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Gaspare de Marinis, dei Baroni de Marinis, garibaldino, anarchico, nasce il 27 luglio 1840 a Pratola Peligna, e muore a Raiano l’11 aprile 1893.

Molti patrioti abruzzesi che avevano partecipato attivamente alle insurrezioni pre-unitarie e alle campagne militari, attuate dal 1841 al 1867 con l'obiettivo di liberare ed unificare il Paese, non scelgono di adeguarsi alla normalizzazione moderata e borghese in atto.

In circa 180 si raccolgono attorno al programma dell'Associazione Democratica Giovanile, costituita il 2 ottobre 1869 all’Aquila su ispirazione dell'avvocato repubblicano Pietro Marrelli.

Tra i circa 180 soci dell'Associazione figura anche il nome di Gaspare de Marinis.

Durante il regno borbonico aveva subito una condanna a quattro mesi d'esilio ed altre noie con la giustizia.

A soli 20 anni è volontario garibaldino nella brigata Sacchi, partecipando, il 2 ottobre 1860, alla battaglia sul Volturno, guadagnandosi il riconoscimento della medaglia d'argento.

Nel 1867 è di nuovo volontario nella Squadra Garibaldina del Capitano Onia Ortensi, col grado di sottotenente, distinguendosi per valore nell'invasione degli Stati pontifici e negli attacchi del 3 novembre a Monterotondo e Mentana.

Conclusa la fase unitaria, non soddisfatto come tanti ex-garibaldini dello stato di cose presenti, de Marinis continua a lottare e a tenersi in contatto con i più tenaci e convinti propugnatori delle idee internazionaliste e repubblicane, con l'immediato obiettivo del superamento del regime monarchico

L'Associazione Democratica Giovanile costituita all'Aquila si propone «il conseguimento della uniformità e costanza di principi democratici, tanto nell'ordine morale, quanto nell'ordine Civile e Politico, e l'attuazione di essi».

La sua opera non è quindi «limitata ai soli membri che la compongono, impeciocché assume il dovere di spargere largamente i suoi principi informanti una razionale e proba democrazia, insiti nell'ordine immutabile essenzialmente sociali, stabiliti dalla natura nella verità, nell'equità e sopra la giustizia, di che ogni stato felicemente vive se democraticamente ben ordinato».

Presidente e segretario dell'Associazione sono rispettivamente Tommaso Pisarri e Carlo Leoni; oltre a de Marinis, vi fanno riferimento garibaldini, mazziniani e democratici in senso lato, stimolati, peraltro, dall'importante periodico Lodigiano «La Plebe» di Enrico Bignami, giornale che, in seguito, dopo aver seguito gli avvenimenti in seno alla Prima Internazionale, diventerà corrispondente di Marx ed Engels.

Negli anni 1868-1871, nelle colonne del periodico sono frequenti i trafiletti, le sottoscrizioni, le richieste di materiale (opuscoli di propaganda, ritratti, almanacchi) da Pratola Peligna, Chieti, Tagliacozzo, Sulmona e L’Aquila.

Dalle varie corrispondenze emergono la protesta per le disumane condizioni di vita delle popolazioni abruzzesi, lo spirito utopistico e democratico, le istanze socialisteggianti e quelle anticlericale dei militanti dell'Associazione.

Da Pratola Peligna, ad esempio, a nome di Ilario Ortensi perviene alla redazione del giornale – accompagnata dalla seguente motivazione: «per la Giustizia e la Libertà.

Salve alla Repubblica Universale» – l'adesione all'Anticoncilio, all'iniziativa cioè promossa aNapoli dal deputato Giuseppe Ricciardi in contrapposizione al Concilio Vaticano che si tiene a Roma:

« All’Illustre Cittadino Giuseppe Ricciardi deputato, promotore dell’Anticoncilio Ecumenico [o congresso degli atei!] in Napoli, i sottofirmatari abruzzesi, interpreti della coscienza civile dei loro comprovinciali fanno per essi piena adesione a tutte le risoluzioni che esciranno dall’Anticoncilio Ecumenico di Napoli, contro quello di Roma; ed anelano il giorno di poter soffocare nel sangue la bestia papale di cui Alfieri dicea: Il Papa, è Papa e re di mal talento; dessi aborrir per tre, schernir per cento: e così vendicare quest’altra onta degli assembrati malversatori, al più nobile attributo dell’uomo – il pensiero »

L'iniziativa di Ricciardi è clamorosa e contribuisce a rinfocolare tra garibaldini e democratici l'avversione allo Stato Pontificio e la necessità della lotta: molti, infatti, sono gli abruzzesi che, in varie forme, aderiscono all'Anticoncilio.

