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Norberto Sagaria, pittore, nasce il 6 giugno 1886 a Teramo, e muore suicida il 21 novembre 1911

di Carlo Maria d’Este*

«Non è possibile menare una vita senza ideali, una vita che ha per fine il solo cibo del corpo, senza tempo per il cibo dell’anima»

Norberto Sagaria, tra gli artisti che avviarono il percorso artistico della modernitĂ  nella pittura del Novecento in Abruzzo, nacque a Teramo da Vincenzo, funzionario di Prefettura e Maria Annunziata Fiocco, figlia del medico condotto della cittĂ , in una famiglia della colta borghesia teramana che, oltre a vantare una parentela col filosofo Benedetto Croce, fu protagonista della vita civile del capoluogo per aver espresso, tra gli altri, un sindaco e vari professionisti tra funzionari e medici.

Oltre a Norberto, i Sagaria ebbero Berardo, eccellente direttore di banda negli USA a Filadelfia, e Margherita, delicata ricamatrice.

Dopo le scuole di base, il giovane Norberto inizia a frequentare gli studi classici nel Ginnasio della sua città per abbandonarli subito, optando per la scuola comunale di disegno e l’Istituto tecnico, non certo per particolare propensione agli studi tecnici ma solo perché era l’unico tipo di scuola che gli avrebbe consentito di studiare disegno.

Le accademie più vicine erano Roma o Napoli e il giovane Sagaria, poco propenso ad allontanarsi dalla famiglia e dalla sua città, scelse l’unica scuola a lui confacente quella appunto tecnica.

All’Istituto, frequentato dal 1900 al 1904, ebbe insegnanti di tutto rispetto come Vittorio Savorini per Storia, Giacinto Pannella per Letteratura italiana, Ernesto Narcisi per Disegno tecnico e Gennaro Della Monica per Ornato.

Durante il corso degli studi, nel 1906 rimase orfano per la morte del padre e questo comportò delle serie difficoltà economiche alla famiglia.

Scomparso il genitore, Norberto rivolse il suo affettuoso amore filiale totalmente alla madre, alimentato dall’educazione profondamente religiosa ricevuta in famiglia; intanto tutta la sua attività giovanile era rivolta all’impegno sociale e politico profuso nella neonata “Azione Cattolica” che proprio nei primi anni del Novecento muoveva i primi passi a Teramo.

Nell’ottobre del 1910 ricoprì la carica di segretario della Direzione Diocesana. Sono di quegli anni le prime pitture dell’artista teramano, straordinariamente moderne e allineate alle avanguardie contemporanee.

Sagaria non ha voluto mai assoggettarsi ai modelli e alle tecniche della pittura del tempo, il suo linguaggio e la sua tecnica pittorica sono di chiara intenzione divisionista e non trovano precedenti tra gli artisti più celebri dell’epoca come

Francesco Paolo Michetti, Pasquale Celommi, Gennaro Della Monica o Teofilo Patini, i quali, pur considerando la luce prioritaria nella figurazione, non si avventurano mai nella divisione del colore che alcuni pittori come Georges Seraut, Paul Signac e Pellizza da Volpedo avevano teorizzato e praticato sin dagli anni Ottanta dell’Ottocento.

Come sia venuto a conoscenza delle nuove tendenze pittoriche, lui giovanissimo e praticamente confinato nella sua Teramo senza contatti col mondo artistico nazionale né tantomeno europeo, resta pressoché un mistero.

L’unico veicolo possibile potrebbe essere rappresentato da Gennaro Della Monica, suo insegnante alla scuola di disegno che fu per la sua formazione un riferimento essenziale. Della Monica, teramano di origine campana, non aveva, però, mostrato subito interesse per la divisione del colore ma considerava la luce come elemento principe dell’effetto paesaggistico, fino a quando nei suoi viaggi in Europa scoprì dei pittori dediti a questa tecnica innovativa come Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Plinio Nomellini, Vittore Grubicy e Giuseppe Pellizza da Volpedo. Non è escluso, anzi è molto probabile, che ne sarà stato mediatore verso i suoi allievi tra cui Norberto Sagaria che ne trasse profitto immediato.

Nel 1910, a 24 anni, venne assunto come disegnatore presso l’Ufficio del Regio Genio Civile e assegnato alla sede di Carpineto della Nora, oggi nel pescarese.

