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Umberto Ricci, economista, nasce il 20 febbraio 1879 a Chieti, e muore il 3 gennaio 1946.

di Carlo Maria d’Este*

L’acutezza dello specialista, la forza dissacrante di chi non rinunciò mai a fare della libertà di pensiero e di espressione – anche durante il regime fascista, ricevendone dure sanzioni – una irrinunciabile conquista.

Quella di Umberto Ricci è una figura di intellettuale che si staglia nel panorama degli studi di economia del ‘900 per la sua vigoria scientifica e per la combattività dimostrata nel campo delle ideologie e delle decisioni politiche.

Umberto Ricci nasce a Chieti. Il padre, Cesario, era impiegato presso la locale Prefettura; la madre, Filomena Zulli, era una ricca possidente.

Fin dall’infanzia, Umberto rivelò forti capacità di apprendimento. I suoi familiari raccontano che “essendo stato iscritto alla prima elementare all’età di sei anni, vi rimase soltanto due giorni e dai suoi maestri fu subito passato nella seconda, e dopo sette giorni fu ammesso nella terza”.

Nel 1892 si iscrive al Regio Istituto Tecnico “F. Galiani” di Chieti dove, nel luglio 1896, all’età di 17 anni, consegue il diploma di ragioniere.

A seguito di concorso, nel 1897 diviene funzionario del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, con destinazione dapprima Palermo e poi la Basilicata, dedicando tutto il suo tempo libero allo studio dell’economia.

Nel 1904 pubblica sul “Giornale degli Economisti” il suo primo saggio intitolato “Curve crescenti di ofelimità elementari e di domanda”, a cui l’anno successivo seguirà “La misurabilità del piacere e del dolore”.

Oltre ad iniziare le sue ricerche sulla teoria della domanda, con questi scritti, Ricci manifesta la sua adesione all’approccio marginalista basato sull’utilità cardinale, rifiutando di fatto le nuove teorie ordinaliste dell’economista Vilfredo Pareto (1848 – 1923).

In virtù di queste pubblicazioni, egli è ammesso a sostenere, presso la Scuola Superiore di Commercio di Venezia, gli esami per l’abilitazione all’insegnamento dell’economia politica, della scienza delle finanze e della statistica, che supera peraltro brillantemente.

Ricci fu professore di statistica presso le Università di Parma e Pisa e di economia a Macerata e Roma. I suoi studi furono principalmente orientati all'economia agricola ed alla teoria economica.

Tra gli esaminatori vi era Ghino Valenti, ben noto economista agrario, che lo invitò a collaborare con lui a Roma nella prima formazione del catasto agrario del 1910.

A Roma si guadagnò la stima dell’economista Maffeo Pantaleoni, futuro senatore del Regno, di cui si considerava discepolo, e strinse legami di amicizia con Giovanni Montemartini, redattore capo del “Giornale degli Economisti” e con Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica Italiana nel 1948.

Su proposta di quest’ultimo, nel 1910, fu nominato Capo dei Servizi di Statistica dell’ ”Istituto Internazionale dell’Agricoltura”, dove diede un importante contributo alla organizzazione della statistica agraria internazionale.

Nel 1912 gli viene attribuito l’incarico di insegnare economia politica nell’Università di Macerata.

Nel 1914 venne nominato professore di statistica nell’Università di Parma e quindi, a partire dal 1918, nell’Università di Pisa.

Nel 1922 cambia disciplina per tornare a insegnare economia nell’Università di Bologna.

Infine, nel novembre 1924, è chiamato dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma a succedere a Maffeo Pantaleoni, da poco scomparso, sulla cattedra di economia politica di quell’Ateneo.

Gli avvenimenti e la crisi morale ed economica dell’immediato primo dopoguerra lo spingono ad impegnarsi attivamente anche nell’attività politica.

Aderisce al Partito liberale e nel 1919 viene nominato presidente della sezione romana di tale partito.

Numerosi sono i suoi contributi di quegli anni in merito ai temi della politica economica: scritti e discorsi che testimoniano, a livello espositivo, le sue qualità di scrittore dotato di grande capacità dialettica, ironia, verve polemica; e, nei contenuti, il suo sostegno alla causa della libertà economica contro il protezionismo, l’assistenzialismo, il burocratismo, il connubio affaristico tra pubblico e privato.

Ricci fu tra quei liberali che inizialmente ritennero di concedere una apertura di credito al fascismo, o meglio, a quella prima fase del regime mussoliniano conosciuta come “fase liberistica”.