Solo da Pratola Peligna, oltre a De Marinis aderiscono a titolo individuale anche: Giuseppe Croci, Pietro Cotella, Giuseppe De Stephanis, Paolo Di Salle, Antonio D'Alessandro, Filippo Giammarco, Leopoldo Grilli, Raffaele Jacantelli, Giovanni Mariani, Bernardo Mancini, Onia Ortensi, Cesidio Prosperi, Luigi Prosperi, Giansilverio Tedeschi, Oreste Tedeschi, Zaccaria Tedeschi e Bernardino Zagari.

Non bisogna dimenticare che il ricordo del massacro di Mentana ad opera delle guardie pontificie e degli zuavi è ancora vivo, e che l'Abruzzo aveva contribuito a quel tentativo con circa 1.700 uomini: si capisce, allora, lo spirito anticlericale diffuso che anima l'ambiente democratico.

Inoltre è ancora scottante il ‘tradimento' della monarchia sabauda che, mandando allo sbaraglio i garibaldini, ne brucia le ultime speranze di dare un assetto diverso all'Italia Unita, presentandosi così come la sola forza liberatrice.

Il clima di reazione si fa sentire un po' ovunque, come si evince dall'episodio che coinvolge direttamente de Marinis, prima denunciato per oltraggio dal Pretore di Pratola Peligna, «borbonico e clericale», e poi colpito da mandato di cattura, emesso dallo stesso in data 17 dicembre 1870, perché segnalato quale «ateo, materialista, repubblicano e uomo pericoloso»:

«Pratola Peligna, 1 novembre 1871

Mi è venuto a notizia che nel Regio Tribunale del Circondario di Sulmona sarò citato a comparire imputato di oltraggio verso questo pretore di Pratola Peligna, Spina Giuseppe, di Teano, presso Capua, borbonico e clericale oltre ogni dire; ma che ha l’abilità di sapersi infingere in guisa che può ben dire ‘castigo i miei nemici coi miei nemici’.

Ripeto, citato a comparire il 24 del corrente mese. Ed ecco il reato: la sera del 14 dicembre 1870 ebbi con esso pretore discussione politica sulle notizie del giorno, nella quale conchiusi contro suo parere che Parigi sarebbe addivenuta la tomba della monarchia prussiana, e per quelle medesime ragioni che avreste voi potuto addurre.

Il vice cancelliere della Pretura, con il quale io era rotto da tempo per motivi privati, e che non frequentava più la farmacia del paese – locale in cui avveniva detta discussione – vi era apparso con contegno sospettoso. Immaginai che fossemi teso un tranello a delinquere contro l’attuale ordine di cose; per il che, uscito di farmacia per avvisare i miei compagni di ciò che avrei fatto, tornai in essa a dire al vice cancelliere: che ove mai la sua insolita presenza colà io la dovessi ritenere per una provocazione, lo intendeva sfidare con le armi a duello, se egli accettasse. Risposemi di si. E tutto era finito.

Circa un quarto d’ora dopo io ritornai nella farmacia, e vi rinvenni il suddetto pretore ed il maresciallo dei carabinieri.

Lo Spina, cioè il Pretore, in tono insinuante, voleva indagare i motivi della sfida; al che io risposi non aver fiducia in lui. Egli ricomponendosi dissemi che se non avevo fiducia in lui come Giuseppe Spina, dovessi avergliela come Pretore. Al che io, tornandomi alla mente le altre due volte nelle quali ordinava invano agli agenti della forza pubblica di verbalizzarmi e di violare il mio domicilio, gli risposi che era un borbonico: e che quando avessi dovuto aver fiducia in un’autorità, l’avrei piuttosto nel maresciallo dei carabinieri, certo Cortese di Torino, che era presente al diverbio. A questo il Pretore, dimenandosi da arrabbiato Coviello, mi ordinava gli arresti; io li ingiungeva a lui in nome di lesa libertà cittadina. Il maresciallo rimase immobile; e l’un dopo l’altro andammo via.

