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Francesco Michitelli, storico, nasce il 30 aprile 1797 a Teramo, da genitori cugini, Biagio e Gaetana Coletti dei baroni di Notaresco, e muore a Chieti il 23 gennaio 1863.

di Carlo Maria D’Este*

La sua famiglia, di remote origini polacche ma ben inserita nel capoluogo aprutino sin dal XV secolo, risulta partecipe delle vicende culturali e politiche della cittĂ  sempre in posizioni di vertice.

Fu il padre Biagio, seguace di Locke e Condillac e prolifico autore di traduzioni da Pope, Sterne e Shakespeare ma anche di volgarizzamenti da Tacito, ad alimentare nel giovane Francesco l’interesse per la letteratura classica.

Il Michitelli, dunque, ricevette la sua prima formazione culturale in ambiente familiare, seguendo gli spostamenti per lavoro del padre dall’isola d’Elba a Napoli, Trani, Otranto e Lecce.

Qui Biagio, nel 1810, aveva ricevuto la nomina a presidente della Corte Criminale e Francesco intraprese gli studi nel Real Collegio di quella cittĂ , per continuarli nel 1812, in seguito a un nuovo trasferimento del padre in Abruzzo, nel Real Collegio di Sulmona.

Di indole irrequieta e ribelle, mal sopportava il sistema educativo, cosicché ben presto allo studio preferì la vita militare. Lasciata la scuola, nel 1812 raggiunse Napoli, dove fu arruolato, come volontario, con il grado di caporal sergente, nel 4° reggimento di fanteria di Linea.

Poco dopo il padre riuscì ad ottenere che dai reggimenti di linea, dove era giunto al grado di sergente, passasse nelle compagnie scelte della legione di Teramo. Sciolta la legione, poté tornare a casa.

Dal 1817, rimasto molto scosso dalla perdita della madre Gaetana, si immerse negli studi letterari, prediligendo la lettura delle opere di Dante Alighieri.

Di grande importanza nella sua formazione fu lo zio Eugenio Michitelli, ingegnere di idee liberali, che non gli fece mancare il suo incoraggiamento e l’aiuto economico necessario nei momenti di difficoltà e lo indirizzò a una visione politica progressista.

Risalgono a questo periodo le due tragedie che segnano l’inizio della sua attività letteraria: “Aganadeca” del 1818 rappresentata al teatro “Fiorentini” di Napoli nel giugno 1820, “Dartula”, scritta nel 1818 e rappresentata in Chieti il 10 marzo 1819 al teatro “Marrucino” e in seguito al teatro “Corradi” di Teramo.

In questa prima produzione del Michitelli è evidente l’adesione del giovane commediografo teramano all’Arcadia lugubre e preromantica. Il copioso effluvio delle intonazioni sentimentali e malinconiche che pervade le due tragedie, l’indugiare sul cupo e sul lugubre, segnalano la fascinosa soggezione esercitata dai poemi di Ossian.

A queste si affiancheranno, pubblicate nel 1841 ma scritte nel ’21 e nel ’22, due ulteriori tragedie legate alla tensione risorgimentale: “Il Battista” e “Manfredi” alle quali Michitelli affida l’ambizioso compito di rigenerare la tragedia classica.

A differenza delle prime due, queste ultime evidenziano il distacco dal gusto estetico romantico, richiamandosi piuttosto al modello delle tragedie di Vittorio Alfieri, una drastica inversione di rotta, l’abbandono di quelle coloriture romantiche che avevano caratterizzato l’esordio giovanile del Michitelli.

Dopo l’esperienza di tragediografo, dal 1821 è a Napoli con un modesto impiego presso la Direzione generale di Ponti e Strade per poi passare nel 1836 alle dipendenze delle Dogane del Regno, dapprima all’Aquila e Pescara e infine di nuovo a Napoli.

Si accosta all’attività giornalistica nel ’36, data in cui compare a sua firma sul numero di esordio del mensile teatino, diretto da Pasquale De Virgiliis, “Filologia Abruzzese”, la traduzione della “Storia di Maria” di Laurence Sterne.

