo comunque, fino all’ultimo, nella professione attiva. Professione cui ha offerto il suo impegno negli organi di tutela della categoria quale l’Ordine dei giornalisti abruzzesi ed il Gruppo stampa regionale di cui è stato fondatore e presidente.

Un maestro. Non a caso il suo maggior vanto (e come ci teneva!) era quello di «aver lasciato in eredità» una nidiata di pulcini ai quali, ormai, erano cresciute le ali.

D’altra parte, sarebbe stato impossibile non mettere a frutto le sue lezioni quotidiane in una redazione trasformata spesso in salotto culturale per il costante pellegrinaggio di chi veniva a trovare “il Capo” per un consiglio, una ”benedizione”, una chiacchierata. Proverbiali le sue battaglie sulle colonne del giornale: storica è rimasta quella, sul fine degli anni Ottanta, contro la realizzazione del megaparcheggio di Collemaggio; dopo 13 anni, l’attivazione della struttura è ancora lontana.

Spiccato era il suo senso della notizia. Enciclopedica la conoscenza del “suo” Abruzzo. Granitica la sua autorevolezza nel “Palazzo”.

Per i colleghi era una sicurezza: «Chiedi a Polidoro, lui di sicuro lo sa». E molti, anche quando è andato via, hanno continuato a chiedergli pareri e consigli.

Addio, Capo. So già che questo ricordo avrebbe subìto la scure della matita rossa e blu: «Ecco, come sempre, hai pensato troppo».

*www.ilmessaggero.it

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Il giornalismo del ''capo''

di Alberto Orsini**

Avere un padre giornalista mi ha concesso un grande privilegio, quello di osservare, certo, con gli occhi del bambino, un giornalismo che per anagrafe non dovrei conoscere, un giornalismo che oggi non c’è più.

Sono passati tanti anni dall’11 agosto 2000, giorno della scomparsa del “Capo”, avvenuta a 62 anni per un male che non ha potuto battere. Capo lo era stato nelle redazioni del Messaggero di Avezzano, Rieti, Teramo, L’Aquila, per poi guidare l’intera edizione regionale del quotidiano romano, fino al prepensionamento imposto nel 1994 dall’editore dell’epoca, la Montedison.

Sul finire degli Ottanta le redazioni erano ambienti sacrali, per quanto l’ironia e la dissacrazione fossero una componente chiave del flusso di lavoro e gli scherzi erano… una cosa serissima.

I giornali erano tutti in bianco e nero, e grossi talmente tanto che non avrei potuto tenerne uno in mano completamente aperto, con quelle 18 colonne. Si lavorava senza Internet, insomma, senza Google e senza Wikipedia, e, soprattutto, senza cellulari.

Il fax era appena arrivato, così come i primi computer che sfruttavano il telefono per l’invio degli articoli e avrebbero mandato presto in pensione le telescriventi a nastro perforato.

La redazione aquilana era ospitata (e c’è stata fino al terremoto) a palazzo Leone, lo “stipite sinistro” della porta del centro storico dell’Aquila che era piazza Battaglione degli Alpini, quella della Fontana Luminosa, mentre il destro era la Carispaq.

Stanze altissime, con quei pavimenti che trasudavano antichità e i muri bianchi anneriti dal fumo che impregnava l’aria, visto che la legge Sirchia era ben di là da venire.

Ogni redattore aveva la sua stanza, tranne quelli confinati allo “stanzone”: quelli più giovani, come Angelo De Nicola, che poi è stato il mio, di capo, erano anche i più scalmanati e ne combinavano di tutti i colori, come far credere a un altro “pivello” che qualcuno avesse fatto scivolare via una delle palle di pietra della Fontana Luminosa lungo viale Gran Sasso.

Per non parlare degli scherzi telefonici al primo modello di segreteria introdotto dal responsabile pubblicitario, in cui la mascottina della redazione veniva furbescamente coinvolta come complice inattaccabile.

A tenere dritta la barra in quell’universo caotico ma al tempo stesso ben organizzato era lui, il Capo.