Il Pretore l’indomani si recò dal regio Procuratore di Sulmona, signor Mazzaradolcini, calabrese – ora in Lanciano, provincia di Chieti – a farmi la biografia di ateo, materialista, repubblicano, uomo pericoloso, etc…etc…: ed eccoli che dietro le conclusioni del signor Rossi Andrea, milanese, altro sedicente liberale giudice istruttore, mi veniva fuori un mandato di cattura.

La sera del 17 dicembre 1870 io rivedeva le mura di Santa Monica di Sulmona, dove nell’estate del 1850 moriva mio zio Tedeschi Gabriele, vittima della reazione borbonica di questo paese (leggesi nel martirologio italiano di Atto Vannucci). Vi rimasi tre dì e vi meditai l’importanza degli avamposti, nel servizio garibaldino – trincee di libertà… Il leale Mazzadolcini accordatami la libertà provvisoria, e visitato da me e da amici, tra i quali Bonetta Michele di Modena ex-capitano garibaldino, ci significava aver errato, e ci prometteva rimessa della causa nella Prefettura di Pratola. Partendo per nuova destinazione a Lanciano, dava ordini in contrario. Ed ecco che il signor Ferdinando Villani di Foggia, attuale presidente in Sulmona, apre le fauci a divorarsi questo comunista»

(Gaspare de Marinis)

In una seconda corrispondenza:

«Il giorno 24 u.s., il Tribunale Circondariale di Sulmona, facendo atto di giustizia, e rendendo omaggio alla pubblica opinione, dietro rinunzia dell’attuale sostituto pubblico ministero all’accusa, sentenziava: non ritenere a reato le imputazioni di Giuseppe Spina di Teano, nella qualità di pretore indebitamente assunta contro lo scrivente, che qualificavalo borbonico. Un pubblico intelligente fece plauso alla deliberazione con voci di bene! bravo! Il verbale dello Spina produsse scandalo perché artatamente, ma spudoratamente difforme dalle deposizioni dei testi, dal rapporto della forza pubblica, dalla confessione dell’imputato, fin dall’11 dicembre 1870 esposta al sotto prefetto Vitale, ed al Mazzadolcini rappresentante il P.M. in allora, che pensò saviamente dimenticarla… Detto verbale era una rete menzognera di addizioni di reità per me, e di sottrazioni per lui: i suoi argomenti di accusa, erano quelli che lo definivano borbonico e clericale: perché la sera del 3 ottobre 1869, mentre attraversava la piazza un funebre convoglio altisonante per orda di preti – baldanzosi del concilio – che posava la bara presso il caffè e fischiati dallo scrivente; si fu lui che tentò di promuovere una sommossa clericale patrocinando clamorosamente la causa dei retrogradi, se a sventarla non si fosse frapposto Croci Giuseppe da Colico, ex-maresciallo dei carabinieri.

Il Mazzadolcini sa anche questo… E si fu lui lo Spina, che pochi dì appresso la breccia di Porta Pia, avendo io affisso nel caffè il giornale bolognese, La rana: indispettito dalla pubblica ilarità per la goffa figura del massimo chiercuto, che scivolava dalla coda di un asino e di quella del bersagliere raffigurata nel sole nascente; sotto pretesto di ordine pubblico – da nessuno turbato – e ch’egli si fosse il Gran Giustiziere per lo Regno delle due Sicilie – schiamazzò per farla togliere, ma accusando poscia in Tribunale promotore di rivolta sotto manto liberale: ed eccomi divenuto seco lui collega! Bella ‘sta manovra per far carriera in magistratura!...

E poiché il ridicolo s’innesta anche nel becchino, mossero la pubblica ilarità le accuse e gli atti prodotti dalla sfidato a duello signor Matesi Concezio da Sulmona; che mentre nell’atto accettava la sfida, e poi ne millantava ritardo – da lui dipendente – rinsavito da un formale biglietto, lo denunziava alla giustizia, conquistandosi di minaccia di vita, con riserva a compenso civile, senza che alcun frammento della sua lunga proboscide gli venisse asportato. Tali documenti furono letti nell’udienza.

