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Leopoldo DorrucciLeopoldo Dorrucci, letterato, sacerdote illuminato, patriota, insigne latinista, liberale convinto, nasce l’11 febbraio 1815 a Sulmona, da Ludovico e Maria Emidia Dorrucci, e muore il 27 ottobre 1888.

di Carlo Maria d’Este*

La sua era una onorata famiglia sulmonese di ricchi proprietari terrieri ai vertici della cittĂ  sin dal XVI secolo.

Fu battezzato il 14 febbraio nella chiesa cattedrale di San Panfilo con i nomi Leopoldo, Gabriele, Francesco, Panfilo.

Compie i primi studi nel Seminario locale sotto la direzione del Vescovo mons. Francesco Felice Tiberi (1763 – 1828).

Venne ordinato sacerdote a soli 22 anni nel 1837 e nello stesso anno si trasferisce all’Aquila dove seguì prima le lezioni di Lorenzo Camilli e poi studiò nel Collegio dei Tre Abruzzi, mettendosi in mostra come buon versificatore con endecasillabi composti a condanna del trasferimento in quel Collegio.

Dal 1841 al 1844 è a Napoli per frequentare all’Università i corsi di Filosofia e Matematica. Durante il soggiorno napoletano, oltre a studiare, lavorò come precettore presso il principe di Ottaviano e presso la famiglia Statella.

Collaborò a vari giornali e riviste artistiche filosofiche e letterarie come “Progresso”, “Giornale enciclopedico”, “Poliorama pittoresco” e “Giornale abruzzese”.

Conobbe e frequentò i fratelli Silvio e Bertrando Spaventa, Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis.

Quando strinse fraterna amicizia con il concittadino Panfilo Serafini sposò definitivamente la causa liberale.

Rientrato a Sulmona nel 1845, si adopera per la fondazione di un Istituto di Lettere e Scienze, al fine di educare le giovani generazioni al culto della patria unita e libera e all’affrancamento dalle sudditanze borboniche e pontificie.

Il vescovo della città mons. Mario Mirone prenderà le distanze da tale progetto per ragioni facilmente comprensibili: Dorrucci prese a cospirare contro i Borboni unitamente all’amico Serafini e ai tipografi Ubaldo Angeletti e suo figlio Antonio e nel clima di repressione borbonica l’Istituto fu oggetto di ripetute perquisizioni e chiusure.

La città di Sulmona con Teramo e L’Aquila diventava, in Abruzzo, il centro della rivoluzione per l’unificazione dell’Italia e Dorrucci, antiborbonico e fiero sostenitore degli ideali antiteocratici e liberali, finì nel mirino della polizia borbonica.

Per il suo rifiuto di firmare contro lo Statuto, nel 1848 fu costretto alla fuga; riparò dapprima a Frattura di Scanno poi brevemente ad Introdacqua e quindi a Roma.

Rientrò a Sulmona l’anno seguente riprendendo l’insegnamento nell’Istituto e l’attività di cospiratore per l’Unità nazionale.

Alla chiusura dell’Istituto si dedicò all’insegnamento della filosofia nel locale Seminario e nello stesso anno, il ’49, gli fu proibita la predicazione.

Nella notte tra il 27 e il 28 aprile del 1849, fu affisso sui muri della città un manifesto contenente un sonetto “sedizioso”, accusatorio della politica liberticida dei Borboni.

La paternità di quel sonetto fu subito pretestuosamente attribuita dalla polizia borbonica a Panfilo Serafini, al quale costò l’arresto e quindi la condanna, il 21 marzo del ’54, per propaganda antiborbonica, a venti anni di ferri nel carcere di Montefusco (AV), Montesarchio (BN) e Procida.

Il sonetto in verità, secondo Benedetto Croce, pare fosse opera di Leopoldo Dorrucci, che si fece carico del sostentamento economico del suo amico durante tutto il periodo della detenzione e dell’esilio poi a Chieti.

Nel 1855 gli venne affidata la direzione del Seminario diocesano a Sulmona ma rinunciò al canonicato, considerato che per ottenerlo era necessario l’exequatur, ossia il placet del governo borbonico, a cui Dorrucci non si sarebbe mai sottoposto.

