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Garibaldi, l’eroe conteso fra Craxi e Spadolini

Roma, 5 mag (Il Velino) - Garibaldi fu un antesignano del socialismo o un campione del repubblicanesimo?

È intorno a questo interrogativo che, per buona parte degli anni ’80, verté il dibattito politico-culturale (non privo di asprezze) fra Bettino Craxi e Giovanni Spadolini.

Un tenzone all’apparenza paradossale, dato che l’Eroe dei due mondi morì dieci anni prima che nascesse il Partito socialista e al tempo stesso dovette accettare compromessi che lo misero spesso in contrasto col repubblicano Mazzini. Eppure quella che ebbe come protagonisti i due politici fu una querelle vissuta con passione, per quanto non priva di interessi di parte: riconoscere Garibaldi quale precursore in linea diretta avrebbe infatti consentito a entrambi di proporsi quali suoi legittimi continuatori.

Cosa non di poco conto, per due politici che ambivano guidare il vagheggiato ma mai realizzato polo laico in alternativa al predominio Dc. Nel 1978 Craxi aveva già rivendicato, in chiave anticomunista, la discendenza del socialismo dall’anarchico Proudhon anziché da Marx.

Pochi anni dopo, finita ormai la parentesi della solidarietà nazionale e arrivato il momento per la Dc di lasciare Palazzo Chigi dopo lo scandalo della P2, il nuovo punto di riferimento socialista divenne l’Eroe dei due mondi (già simbolo del Fronte popolare nel ’48), di cui il segretario del Psi era un fiero cultore del “generale”.

Proprio come Spadolini, che però poteva vantare il fatto di essere, prima che un politico, uno storico del Risorgimento riconosciuto a livello internazionale.

La “competizione” nacque su un terreno squisitamente privato: sia Craxi che Spadolini avevano cimeli garibaldini e ognuno riconosceva la propria collezione come più consistente e importante dell’altro.

E se il segretario socialista aveva pezzi raccolti in tutto il mondo e a Milano teneva perfino un busto di Garibaldi alto tre metri, il suo omologo repubblicano fra i pezzi più pregiati poteva vantare anche il materiale appartenuto al medico che tolse la pallottola dal malleolo a Garibaldi ferito in Aspromonte.

Ma dalle penne alle tabacchiere, dalle ceramiche alle lettere autografe, la rivalità arrivò ben presto sul terreno politico.

Fu così che, mentre Spadolini sedeva a Palazzo Chigi, Craxi si diede a un autentico pellegrinaggio sui luoghi dello sbarco dei Mille in occasione del centenario della morte di Garibaldi (giugno 1982). Il segretario del Psi, col lancio del “socialismo tricolore”, iniziò a rivendicare il Garibaldi socialista antiautoritario e con una spiccata visione decentrata dello Stato.

D’altra parte, Spadolini prese a ricordare come Garibaldi in tutta la sua vita fondò un solo movimento, la Lega della democrazia, “che trasferita negli schemi di oggi sarebbe più prossima al Pri che al Psi”.

Ma la “guerra” non risparmiò colpi bassi, grazie anche alla sterminata progenie dell’Eroe dei due mondi.

Nel 1984 il Pri candidò Anita Garibaldi, pronipote del “generale” alle elezioni europee.

Per tutta risposta Craxi lanciò la “sua”, di Anita Garibaldi (anche lei pronipote, ma di Velletri, non di Bordeaux come l’altra) facendola eleggere insieme a Sandra Milo, Gigi Riva e all’ex miss Italia Brunella Tocci in quell’Assemblea nazionale del Psi che di lì a qualche anno Rino Formica avrebbe definito una “corte nani e ballerine”.

“È lei la vera Anita”, disse sferzante Bettino. Il quale, per dimostrare i propri galloni di “nobiltà” garibaldina nonostante la professata laicità, poco dopo si spinse anche oltre: nel 1986, da primo ministro, tenne infatti a battesimo il figlio di un funzionario dell’Eni (Giuseppe Garibaldi, ovviamente), pure lui pronipote in linea diretta dell’illustre omonimo in quanto figlio del generale Ezio e nipote di Ricciotti.

L’ultima eco di quei cimeli che a inizio anni ’80 iniziarono la disfida Craxi-Spadolini è del 1997.

L’ex leader socialista provò a far arrivare da Milano ad Hammamet la sua collezione.

Ma la spedizione, catalogata sulla scheda doganale come un qualsiasi carico di lana e filati, fu bloccata al porto di Livorno.

Nel centinaio di scatoloni sequestrati dalla Finanza c’erano anche medaglie commemorative, capi di vestiario, pistole e un cappello appartenuti all’Eroe dei due mondi.

Nessuno di questi era stato descritti nella bolla di accompagnamento e per la moglie di Craxi, Anna Moncini, ne derivò anche un processo per violazione delle leggi doganali.

Fossero ancora vivi, chissà che direbbero i due politici delle celebrazioni per i 150 anni dell’impresa dei Mille, visto che oggi pure “Il secolo d’Italia” apre in prima con lo slogan “Siamo tutti garibaldini”.

E poco importa che il “generale” nulla abbia a vedere con la destra europea divenuta nuova stella polare di parte degli ex An.

Perché a parità di camicia, quella rossa dell’Eroe dei due mondi è davvero un cambio cromatico un po’ troppo esagerato per lo storico quotidiano del Movimento sociale.

www.ilvelino.it