Con siffatti procedimenti credé lo Spina, col pretesto di lesa autorità – termine vano se non sia sinonimo di legge di giustizia – rifarsi presso il tribunale del suo inopportuno amor proprio, leso in questioni politiche, combinandole con la rachitica frase dell’essersi rivestito di carattere: ma ne fu reietto; ed i testimoni rimasero sorpresi dalla simulazione.

Ma a costui è però sufficiente l’avermi doppiamente danneggiato nella libertà personale e nella borsa; nonostante ‘il non farsi luogo a procedimento’ perché in Italia la giustizia è merce aristocraticamente cara, annullandosi così il patto sociale che la vuole essenzialmente gratuita.

Ed oltracciò lo Spina è sicurissimo di non esserne responsabile, perché l’imputa al signor Mazzadolcini, lo scrupoloso funzionario a rovescio, che senza devenire ad un’onestà, cioè pareggiata istituzione tra l’accusante e l’accusato fa eseguire pria la pena, e poi ne discute il merito.

I capi battaglioni della Comune distribuivano note d’identità personale, per evitare soprusi e non devenire a postume ricognizioni: ma il signor Mazza e poi Dolcini, da Nicastro in Calabria, ora Pubblico Ministero in Lanciano provincia di Chieti, la sa più dotta che quei ladri incendiari, sanguinari comunardi, così come li cantano i bigotti bifolchi di Versaglia. Ma sarà una buona volta con me compensato il bilancio della Finanza, le noie ed i movimenti di molti?

E se in America si valuta il dolore, nella rifazione dei danni, conviene aggiungervi anche il pensiero occupato per colpa altrui?

Ai defunti l’ardua sentenza… Nui non chiniam la fronte»

(Gaspare de Marinis)

Nel 1871 l'Associazione Democratica Giovanile avvia le pubblicazioni del settimanale d'ispirazione repubblicana e democratica «La Giovane Democrazia», giornale razionalista, socialista, popolare, come recita il sottotitolo.

Il primo numero esce il 24 novembre 1871, in cui viene esposto ai lettori il programma politico che afferma che l'equilibrio sociale si realizza nell'uguaglianza e nella fratellanza fra gli uomini. Il settimanale diviene in breve tempo portavoce del dissenso e della protesta dei cittadini di varie località abruzzesi, denunciando soprusi e malgoverno che continuano nonostante il nuovo assetto politico-istituzionale della penisola.

De Marinis collabora assiduamente al giornale, riferendo delle proteste operaie di Pratola Peligna, della questione sociale, oppure intervenendo per sollecitare la modifica alle denominazioni che ricordano la schiavitù feudale e la superstizione, e quindi ad intitolare strade e piazze «a chi nel patibolo, negli ergastoli, nelle barricate ed in campo aperto ci permettono ora di appellarci da terrazzani, Liberi Cittadini; ed al Cirillo, Pagano, Caraffa, Toscano, Pimentei ecc… ecc… Bandiera, Agesilao Milano, Pisacane, Rosolino Pilo; vi è una serie inesauribile di nomi benemeriti dell'umanità, per qualunque grande paese».

L'esperienza della «Giovane Democrazia» ha breve durata, sia a causa delle divisioni interne che cominciano ad emergere nell'Associazione ma anche per le numerose querele e condanne che colpiscono la redazione, a causa delle inchieste contro le istituzioni del nuovo Stato e sul malgoverno municipale, delle aspre battaglie anticlericali, degli interventi che reclamano la soppressione delle corporazioni religiose, degli articoli che in generale contengono «atto di adesione ad una forma di governo che non è quella dello Stato, e voto di distruzione dell'Ordine Monarchico, provocazione ad insorgere contro i poteri costituiti ed eccitamento all'odio fra le varie condizioni sociali».

In effetti, quei valori di uguaglianza sociale, giustizia e libertà che avevano informato i programmi di rinnovamento politico del movimento garibaldino, sedimentandosi in maniera ben salda nella coscienza di diverse generazioni di patrioti, trovano ora un quasi naturale sbocco nell'anarchismo, nel socialismo e nelle nascenti organizzazioni internazionaliste, tra le cui leve la partecipazione di ex-garibaldini è numericamente consistente.