Questo incarico lo portò lontano dalla famiglia e soprattutto dalla amatissima madre.

Il suo spostamento quotidiano tra Teramo e Carpineto, certamente non agevole come oggi, faticoso e dispendioso e soprattutto l’impegno di lavoro che iniziava al mattino presto e si protraeva fino a tarda sera, dovettero aver giocato un ruolo determinante per il suo sconforto e per la sua fragile personalità.

Dallo sconforto alla disperazione il passo fu breve.

Se nella pittura riuscì a superare l’oscurità con la scoperta del divisionismo della luce, nella vita ne rimase invece travolto e si abbandonò al suicidio a soli 25 anni il 21 novembre del 1911.

Il gesto estremo del pittore lasciò nella disperazione non solo i familiari ma anche coloro che gli erano stati amici e guide nella sua scelta di vita, di credente e di cristiano impegnato, don Gaetano Cicioni e soprattutto Giacinto Pannella, tanto che, malgrado le naturali riserve, non gli fu negato il funerale religioso celebrato dallo stesso don Cicioni che pronunciò anche l’orazione funebre a nome dell’Unione Popolare, a testimonianza di un affetto, di una stima e di una corale partecipazione esaltati ancor più dalla giovinezza dell’estinto.

La liturgia fu diretta dal maestro Biondi, che, con gentile pensiero per la grande amicizia che lo legava all’artista, invitava i cantori della Cappella del Duomo ad eseguire la sua messa di Requiem.

I solenni funerali si tennero la mattina del 22 nella chiesa dello Spirito Santo di Teramo sulla cui porta si leggeva l’epigrafe dettata da Giacinto Pannella:

“la dimora sulla terra delle 25 primavere non maculò il fiore degli anni e della virtù in Norberto Sagaria sempre puro e disposto a tornare al suo Dio”.

Fu sepolto nel vecchio camposanto della città e da allora l’oblio.

Sagaria entra in un cono d’ombra durato settant’anni sino a quando, solo casualmente, furono ritrovati il suo cavalletto e alcuni quadri in una soffitta di un palazzo in via Torre Bruciata, che era stata la casa della famiglia materna venduta dagli eredi Fiocco a Raimondo Iannetti che, rinvenuto il materiale, si rivolse al professor Sandro Melarangelo per una consulenza.

Il professore, senza esitazione, attribuì le opere a Norberto Sagaria del quale si conosceva fino ad allora un solo quadro conservato nella biblioteca provinciale “Delfico”.

Successivamente furono attribuite a Sagaria altre opere che furono poi esposte in una mostra nel 1992 organizzata dal Tribunale dell’Arte di Teramo.

Il tema della fede e dei suoi riti e la scomposizione scientifica della luce rappresentano le peculiaritĂ  di Norberto Sagaria.

L’artista, infatti, in pieno conflitto Stato-Chiesa, negli anni dell’Italia Liberale preconcordataria e quindi anti papalina, era invece attivista cristiano sociale, fondatore dei primi movimenti diocesani e di organizzazioni come “le opere” e “i congressi”.

Questa profonda fede si traduce in suggestioni pittoriche che lo portano a rappresentare riti poi scomparsi, come nella drammatica “Processione”, qui il Duomo è inquadrato nella centralità della facciata orientale al momento in cui esce la processione del Venerdì Santo con uno scheletro in testa al corteo, unica raffigurazione di un rito ormai abolito di cui avevano memoria solo gli anziani nati nel primo decennio del Novecento a Teramo, o “l’offerta del cero”, ambientato ancora nel principale tempio della chiesa teramana, che lo suggestiona per le sue forme e perché incarna il fortissimo legame con le sue origini.

E’ singolare il fatto che nei pochi anni in cui è attivo artisticamente, (dipinge solo per cinque anni), realizza un quadro, “Al nascere del sole”, come Pellizza da Volpedo, ma in un’interpretazione tutta cristiana, nel segno del sole in quanto sorgente di vita, che irradia luce sul creato.

E’ l’unica differenza con l’artista piemontese maestro del divisionismo, che nel 1904 rappresenta lo stesso tema, con la medesima tecnica, quella divisionista, ma in chiave positivista evocando il sole dell’avvenire.