Nel 1837, abbandonata la collaborazione con il mensile di De Virgiliis, inizia a scrivere soprattutto articoli di storia patria e biografie per “Omnibus Letterario”, prestigioso periodico diretto da Vincenzo Torelli.

Maggiore attivismo, però, il Michitelli lo dispiega per “Omnibus Pittoresco” pure diretto da Torelli, al quale collabora fino al 1842 con recensioni artistiche. Il 30 settembre del 1837, fonda un suo giornale, “La Toletta”, di cui sarà redattore e proprietario, stampato a Napoli presso lo stabilimento tipografico di Filippo Cirelli; giudicato frettolosamente una «modesta compilazione» dallo scrittore Raffaele D’Ortensio, biografo del Michitelli, in realtà presenta più di uno spunto interessante.

Fu uno dei primi periodici dedicati alla moda femminile, con accurate illustrazioni, riprodotte su licenza della rivista francese “Le Follet”; ospitava anche rubriche dedicate all’attualità, al varietà, alla musica e al teatro, riservando ampi spazi alle traduzioni di novelle dal francese e dall’inglese, un settore sostanzialmente trascurato in Italia. Alle rubriche si aggiunge in seguito, anche una pagina di musica, curata dal poeta Gaetano De Pasquali.

Entrato sommessamente nel variegato scenario della stampa periodica napoletana, pur nelle ristrettezze economiche in cui versava la redazione, la “Toletta” tra il 1842 e il ’43 conosce un momento felice grazie alle collaborazioni di Vincenzo Torelli, di Francesco Trinchera, Angelo Brofferio, Cesare Bordiga e Pasquale Stanislao Mancini, cioè di un drappello di scrittori e giornalisti se non illustri almeno noti e sufficientemente apprezzati, legati al Michitelli dalla comune passione culturale e giornalistica.

L’esperienza giornalistica, come quella letteraria drammatica della gioventù, lasceranno il passo al più proficuo impegno storiografico e politico del Michitelli, indice di una scelta più meditata e matura di incidere nel sociale. Nel 1839 uscirono a Napoli i “Cenni storici di Guido e Cesare Ferramosca”, primo di una serie di studi storici.

Nel 1848 dette alle stampe a Napoli un opuscolo di “Rimostranze al governo”; dell’anno dopo è la “Storia degli ultimi fatti di Napoli fino a tutto il 15 maggio 1848” stampata in mille esemplari dalla tipografia Barone, opera per la compilazione della quale Michitelli si servì di cronache di giornali e di ricordi personali, nonché di autorevoli informazioni e documentazioni presumibilmente fornite, a volte, dalle stesse autorità di polizia.

Il volume, ancor oggi da tenere nella debita considerazione per la ricchezza e l’attendibilità dei dati, fu avversato dal giurista Terenzio Sacchi e nel 1853 comportò prima il carcere e poi l’allontanamento di Francesco Michitelli da Napoli, divenendo per le sue posizioni antiborboniche assai inviso al governo.

L’ultima, impegnativa sua fatica, ammalatosi gravemente prima ancora di vederla pubblicata, fu la “Storia delle rivoluzioni nei Reami delle Due Sicilie”, in tre volumi divisi in cinque libri, stampata a Chieti nel 1860 dalla tipografia Del Vecchio. Colpito da paralisi, trovò ancora la forza di recarsi alle urne in ottobre, in occasione del plebiscito per l’unificazione del Regno.

In riconoscimento della sua opera storiografica Vittorio Emanuele II gli fece recapitare una medaglia d’oro con inciso un elogio personale, e Giuseppe Garibaldi un ritratto con dedica autografa.

Morì a Chieti il 23 gennaio del 1863. Nel 1872 fu posta nel liceo ginnasio “Melchiorre Delfico” di Teramo una lapide con una epigrafe dettata dal pedagogista Giuseppe Danelli che celebrava le sue benemerenze di letterato e patriota.

*Centro regionale Beni Culturali

tutti pazzi per la Civita

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