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Francesco De Vincentiis, una vita per l’arte, nasce il 1° ottobre 1874 a Chieti, da Domenico e Maria Ranalli, e muore l’8 marzo 1938.

di Walter De Vincentiis*

Rimasto orfano di madre in tenera età, fu allevato dal padre.

Fin da fanciullo mostrò una predisposizione ad una facilità di disegno veramente notevole.

A diciannove anni, ottenuta una borsa di studio dall'amministrazione provinciale, approdò a Napoli alla scuola di Filippo Palizzi, suo comprovinciale che lo ebbe tra gli allievi più cari.

Nel 1889, prendeva parte al concorso internazionale di Torino, fra pittori e scultori, per una testa di Cristo. Enorme fu l'eco suscitata per l'assegno dei premi.

Il De Vincentiis, che era uno dei più giovani concorrenti, fra i quali si trovavano nomi di artisti affermati come quelli di Pietro Canonica, Leonardo Bistolfi, Francesco Jerace otteneva un bel successo. Infatti, nel numero 60 della rivista Empurium, Enrico Thovez in un suo articolo critico così diceva: "Una menzione a parte merita il De Vincentiis, il quale pretese rappresentare Cristo e Giuda in due figure di beoni ma dipinte con una forza e una solidità veramente eccezionali, ben illuminate e gustosissime nel loro forte realismo".

Nel 1906, da Lucera, in provincia di Foggia, dove si era trasferito insieme al padre, emigrò a Londra, dove ben presto seppe acquistarsi una meritata reputazione.

Fra i lavori più importanti colà eseguiti, molti dei quali esposti alla Royal Accademy, è degno di particolare considerazione il ritratto di Lord Burman che ebbe grande successo nel campo artistico per il rilievo e la vita infusa dall'autorevole personaggio.

Dopo circa otto anni di permanenza nella capitale inglese, il De Vincentiis passò a Parigi e anche qui svolze una notevolissima attività tanto che in breve tempo si fece largo fra gli artisti stranieri, conosciuto ed ammirato in mostre personali e nelle esposizioni periodiche del Petit Palais.

E' di questo periodo il ritratto del defunto asso dell'aviazione francese Guilmer, ordinatogli dalla casa d'arte Dubois di Parigi per conto del Ministero della Guerra.

Nel 1917, Francesco De Vincentiis tornò in patria per indossare il grigio verde.

A guerra finita stabilì la sua dimora a Chieti richiamatovi da nostalgica passione per il natio Abruzzo.

Nel 1920-22 fu chiamato dal Comm. Giuseppe Mezzanotte ad insegnare disegno nella scuola industriale di Chieti.

Nel 1923 troviamo il De Vincentiis insegnare disegno a Torino ma il richiamo della sua terra è troppo forte e si stabilì definitivamente a Chieti.

L'opera artistica di questo periodo, infatti, è quasi tutta ispirata alle bellezze della sua terra. Le sue tele, nella loro semplicità, sono quanto mai suggestive, piene di colore, di luminosità e di vita e di esse traspare qualunque sia il soggetto, quel segno di tristezza e passione che conquistano l'animo e rendono la più soave verità l'ambiente abruzzese.

I suoi termini di vecchie cucine abruzzesi, i suoi focolari semi spenti nella oscurità della penombra ricordano i grandi fiamminghi; nei particolari poi, è di una evidenza che raramente si riscontra nei pittori più noti e più forti.

Le sue nature morte hanno poi veramente la gran vita dei quadri d'arte dei fiamminghi e dei napoletani del '600 ma con un senso di struttura gagliarda che al De Vincentiis derivò dallo studio della pittura di Filippo Palizzi e da una solida visione della realtà, delle cose sensibili e naturali.

Il De Vincentiis è stato un interprete acuto e analitico delle nature morte, diremmo quasi insuperabile per la vivezza del colore e la distribuzione e l'equilibrio dei valori.