La solidarietà internazionalista inizia così a trovar timidamente spazio anche sulle colonne de «La Giovane Democrazia», innanzitutto con l'espressione di indignazione per quanto avvenuto in Francia ad opera del capo del governo Thiers, che pur avverso al ritorno della monarchia, con l'appoggio dei prussiani, sconfigge e reprime con durezza il popolo parigino insorto.

L'eco del triste epilogo della Comune di Parigi risuona sulle pagine del periodico aquilano per mezzo della seguente lettera di de Marinis:

« Adolfo Thiers, quel gibboso impasto di carne ed ossa, dagli occhi di cicala e naso a becco di civetta; boia e stirapiedi in uno del popolo di Parigi che è nostro fratello con l'articoli 1° della legge francese contro l'internazionale [… che tuttavia] accenna ad una manifesta necessaria riconoscenza teorica dei principi internazionalisti, dei quali la pratica esecuzione vuole scongiurarsi dal privilegio […] sappia pure che i popoli han definita la guerra, valvola sanguinosa di sicurezza ai tiranni: e che cacciati scannansi l'un l'altro; d'oggi innanzi al riscontrarsi inneggeranno alla Fratellanza solidale, faran fascio delle armi, bivaccheranno insieme: e poi passeranno alla ricerca dei parassiti dalle ipocrisia di patria, di orgoglio nazionale, di onor militare, di spirito di corpo e simili ampollosità, da caserma o da tappeto o libro variopinto da diplomatico: e concederanno ad essi il passaggio per la armi: cioè gliene renderanno gli onori […].

Contro l'Associazione internazionale dei Lavoratori il rantolo dell'agonia ne chiude la strozza.

Gli internazionalisti non intimano atti per uscieri né richieggono alcuno di braccio forte per sospensioni od abolizioni; essi non hanno: 1) che un motto – Verità, Giustizia, Morale. 2) che una legge – non doveri senza diritti, non diritti senza doveri. 3) che una funzione – la solidarietà, riassunto della Libertà, dell'Uguaglianza e della Fratellanza.

La loro proprietà è il lavoro, la loro famiglia è la religione da essi alitata, la loro patria l’Umanità, la loro religione la scienza sperimentale […]. Il sangue del popolo di Parigi ci ha toccato le nari … i gemiti dei prigionieri ci sussurrano gli orecchi»

Coerente col suo pensiero, de Marinis non riesce ad inserirsi in una ‘normalità' post-unitaria fatta spesso di ipocrisie, di compromessi e di convenzioni; si unisce ad una donna di «ineguale condizione», cosa che in qualche modo fa scandalo, soprattutto per la sua appartenenza alla nobile famiglia baronale del luogo.

Il padre non lo accetta più in casa e, dopo molte tensioni, il contrasto si acuisce a tal punto che, il 23 maggio 1872, Gaspare minaccia di morte il padre e spara tre colpi di revolver contro la sua casa.

Denunciato dal genitore, viene arrestato il 28 maggio 1872, processato il 19 luglio dal Tribunale di Sulmona e condannato a 7 mesi di carcere, 51 lire di multa e 3 anni di sorveglianza speciale.

A causa degli insanabili dissidi familiari, nel maggio 1872 Gaspare aveva intanto assunto il cognome ‘Ises', notificandolo al sindaco, al Pubblico ministero e alla redazione de «La Plebe». Al periodico di Lodi, non potendo inviare più sottoscrizioni per le difficili condizioni economiche in cui si è cacciato, invia la sua medaglia d'argento, commemorativa della guerra d'Indipendenza Italiana.

Nel frattempo, anche il settimanale «La Giovane Democrazia» è caduto in gravi difficoltà e della sua sorte si preoccupa de Marinis, con una lettera inviata dal carcere di Sulmona al direttore del periodico aquilano, Carlo Leoni, suo ex-compagno d'armi nelle ultime campagne per l'Unità:

«Or vedi che cosa ci tocca a vivere dopo la rivoluzione del 1860!...Caro Carlo, se non mandiamo giù la patria potestà giuridica prima della questione politica, correranno altri anni di barbarie sociale, ed avremo la repubblica alla Thiers. Per mezzo di un detenuto mandai una mia lettera ad Ignazio d’Andrea nelle prigioni di costà, non so se ancor vi sia.

