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Tommaso CianiTommaso Ciani, allievo carabiniere a piedi volontario, nasce il 10 febbraio 1916 a Capitignano.

Ammesso reiteratamente a rafferma, dall’aprile 1940 venne mobilitato con il 9° Battaglione sul fronte jugoslavo partecipando alle operazioni di guerra che ebbero inizio l’anno successivo.

Dopo l’inevitabile sbandamento delle truppe italiane seguito all’annuncio dell’armistizio l’8 Settembre, Ciani fu tra i primi che a Spalato, nelle convulse giornate che seguirono, decise, con altri 160 carabinieri, di unirsi ai partigiani jugoslavi dando corpo ad un reparto che, già dal 14 settembre, con il nome di Battaglione Garibaldi, sarà subito impiegato contro i tedeschi.

Parteciperà così alle operazioni di guerra che faticosamente porteranno la formazione italiana, inquadrata nell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, alla progressiva liberazione del paese dall’occupazione nazifascista.

Il 3 aprile 1944, gli italiani si trovano a fronteggiare il nemico che, “con forze ingenti” come annota nel diario storico il tenente Ilare Mongilardi, “dilaga con numerose colonne nella vallata di Magaljdol, cosicché il nostro battaglione si trova da solo, ora, a contenere l’avanzata verso Mrkonjic Grad”.

La giornata si concluderà per il contingente italiano con un bilancio di un morto due feriti e 10 dispersi, fra i quali deve annoverarsi anche Tommaso Ciani che, ferito in combattimento alla mano destra e catturato dai tedeschi, dopo qualche settimana di ricovero nell’ospedale tedesco di Zenica verrà trasferito nel penitenziario di quella località.

I ricordi dei reduci passati per la vecchia prigione austroungarica rendono eloquente testimonianza delle sofferenze patite:

Il penitenziario più terribile della Bosnia […] è orribile per le sue celle, camere di punizione, gabbie di ferro, etc

[…] molto “attraente” se ripenso a quelle 12 forche già attrezzate di corde con nodo scorsoio nell’ampio cortile della prigione 

La prigione consisteva in grandi cameroni, mura robuste e gabbie di ferro collegate tra loro col solo passaggio di un paio di metri lungo i muri. La metà dei prigionieri in poche settimane venne seppellita in fosse comuni intorno al carcere. Oltre agli stenti, la causa di tanti morti in quel carcere – come anche nel resto della III Brigata alla quale appartenevamo – era dovuta al tifo petecchiale.

I prigionieri, sottoposti alle continue pressioni per aderire alla causa del nazifascismo, erano destinati, in caso di rifiuto, ad essere trasferiti a bordo di carri bestiame divisi in gruppo alla volta di Belgrado per poi raggiungere poi la Germania, come ricorda Lancisi:

Questa la sorte dei primi due gruppi, di cui facevo parte anch’io.

Il terzo ed ultimo gruppo invece ebbe una sorte migliore: i partigiani jugoslavi fecero saltare i binari della ferrovia con un colpo di mano.

Fu praticamente messa fuori combattimento tutta la scorta armata e liberati i prigionieri.

Molti torneranno in montagna con i partigiani jugoslavi e con la Divisione partigiana italiana «Italia» che rientrò in patria da Trieste alla fine della guerra.

Tommaso Ciani fu appunto tra coloro che, liberati dai partigiani il 14 ottobre 1944, non esitarono a schierarsi nuovamente con il contingente italiano pur potendo sfruttare l’opportunità del rimpatrio attraverso Dubrovnik, dove era stato allestito un centro di raccolta di militari e prigionieri italiani attrezzato dal Regio Stato Maggiore per organizzarne il ritorno a casa, essendo la Jugoslavia meridionale ormai liberata dalla presenza delle truppe germaniche.

Lasciato il campo di concentramento tedesco, Ciani è tra quanti antepongono al desiderato ritorno in patria la scelta dell’impegno per la liberazione definitiva del paese dal dominio nazifascista.

Raggiunge così le posizioni dei battaglioni dei connazionali nella capitale serba per non far mancare il suo sostegno a combattimenti che si protrarranno per dieci giorni casa per casa prima della definitiva sconfitta dell’esercito tedesco.

Può così partecipare alla battaglia di Belgrado e continuare, nella appena costituita Brigata Italia, ottenuta dalla fusione dei battaglioni Garibaldi, Mameli, Matteotti e F.lli Bandiera, la risalita verso Zagabria affrontando i rigori di un nuovo inverno, ben resocontato nel diario storico dal sottotenente Marras:

18 dicembre 1944. Spajinske Njive. Continua sempre tenacemente la pressione sul nemico che pur subendo colpi mortali dal fuoco d’artiglieri oppone resistenza.

E’ da notare l’alto spirito di sacrificio e senso del dovere dei nostri militari, che pur essendo equipaggiati solo in parte per mancanza di pastrani, indumenti calzature ecc., sopportano in linea temperature rigidissime, oltre tutti gli altri disagi cui può essere sottoposto un combattente.

Liberata finalmente Zagabria, la Brigata Italia viene progressivamente smobilitata nel mese di luglio e Ciani potrà ripresentarsi alla legione territoriale di Roma e rientrare nei ranghi dell’Arma per servire il paese in tempo di pace.

Proseguirà la carriera fino al grado di Tenente dei Carabinieri, insignito della medaglia d’argento «per la sua attività militare assieme ai partigiani nelle montagne Iugoslave».

tutti pazzi per la Civita