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Alfredo Di Cocco, militare, nasce il 1º giugno 1885 a Popoli, e muore a Monfenera, nel monte Grappa, il 18 novembre 1917.

Trascorse l'adolescenza ad Ancona dove il padre era funzionario delle ferrovie.

Terminati gli studi classici, abbracciò la carriera militare contro il parere dei genitori: pur di essere ammesso all'Accademia militare di Torino si sottopose a una dolorosa operazione per correggere il suo strabismo.

Si distinse già nella guerra di Libia durante la battaglia di Ettangi.

Promosso a capitano, dall'aprile del 1916 prese parte alla Grande Guerra venendo inviato in Valsugana con la 14ª batteria d'assalto.

Desideroso di combattere nelle batterie più prossime al nemico, dall'agosto successivo fu più volte trasferito nei punti più caldi del conflitto.

Nel 1917 si guadagnò due medaglie di bronzo per le sue azioni nella battaglia del monte Ortigara e a Sober, sul fronte isontino.

Al momento della Rotta di Caporetto, con il grado di capitano, comandava il IX gruppo "Oneglia" del 3º reggimento artiglieria da montagna.

Riuscì a mettere in salvo il suo contingente al di là del fronte del Piave, attestandosi presso i contrafforti settentrionali del monte Grappa, Tomba e Monfenera.

Dopo giorni di strenua resistenza, il 18 novembre 1917, alla testa dei suoi soldati superstiti, mosse un estremo tentativo di assalto e venne colpito a morte dalle artiglierie nemiche.

E’ stato il primo combattente del Grappa ad essere insignito della Medaglia d'oro al valor militare.

I suoi resti riposano a Venezia, nel cimitero di San Michele.

Prima di partire per il fronte, infatti, aveva sposato la maestra Ines Vio di Burano; non è un caso, quindi, se al capitano è stata intitolata la scuola elementare dell'isola.

Medaglia d'oro al valor militare

«Comandante di un gruppo da montagna, in posizione avanzatissima, con le sue batterie già duramente provate da intenso fuoco tambureggiante, seppe, con rara e pronta perizia, con fuoco serrato, efficacissimo, decimare e disperdere dense masse di fanteria lanciate all'assalto. Violentemente controbattuto dall'artiglieria avversaria, fiero e tenace rispose col suo fuoco finché, perduti uno ad uno tutti i suoi pezzi, distrutti o seppelliti sotto le piazzuole franate, caduti morti o feriti quasi tutti i suoi ufficiali, in piedi tra i suoi cannoni smontati, chiamati a raccolta i pochi artiglieri superstiti, faceva loro innestare le baionette ed alla loro testa si slanciava contro le folte, incalzanti ondate nemiche, cadendo fulminato da mitragliatrici. Fulgidamente eroico nel suo sublime sacrificio.»

— Monfenera, 18 novembre 1917.

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