Tuttavia, a partire dal discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, quando cioè il capo del fascismo chiarì la natura dittatoriale e liberticida del suo regime,

Ricci iniziò a manifestare la propria opposizione al fascismo con fermezza e coraggio. Le autorità di polizia lo tenevano sotto sorveglianza.

Nel dicembre 1926 una diffida della Pubblica Sicurezza gli ingiunse di desistere da questo suo atteggiamento critico ma senza effetti.

Intanto, tra il 1926 e il 1927, era venuto pubblicando alcuni importanti lavori sul risparmio e sulla sua tassazione.

Si giunge così al fatidico 1928, quando Ricci pubblica un articolo intitolato “La scienza e la vita”.

Si tratta di uno scritto volto a difendere la scienza economica dall’accusa di dogmatismo, riaffermandone nel contempo l’importante ruolo conoscitivo.

Ricci si sofferma in particolare sull’utilità pratica dell’economia, la quale «è sempre pronta a indicare quali effetti probabilmente scaturiranno, o meglio ancora quali effetti probabilmente non sorgeranno, da certi provvedimenti».

Le esemplificazioni riportate in proposito dall’economista abruzzese vennero considerate, e di fatto lo erano, una critica diretta alla politica economica del regime.

Fu uno dei tre Accademici dei Lincei a rassegnare le dimissioni nel 1933 dall'Accademia stessa, pur di non giurare fedeltà al regime fascista.

Privato della cattedra universitaria come ritorsione contro un suo articolo critico nei confronti della politica economica del regime fascista, insegnò quindi a Costantinopoli ed al Cairo.

Bastò questo per scatenare contro di lui la propaganda del fascismo e per attivare il disposto di una legge da poco emanata, che portò a deliberare la sua dispensa dall’insegnamento universitario e il suo collocamento a riposo.

Trascorso un anno, Ricci divenne esule accogliendo l’invito dell’Università del Cairo, da pochi anni costituita, per insegnarvi Scienze delle Finanze.

In terra straniera si ritrova insieme ad altri intellettuali italiani come Arangio Ruiz, Giovanni Siotto Pintor e Costantino Bresciani Turroni.

Nel 1931, Ricci fu chiamato a far parte della Accademia Nazionale dei Lincei in qualità di socio corrispondente, si dimise però nel 1935 quando reputò di non poter prestare il giuramento al fascismo, come quella carica imponeva.

All’inizio degli anni Trenta, insieme a studiosi come François Jean Marie Divisia, Ragnar Frisch e Charles Frederich Roos, fu tra i promotori della “Econometric Society”, con l'obiettivo di «favorire gli studi di carattere quantitativo che avvicinino il punto di vista teorico e quello empirico nell'esplorazione dei problemi economici» entrando successivamente a farne parte in qualità di membro emerito.

Nel corso della sua più che decennale permanenza in Egitto, la sua attività di studioso e di insegnante continuò ad essere molto intensa.

Approfondisce argomenti teorici di cui si era già in precedenza occupato, come la teoria della domanda; continua le sue indagini di statistica applicata; affronta il tema delle fluttuazioni economiche sia in termini teorici che nell’ottica della politica economica; dà luogo a numerosi studi di finanza pubblica, anche al fine di prestare la propria consulenza agli organi governativi egiziani per la preparazione della riforma fiscale a cui si voleva dare atto in quel paese.

Nel 1940, pochi giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, egli deve tornare in patria, ma vi resterà per poco.

Nel 1942, su proposta dell’economista Wilhelm Roepke, il Governo turco lo chiama a ricoprire la cattedra di economia politica teorica nell’Università di Istanbul. E’ in questo periodo che elabora un corso di lezioni sulla teoria del valore che verrà pubblicato postumo in lingua francese, a cura di Luigi Einaudi e Costantino Bresciani Turroni, nel 1951.

Scaduto nell’ottobre 1945 il contratto con il governo turco e avuta notizia dell’invito ad occupare nuovamente la cattedra romana di economia politica (tanto il regime fascista quanto la guerra erano ormai finiti), Ricci si appresta a tornare in Italia.

Mentre attende al Cairo di poter prendere la nave diretta al proprio paese, è colpito da malore che ne causa la morte, era il 3 gennaio 1946.

Le sue spoglie mortali furono riportate in patria, con un aereo da carico, il 25 febbraio del 1950.

 *Centro Regionale Beni Culturali   

tutti pazzi per la Civita

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