La sua stanza era un viavai di colleghi, ma anche di interlocutori istituzionali che a Polidoro chiedevano consigli, pareri, o davano notizie.

Ciononostante, in mezzo a quella teoria di giacche scure e cravatte fantasia (la moda dei primi Novanta che oggi ci fa sorridere), uno o due minuti per parlare con il piccoletto c’erano sempre.

Per spiegare come funzionava una cosa, per raccontare un fatto nuovo o curioso.

Una notizia, manco a dirlo.

Il mio ricordo di Polidoro è questo, un caporedattore stimato e rispettato che dava importanza anche a un bambino.

È un ricordo umano e non professionale, perché con il Capo non ho potuto lavorare, e questo è il rammarico.

Ma almeno ho potuto osservare, e di questo sono contento.

Oggi che capo sono anch’io, e arrossisco al paragone sacrilego, cerco di attingere a quella osservazione umana mentre, sul piano professionale, come “faro” c’è uno scritto di Polidoro stesso, diffuso dalla famiglia in occasione del primo anniversario della morte e che racconta una sua preghiera “giornalistica” in chiesa.

“Promisi di aver sempre tenuto fede ai miei princìpi.

Promisi che non avrei avallato una cattiveria; promisi che tutta la mia opera l'avrei messa al servizio della povera gente innanzitutto; promisi di considerarmi sempre il servitore della gente, di coloro che non hanno forza, i più deboli in spirito e materia; promisi di dovermi sempre comportare in modo che dieci mendicanti per ogni ricco, vedendomi per la strada, potessero dire: ciao, Gui’”.

Questo era il giornalismo di Guido Polidoro, il Capo.

**www.abruzzoweb.it

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15 novembre 2010

La giunta comunale dell'Aquila ha deliberato l'intitolazione di una strada a Guido Polidoro, noto giornalista aquilano, scomparso nel 2000, che fu per anni capo servizio del quotidiano Il Messaggero.

Si tratta, significativamente, della via dove ha sede attualmente l'Ordine regionale dei giornalisti che ha promosso l'iniziativa.

La delibera è stata presentata in giunta dall'assessore alla Toponomastica Giuliano Lalli, su proposta della commissione competente.

"L'intitolazione di una strada a Guido Polidoro - ha dichiarato il vice sindaco Giampaolo Arduini - costituisce un atto significativo, nei confronti del quale esprimo soddisfazione come membro dell'amministrazione attiva e soprattutto come giornalista.

Polidoro ha rappresentato, nel corso della sua lunga carriera, un esempio e un maestro per generazioni di cronisti. Il suo spessore umano e professionale, la sua viva intelligenza e la sua dirittura morale, unite alla passione e al rispetto incondizionato che ha sempre nutrito nei confronti di questo mestiere, ne fanno tuttora un maestro per tutti noi.

Per queste ragioni credo che questa iniziativa rappresenti un bel segnale da parte della città in una fase così cruciale della sua storia".

Sull'argomento è intervenuto anche Stefano Pallotta, presidente dell'Ordine dei giornalisti d'Abruzzo, che si è fatto promotore dell'intitolazione.

"Si tratta - ha dichiarato il presidente Pallotta - di un segno di grande attenzione che l'amministrazione comunale dell'Aquila ha compiuto nei confronti dell'informazione cittadina e regionale.

L'intitolazione di una strada a Guido Polidoro, che per noi giornalisti è un esempio di correttezza etica nell'esercizio quotidiano della professione, è un fatto di grande importanza soprattutto perché la strada in questione è anche quella in cui si trova la sede regionale dell'Ordine".

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Anno 2002

Nell’intento di ricordare la figura di Guido Polidoro la Provincia dell’Aquila, l’Ordine Regionale dei Giornalisti d’Abruzzo e con la Banca Popolare dell'Emilia Romagna, bandiscono un concorso riservato ai giornalisti professionisti e pubblicisti iscritti all’Albo professionale, per l’assegnazione di un premio intitolato a Guido Polidoro,  indimenticato esponente del giornalismo abruzzese, guida professionale per intere generazioni.

tutti pazzi per la Civita

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