Il detenuto era un sarto di bassa statura, a nome Falcioni Giovanni di Castel di Sangro.

Fanne ricerca del recapito. Lessi, come mi dicesti, la tua requisitoria per la caduta del giornaletto: è cosa da far arrossire i capelli l'egoistica apatia di questi cafoni borghesi, bigotti – Sulmona poi è il tipo. Benché non conosca di viso Peppino Ciolina, genero dell'amato Marrelli, fammi il piacere di salutarlo.

Ricordo di avergli mesi fa fatto tenere una lettera in Sulmona, rimessami dal suo amico Montenegro Niccolò di Andria in Puglia, uno dei rari progressisti. Attendo notizie da te, e dell'Associazione perché lessi su «La Plebe» che si sarebbe in Aquila costituito un nucleo di Consociazione repubblicana con quello delle Romagne… »

Con la cessazione delle pubblicazioni de «La Giovane Democrazia» e l'accentuarsi della repressione nei confronti del movimento dei lavoratori entra in crisi anche l'Associazione Democratica Giovanile, essendosi peraltro accentuate le divisioni tra repubblicani e internazionalisti.

Dalla scissione dell'Associazione nascono quindi il circolo repubblicano Pensiero e Azione, di ispirazione schiettamente mazziniana, e, l'8 ottobre 1872, con trentaquattro iscritti e Carlo Leoni alla segreteria, la Consociazione dei liberi lavoratori abruzzesi (poi Associazione internazionale degli operai amiternini).

Gettando così le basi per un'estrema sinistra aquilana organizzata e per una distinta presenza territoriale internazionalista, la Consociazione viene ammessa il 22 dicembre dello stesso anno alla Federazione italiana dell'Associazione internazionale dei lavoratori (AIL).

Dopo il congresso dell'AIL dell'Aia (2-7 settembre 1872), la sezione si schiera con la corrente anarchica facente capo a Bakunin e Guillaume.

de Marinis ha modo di seguire le vicende, schierandosi, a sua volta, in seguito alla scissione dell'Associazione Democratica Giovanile, con Leoni e con gli anarchici aquilani:

«Frammezzo alle specialissime brutture della nostra provincia, una cosa mi ha rinfrancato lo spirito; quella di aver finalmente letto sul giornale «La Plebe» (Lodi, 16 ottobre 1872 n. 109) la costituzione di una Sezione Internazionale in codesta città.

Ben mi figuro a tal punto il gesuitismo dei dissidenti, e la rogna che avrà invaso i sazi godenti. Il marcio non sta più nei preti, ma negli affaristi borghesi; nei sapientoni della truffa legale. […]

Il Mutuo Soccorso dev'essere il pensiero fondamentale: opportunissima la costituzione di uffizi di vigilanza sulle diverse amministrazioni dello Stato, e la cronaca cittadina, onde frenare il sistema di vessazione, massime nella giustizia e nelle carceri. Si è qui che il tuo patronato debba farsi potente: il detenuto è un seppellito vivo.

Bisogna che acquisti il regolamento carcerario e lo discuta, popolarizzandone l’odio. Indispensabile una commissione di Pubblicità, risultato della vigilanza. A ciò conviene fissare una sovvenzione fissa al giornale: la più utile, quella di rinvenire il maggior numero di associati; perché la lettura n’è di istruzione per i giovani e per gli operai.

Ad incoraggiamento dei timidi, proporrei un registro sul quale ciascuno liberamente, di proprio pugno, sconfessi qualunque religione […]»

L'attività politico-organizzativa degli internazionalisti abruzzesi prosegue quasi senza interruzioni fino al 1878. Della militanza politica di Gaspare de Marinis se ne perdono invece le tracce, probabilmente anche per il fatto che, come aveva scritto a Leoni, «il mio avvenire economico si abbuia per antipatie domestiche».

Morirà l'11 aprile 1893 a Raiano, a soli 53 anni.

tutti pazzi per la Civita

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