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Adriano Olivetti: quel che resta d'una utopia

 

Moriva 50 anni fa l’ideatore di Comunità.

I ricordi della figlia Laura

ALBERTO PAPUZZI

 

Era il 27 febbraio del 1960 quando sul rapido Milano-Losanna moriva all’improvviso Adriano Olivetti, a cinquantanove anni.

Aveva appena dato alle stampe Città dell’uomo, libro che raccoglieva scritti e discorsi sul movimento di Comunità, da lui fondato, sul mondo della fabbrica, su urbanistica e territorio, sui problemi del Mezzogiorno. La morte coincideva con il massimo splendore della fabbrica di macchine da scrivere fondata a Ivrea nel 1908 dal padre Camillo, e modernizzata da Adriano come simbolo di progresso tecnico, di cultura razionalista, di Welfare aziendale. Giusto un anno prima era stato presentato il calcolatore elettronico Elea 9003. Cinquant’anni dopo la Olivetti non c’è più. Ma che cosa resta di quella esperienza, ancora circondata da un alone romantico? Quali sono i ricordi e le suggestioni di una memoria olivettiana?

Lo abbiamo chiesto a Laura Olivetti, ultima dei quattro figli di Adriano, presidente della Fondazione a lui intitolata. Alla morte del padre aveva appena compiuto nove anni. Ricorda un uomo affettuoso e disponibile, anche se spesso inevitabilmente lontano. Un genitore normale in una famiglia normale: «Veniva a casa per l’intervallo di mezzogiorno, con il pacco dei giornali, mangiava con noi, riposava un pochino e tornava in fabbrica. Poi rientrava all’ora di cena, e lo rivedo guardare i titoli del telegiornale che continuava a chiamare giornale radio».

Nella storia industriale torinese si è creata una contrapposizione fra due modelli imprenditoriali, quello degli Agnelli e quello degli Olivetti: quanto è reale questa contrapposizione? «Mi è molto difficile rispondere esplicitamente a questa domanda. Io penso che gli Agnelli, con tutto il rispetto che provo per loro, fossero una famiglia borghese che a fine Ottocento ha intuito la bontà d’un investimento, e ha avuto successo. Invece gli Olivetti fanno proprio un percorso diverso: il punto fondamentale è che la loro cultura scientifica e tecnica li metteva in grado di disegnare gli oggetti che poi producevano. Gli Agnelli hanno avuto alla Fiat ottimi tecnici e grandi progettisti, mentre mio nonno e anche mio padre - sebbene lui meno di altri - possedevano la tecnica manuale per progettare essi stessi. Al di là di tante cose che si dicono, la vera differenza è nel background dell’Ottocento. Erano proprio due matrici culturali diverse».

Con la loro formazione imprenditoriale e con la loro utopia industriale, gli Olivetti sono stati un caso unico in Italia. «Sia mio nonno Camillo sia mia nonna Luisa venivano da ambienti molto colti. Mio nonno ha insegnato a Standford per un anno a fine Ottocento. Era un ebreo che non praticava la religione, sebbene in famiglia ci fosse un rabbino, era di idee socialiste e iscritto al partito socialista. Ma l’influenza decisiva venne esercitata da mia nonna, figlia di un pastore valdese, che era un apprezzato biblista. Questa matrice valdese che combinata con lo spirito socialista si traduceva in un rigore a operare per il prossimo, diede all’azienda le caratteristiche che si conoscono».

A costruire la leggenda olivettiana ha contribuito in maniera determinante la presenza nella fabbrica di Ivrea di uno stuolo d’intellettuali stretti collaboratori di Adriano: urbanisti e designer (Zevi o Sottsass), poeti come Giudici, scrittori come Volponi, sociologi come Ferrarotti, letterati come Pampaloni, e molti altri. Queste presenze che cosa significavano nella realtà della fabbrica? «Bisogna distinguere. Gli urbanisti progettavano il territorio, facevano i piani regolatori. Il Prg di Ivrea ha alle spalle un lavoro certosino sia sulla parte tecnica sia sul tessuto sociale. Gli altri intellettuali corrispondevano a un’idea di mio padre: che si ottenevano buoni frutti quando le competenze tecniche (gli ingegneri, i progettisti) erano affiancate da competenze umanistiche. Mio padre credeva rigorosamente nell’incontro delle due culture. Una compensava l’altra, tant’è che Paolo Volponi è stato direttore del personale. Da ciò l’importanza del design, per dare a prodotti tecnologici una forma estetica».

Spesso si dimentica che Adriano Olivetti è stato anche un politico, come leader del Movimento di Comunità, eletto deputato nelle elezioni del 1958, unico della lista, con 173 mila voti. «Lui era totalmente apartitico - spiega la figlia -, ma pensava che le sue idee innovatrici e riformiste potevano essere perseguite solo attraverso i canali della politica. Facendo un errore madornale perché è stato assolutamente schiacciato dalla politica romana, essendo la persona più lontana da quel mondo che si potesse pensare». Ma alla fine Adriano Olivetti è un uomo sconfitto? «Domanda difficilissima che anch’io mi sono posta personalmente. Per certi versi sì, è uno sconfitto. Forse più da vivo che da morto. Ha lottato molto per le sue idee, ma non è stato capito, tranne che nel Canavese e in Basilicata, o in piccole frange. Ricordo di lui i momenti di allegria ma anche rivedo la tristezza di giorni cupi. Oggi però si torna a parlare di lui. È un riconoscimento in ritardo, soprattutto per lui, ma fa piacere che si veda quello che ha seminato».
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