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Lo scrittore che troppi hanno scambiato per un battutista

Quel profeta del Grande Nulla Italiano

di Massimo Raffaeli

Nasce a Pescara il 5 marzo 1910 e si spegne e Roma il 20 novembre 1972.

Ha scritto due romanzi essenziali, Tempo di uccidere (‘47) e Melampus (‘70), eppure Ennio Flaiano non ha avuto mai accesso al cosiddetto Canone del nostro Novecento.

Basta aprire Internet per accorgersi che, nel senso comune, egli resta un autore di pungenti aforismi e glaciali freddure, insomma un outsider brillante e dispersivo, quasi il gemello di Mino Maccari e di Leo Longanesi, firmatario in vita sua di appena sei libri cui non ha giovato neanche il continuo stillicidio delle pagine postume (per lo più diari, scritti giornalistici, pièces teatrali e radiofoniche) culminato a metà degli Anni Novanta nell'impeccabile edizione delle Opere (Bompiani «Classici ») a cura di Maria Corti e Anna Longoni.

 

Un doppio e persistente stereotipo ipoteca la sua ricezione e la rende non solo distorta ma, alla lettera, equivoca.

Il primo lo confonde nella schiera dei cinematografari e degli scrittori, spesso di seconda fila, che resero un servigio comunque indispensabile al neorealismo e alla commedia all'italiana: è noto che Flaiano scrisse decine di soggetti e di sceneggiature (comprese quelle per La dolce vita di Fellini e La notte di Antonioni), ma dovrebbe essere altrettanto chiaro il fatto che mantenne con il cinema un legame di profonda e non meno drammatica ambivalenza, prodigando il suo talento di professionista e nello stesso tempo paventando ne venisse intaccata, o espropriata, la sua cifra d'autore: ciò che, suo malgrado, è regolarmente avvenuto.

Il secondo stereotipo assimila d'acchito Flaiano al Mondo di Mario Pannunzio e all' Espresso di Arrigo Benedetti o insomma alla bohème di Via Veneto che una memorialistica trionfale celebra da mezzo secolo come esempio di minoranza virtuosa, laica e preveggente, da opporre tanto alla credulità democristiana quanto all'accecamento delle plebi comuniste: qui è vero che del Mondo Flaiano fu per un periodo addirittura caporedattore ma è anche vero, d'altro lato, che fu un uomo troppo accidioso e un intellettuale troppo sospettoso per lasciarsi convertire mai al verbo del «terzaforzismo ».

Va aggiunto che non era affatto un «anticonformista » ma un autore del tutto indipendente, mentre va ricordato che l'anticonformismo è oggi la bandiera ideologica delle anime belle, probabilmente ipocrite, le quali definiscono bipartisan il loro sfacciato opportunismo: con una discendenza simile Flaiano non ha, ovviamente, nulla a che vedere.

Tant’è che scrisse, contro ogni evidenza, due grandi romanzi di segno etico-politico.

Tempo di uccidere, in un'unica presa di fiato, è l’esplorazione di un possibile altrove nello spazio-tempo che gli storici chiamano del colonialismo straccione: è la vana ricerca di una alterità, forse di una personale redenzione nel mal d'Africa, da parte di chi si trova invece prigioniero di una identità cancerosa, con addosso i segni di una mala educazione divenuta via via male di vivere, una retorica bugiarda e omicida che si manifesta sul corpo del protagonista come una lebbra vera e propria.

Trent’anni dopo, Melampus ha il sapore di un bilancio e di un congedo: c’è ancora una fuga dall'Italia e un altrove ulteriore, New York, dove muoiono i sogni di una giovinezza rediviva e svaniscono, in una cognizione autodistruttiva, i miti dell’american way of life che sta intanto divenendo, prima che una moda, un' obbedienza planetaria.

Ha scritto uno dei pochi romanzieri che abbiano guardato a Flaiano come ad un maestro, Franco Cordelli, che in lui l'umorismo è la maschera di un totale disinganno, che per lui «l'inganno è tutto, cioè sono tutti i sentimenti, le illusioni, le menzogne».

Quella sua scrittura nervosa e precisa, di insinuante chiarezza, dunque traduceva o compensava una noia di livello superiore, la piena consapevolezza di parlare, oramai, al deserto dell'etica e della politica. E' detto infatti a un certo punto di Melampus: «La noia conduce alla letteratura. E devo mettere in conto di annoiarmi ».

Fingeva di parlare soltanto a se stesso, fingeva addirittura di scherzare e motteggiare, perché sentiva di dover parlare al cospetto di un vuoto: senza affatto volerlo, presagiva il Grande Nulla Italiano che da almeno vent'anni dà grande spettacolo di sé e oggi attinge la sua perfezione. Anche per questo motivo fa comodo a molti, tuttora, prendere un genio per un battutista.

www.lastampa.it

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