I due ultimi più importanti valori dell'artista sono un quadro di grandi dimensioni (m6x3) il cui soggetto è tratto dal vecchio testamento: "Esther e Asshuer", nel quale l'autore conferma le sue qualità di luminoso colorista, tanto che la tela può competere con le composizioni di Giacinto Diana che adornano la cattedrale di Lanciano ove la tela è stata collocata.

L'opera, che è stata eseguita in circa 20 giorni, in una sala del Teatro Marrucino di Chieti a ragione della grandezza del dipinto, ricalca il bozzetto di un analogo quadro andato distrutto nell'incendio del 1933 nella cattedrale di Lanciano.

Il De Vincentiis ha svolto una sua libera interpretazione del tema offerto dal bozzetto con una esecuzione forte e sicura, con un audace cromatismo e con un evidente verismo nel vigore delle figure che si stagliano nette e robuste sull'aereo paesaggio.

La tecnica ricca di risorse, la tavolozza esperta, il disegno libero e disinvolto, oltre all'accuratezza di tutta l'opera fanno giudicare che una nuova e degna opera d'arte è andata ad arricchire la cattedrale di Lanciano.

L'altra tela è la "Madonna del Rosario" per la monumentale chiesa di San Bernardino all'Aquila, ispirata secondo il desiderio dei committenti ad un quadro di Francesco De Mura esistente in una chiesa della Calabria.

Il De Vincentiis vi ha messo di suo la forte tavolozza e ne ha fatto un lavoro del tutto degno dei grandi maestri del 600.

Dell'ultimo periodo di attività dell'artista ricordiamo alcune delle opere più significative: "L'autoritratto" da cui si sprigiona una vitalità, una potenza persuasiva che inchioda (del dipinto l'artista ha eseguito due copie); il ritratto "Mio figlio" palpitante di forza spirituale e di effetto paterno che commuove.

Opere queste, che da vicino ci fanno ricordare i quadri del Van Dyck e del Rubens.

Rimarchevole è uno studio per un quadro, "le bagnanti", che il De Vincentiis non fece o che non volle fare ma che assurge alla stessa importanza.

E ancora, "Un bambino con cipolle" luminoso e pieno di spirito; una "Giovane al bagno" suggestiva, ben intonata, piena di senso di verità e pudicità.

L'otto marzo 1938 l'artista decedeva.

Nel darne annuncio il "Giornale d'Italia" dell'undici marzo, con un articolo intitolato "Artisti d' Abruzzo che scompaiono" così precisava: "Dopo breve malattia è morto Francesco De Vincentiis, il più forte pittore abruzzese contemporaneo; eppure pochi lo conoscevano non solo in Italia ma anche nel natio Abruzzo, perché il De Vincentiis trascorse all'estero tutta la sua giovinezza: a Londra e a Parigi ove la sua arte è ancor oggi fortemente apprezzata".

L'articolo inoltre puntualizzava: "Francesco De Vincentiis, dal dopo-guerra ad oggi, è rimasto in un ambiente troppo ristretto per la sua arte. La sua concezione artistica, la sua perfetta visione del colore avevano bisogno di ambienti molto più vasti per dargli qualla rinomanza che giustamente meritava."

Sorvolando sopra il suo stato civile le sue opere ci portano d'un balzo a tre secoli indietro, e cioè in pieno seicento.

Evidentemente De Vincentiis era un pittore ben nutrito di esperienza acquisita attraverso il lavoro costante e il tormento dello studio.

E come dall' articolo de "il Messaggero" datata 4 luglio 1938: "Chieti è orgogliosa di questo artista che considera come il prodotto più genuino e più nuovo della sua sensibilità, che è coloristica e musicale insieme, della sua antica tradizione di arte e della sua cultura.

E' certamente non a caso che oggi può porre Francesco De Vincentiis accanto a Francesco Paolo Michetti, che si educò nella grandi patrie dei suoi colli, a Nicola De Laurentiis e al lontano Antonio Solario detto "lo zingaro" che fu il fondatore della scuola pittorica napoletana".

tutti pazzi per la Civita

*Walter De Vincentiis pittore-restauratore in Chieti 

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