Il Pellizza che morirà anch’esso suicida, curiosa coincidenza di esiti stilistici, tematici e mortali, nel 1907.

Per quanto riguarda la sua arte è estremamente difficile tracciare un profilo critico di un artista come Sagaria; nella sua brevissima esistenza anche le opere sono in numero esiguo, pur se sature di linguaggio poetico ben definito.

Difficile è pure stilare una cronologia esatta di esse, non esistendo testimonianze dirette, né date riportate accanto alla firma.

Certo è che dette opere occupano un arco di tempo assai limitato, considerata la breve presenza dell’autore sulla terra e non dovrebbero superare le 10 unità più altre tre, dipinte nel dritto e nel retro, perché Sagaria talvolta utilizzava la tela su entrambe le facce.

Altre, poi, sono degli studi preliminari per probabili lavori che mai furono realizzati. Nella grande maggioranza queste opere sono attualmente in possesso dei vari discendenti del pittore teramano.

La pittura di Norberto Sagaria è improntata ad un suggestivo realismo, proveniente da tutta una tradizione ottocentesca, dalla scuola di Posillipo al paesaggismo piemontese o addirittura al realismo popolano di genere della scuola lombarda.

Nello stesso tempo ha alle spalle anche interessanti suggerimenti materici sulla scia di Antonio Mancini che Sagaria dovette sicuramente conoscere.

Nella “Offerta del cero” ad esempio, il portale del Duomo risulta vivacizzato dal materismo del colore che con i suoi grumi fa risaltare ancor di più le emergenze della pietra scolpita e gli intagli della porta lignea.

Parimenti nella “Veduta del Duomo”, conservato presso la biblioteca provinciale “Delfico” di Teramo, il muro esterno di sostegno della scalinata è trattato a grasse pennellate il cui rilievo ripete la scabrosità dei blocchi di pietra.

Importante risulta, come già detto, la conoscenza di Sagaria di altri movimenti pittorici come il divisionismo di Pellizza da Volpedo, evidente in “Tramonto sul Gran Sasso con gregge”, dove le pecore in controluce ricordano un’opera famosa dell’artista piemontese, così come era già accaduto con “Al nascere del sole”, mentre i fili d’erba illuminati in primo piano, sono ottenuti con il colore giallo in filamenti direttamente spremuti dal tubetto, tecnica, questa, che ebbe fortuna solo nel recente realismo del secondo dopoguerra, dopo le esperienze informali e materiche.

Sopra tutte le opere spicca la grande tela “Mercato del sabato”, che rappresenta il mercato che si svolgeva nello spazio tra il Palazzo Comunale e il Duomo, oggi piazza Orsini, dove l’artista si mostra un acuto osservatore della realtà visiva, espressa con tecnica quasi impressionistica.

Lo scorcio del Duomo è vivacizzato in primo piano dalle bancarelle variopinte e dalle silhouettes delle popolane.

Immagini di vita giornaliera, dunque, tratte dalla realtà ma trasfigurate verso un senso e un significato che Sagaria sembra voglia dargli nella consonanza con i suoi stati d’animo e con una visione della vita probabilmente inquieta.

Il realismo di Norberto Sagaria si puntualizza ancor piĂą nella serie di ritratti derivanti dalla buona tradizione italica che vuole il personaggio piĂą che dipinto nelle sembianze, identificato nella sua qualitĂ  interiore.

Tra di essi risalta per qualità pittorica e per vigore realistico, l’Autoritratto, con lo sguardo vivace e una luce radente che illumina il volto, quasi alla maniera di Rembrandt.

Notevoli anche i ritratti di Vincenzo Sagaria, padre dell’artista, e dell’avv. Domenico Sagaria.

Importanza particolare assume il quadro “Pastorella con gregge al pascolo”, dalla tecnica spiccatamente divisionista.

Paesaggio con gregge che si abbevera lungo il fiume, realizzato con colori chiaramente non naturalistici ma fortemente espressivi a simboleggiare l’allegoria cristiana del gregge che si abbevera alla parola di Dio.

Appaiono di straordinaria resa pittorica gli alberi contorti lungo il greto, dipinti con notevole rilevanza materica.

Toni e situazioni emotive che ricordano le nature di Antonio Fontanesi. Tra i piĂą belli di Sagaria.

*Centro Regionale Beni Culturali

tutti pazzi per la Civita

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