Nel 1860 fu nominato consigliere comunale a Sulmona e l’anno seguente con l’Italia finalmente unita, divenne deputato al Parlamento Nazionale di Torino, eletto nel collegio di Popoli, nell’VIII legislatura dal 1861 al 1865.

Determinate fu il suo impegno parlamentare per la costruzione della tratta ferroviaria Pescara – Sulmona.

L’11 novembre del 1864 a Sulmona muore Panfilo Serafini, gravemente malato e devastato dai forti disagi patiti durante la prigionia; Leopoldo Dorrucci, profondamente colpito dal luttuoso evento, compone un carme in endecasillabi sciolti per la morte dell’amico in cui mostra di possedere vena versatile e parola suadente, facile capacità di piegare i metri a sentite consonanze interiori.

Giuseppe Papponetti

Alla scadenza del mandato, continua l’azione politica nella sua città; nel 1866 dopo la nomina a direttore dell’Ospizio dell’Annunziata, si dedicò all’attività culturale e alla direzione della Scuola Magistrale, alla cui fondazione si era attivato in precedenza, del Collegio Ovidio, delle Scuole Tecniche e del Regio Ginnasio, da lui fortemente voluto.

In poco tempo tutte le scuole sulmonesi sono sotto la sua guida e, nonostante brevi periodi di distacco dovuti alle aspre polemiche politiche cittadine all’indomani dell’Unità, mai rinuncerà al suo ruolo e all’insegnamento.

Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e dell’Ordine della Corona d’Italia, promosse e diresse nel 1874 il settimanale “La Gazzetta di Sulmona”.

Fu anche poeta e scrittore fecondo nonché fine traduttore delle opere di Ovidio raccolte in due volumi per la Barbera di Firenze: il primo i Fasti e le Eroidi del 1879 e il secondo le Metamorfosi del 1885.

La sua città lo vide protagonista, all’indomani delle vicende risorgimentali, di una ripresa culturale cittadina di cui investe prima Nunzio Federigo Faraglia e poi stabilmente Antonio De Nino, Pietro Piccirilli e Giovanni Pansa.

Alla crescente fama acquisita in campo nazionale fanno da contraltare le beghe legate a risentimenti paesani.

Nel 1883, quando la Barbera di Firenze pubblica il commento di Panfilo Serafini al Canzoniere di Dante, volume sostenuto finanziariamente e riveduto nelle carte inedite dallo stesso Dorrucci, Nicola Serafini, erede del martire intellettuale Panfilo, fa circolare in città un opuscolo diffamatorio nei confronti del sacerdote insegnante col quale, oltre a rivendicare per il suo illustre familiare la paternità del famoso sonetto del ’49, tenta di coprire di ridicolo il prestigio del Dorrucci.

La polemica ha un epilogo drammatico sfociando nell’aggressione del Serafini, armato di compasso, a danno del sacerdote.

Le ferite riportate dalla vittima sono serie e lo costringeranno ad un lungo periodo di convalescenza e quindi di assenza dalle scuole.

La sua forte fibra lo porta a riprendersi perfettamente e a lottare ancora contro ogni avversario vecchio e nuovo con la consueta vigoria e irriducibile spirito polemico.

Nel 1888 all’Aquila fece parte della commissione ordinatrice del concorso agrario e della commissione sull’esposizione industriale; nello stesso anno fu tra i fondatori della Deputazione di Storia Patria.

La morte lo colse nella sua stanza al tavolo di lavoro nel Collegio Ovidio di Sulmona dove aveva preferito vivere lasciando la sua casa. Era il 27 ottobre 1888.

Dell’adesione di Leopoldo Dorrucci alla massoneria non si hanno riferimenti documentari ma l’amicizia col Serafini, l’orientamento politico schiettamente liberale e, non ultimo, l’ampio necrologio che a lui dedicò “La Tribuna”, giornale di chiara ispirazione massonica, alla sua morte, potrebbe far ritenere che egli nutrisse almeno simpatie per gli ideali di fratellanza dell’antica associazione.

A 200 anni dalla nascita, il 24 dicembre 2015, il letterato patriota è stato ricordato a Sulmona con l’apposizione di una lapide sulla facciata della sua casa natale.

*Centro Regionale Beni Culturali 

tutti pazzi per la Civita

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