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Angelo PellegriniAngelo Pellegrini, patriota, nasce il 10 marzo 1791 a Stiffe, una frazione di San Demetrio ne' Vestini, e muore all’Aquila nel 1875.

Fin da giovanissimo allacciò rapporti con i principali cospiratori italiani.

A 24 anni partecipò alla difesa di Antropico.

Caduto il governo costituzionale si mise a capo del movimento insurrezionale abruzzese.

L’8 settembre del 1841 fu tra i protagonisti della sommossa aquilana come membro del triunvirato insieme a Federico papa e Fabio Cannella.

Tutto ebbe inizio la notte dell'8 settembre, allorché fu ucciso il colonnello borbonico Gennaro Tanfano, già protagonista della sanguinaria repressione di una rivolta a Penne, e del suo attendente Antonio Scannella, accoltellati mentre si recavano al forte spagnolo, dal venditore di vino e da tal Luigi Rufino, detto il Cardarello.

Fu il segnale di un'insurrezione già da tempo preparata, e che in regia aveva i notabili delle ricche e nobili famiglie dei Cappa, dei Dragonetti, dei Ciampella e dei Falconi, e nel patriota Pietro Marrelli.

Non casuale la scelta dell'8 settembre, perché in quel giorno a Napoli si celebrava con gran pompa la madonna di Piedigrotta, con un'imponente parata militare.

E per questa ragione L'Aquila era sguarnita di truppe borboniche.

A suonare la carica un giovane sarto, Damiano Franciosa, che si legge negli atti del processo, uscì di casa sventolando una bandiera tricolore da lui stesso confezionata. Decine di rivoltosi prelevarono fucili e munizioni dalla casa dell'armiere Romualdo Palesse.

Obiettivo dell'insurrezione era la conquista del castello e la cattura dell'Intendente borbonico, il conte Gaetani, nella convinzione, o forse nella speranza, che la rivolta sarebbe stata generalizzata in tutto il regno.

Gli scontri con le scarse truppe borboniche di stanza in città durarono due giorni e due notti. Fu una vera e propria guerriglia strada per strada, piazza per piazza.

Gli insorti conquistarono porta Rivera, considerata strategica per far entrare in città i rinforzi dal contado, che non furono però della consistenza sperata.

Molto si sperava nel proprietario terriero di Stiffe Angelo Pellegrini, di nota fede mazziniane, che nelle osterie ''assicurava della vicina felicità a godersi, giacché in breve si doveva rivoluzionare il mondo.''

Gli insorti, seppure animanti da determinazione ed entusiasmo agirono scoordinati, e senza obiettivi chiari e soprattutto alla portata.

Fatale fu l'arrivo da Napoli dei rinforzi, che in poche ore sedarono la rivolta.

Seguì una dura repressione. Furono incriminate di 192 persone, in prevalenza artigiani e piccoli commercianti, tanti i giovani e giovanissimi.

Novanta di loro furono condannati a 25 e 30 anni di reclusione nelle orrende galere borboniche. I notabili che fomentarono la sommossa se la scamparono.

A pagare con la vita furono invece Gaetano Damiani, venditore di vino, Carlo Curato, spazzino, Raffaele Scipione, muratore, fucilati sugli spalti del castello, a piedi scalzi e vestìti di nero, in quel castello che secoli prima fu costruito dai dominatori spagnoli ''ad reprimendam audaciam aquilanorum''.

L’anno dopo fu arrestato e condannato a morte, pena commutata in 25 anni di prigione.

Amnistiato continuò la sua opera di cospiratore.

Fu infine condannato all’esilio che scontò in Inghilterra.

tutti pazzi per la Civita

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