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Il patriota Vincenzo MassignĂ  e la Liberazione della CittĂ  di Teramo dal giogo nazi-fascista: il 15 giugno 1944 la Ottava Armata liberava la CittĂ  di Teramo dalle forze di occupazione germaniche.

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, nel 66° della Liberazione della Città di Teramo (13-16 giugno 1944) ricordiamo la figura di Vincenzo Massignani, comandante partigiano, dirigente politico e sindacale.

La storia del patriota-eroe nel travagliato contesto della rinascita democratica dell’Abruzzo.

La lezione di Masignà:“Bisogna mettere a fuoco i problemi dell’Abruzzo, giammai sostituirli e sostituirsi al mondo, alla società, alla letteratura, all’arte, all’economia dell’Abruzzo che ha una propria cultura”.

Le nuove generazioni conoscono poco la Storia della liberazione di Teramo, della quale fu testimone oculare, tra gli altri, don Giovanni Saverioni.

Molti hanno dimenticato sia il ruolo svolto dai partigiani e dalle “stellette” teramani nella Resistenza italiana sia il ruolo determinante svolto dall’Ottava Armata per liberare non solo la città di Teramo dai nazi-fascisti. La Festa del 14 giugno a Teramo ricorda la data in cui si insediò il Comitato di Liberazione Nazionale che affidò al partigiano Armando Ammazzalorso il “comando per il mantenimento dell’ordine pubblico”: il 23 giugno 1944, a suggello della rinnovata libertà e in rappresentanza dei partiti ricostituiti, fu eletto sindaco Antonino Ciaccio, decano dell’antifascismo teramano e “vecchio garibaldino”.

Gli Eroi della Resistenza aprutina. 

di Nicola Facciolini 

Sessantasei anni fa, giovedì 15 giugno 1944, gli Alleati dell’VIII Armata costringevano alla fuga le forze di occupazione germaniche che opprimevano da anni la città. Teramo era libera! “Venerdì 16 giugno 1944 – ricorda il sacerdote teramano don Giovanni Saverioni – i primi nuclei partigiani entrarono da trionfatori a Teramo, lungo corso San Giorgio, e trovarono la città finalmente libera dagli oppressori dopo la ritirata generale delle truppe tedesche e dei fascisti della Repubblica Sociale”.

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia e nel 66° della Liberazione della Città di Teramo (13 giugno 1944) ad opera delle truppe Alleate dell’VIII Armata Britannica, ricordiamo la figura di Vincenzo Massignani (questo il cognome originario, abbreviato successivamente in Masignà), comandante partigiano, dirigente politico e sindacale. Nasce a Teramo nel 1922. Brilla negli studi liceali e universitari, si laurea in Giurisprudenza. Avvocato, difende i lavoratori in cause del lavoro unanimemente considerate magistrali: significativa è la sentenza a difesa dei lavoratori della “Colaprico” di Pineto.

Scrive Masignà in un suo articolo dedicato al folclore abruzzese: “Esiste una cultura abruzzese…Occorre mettere a fuoco i problemi dell’Abruzzo, giammai sostituirli e sostituirsi al mondo, alla società, alla letteratura, all’arte, all’economia dell’Abruzzo che ha una propria cultura…Ma che cosa è attività umana, se non vita? Anche gli uomini del nostro Abruzzo hanno un’esperienza di vita, quindi hanno dei “concetti” intorno alla vita e una cultura”. Pochi conoscono la natura delle azioni patriottiche vissute dal Massignani e da migliaia di volontari patrioti teramani nella lotta di Liberazione dal giogo nazi-fascista, “uniti nell’idea universale della Libertà”; molti ignorano il pensiero del Nostro nel contesto della rinascita democratica dell’Italia quando si ricominciò pian piano a vivere, a leggere i giornali e ad ascoltare la radio liberamente.

Teramo ha ospitato i familiari di Vincenzo Massignani, la cara figlia Rita Paola Massignani in Bonolis, che ci hanno onorato della loro presenza partecipando alla commemorazione ufficiale in Provincia di Teramo, il 31 maggio 2008.

La vicenda della figura di Vincenzo Massignà, il cui cognome originario trova nel 1907 negli atti del Tribunale la registrazione e il ripristino definitivi, è legata alla sua formazione familiare. Figlio di un’illustre famiglia di celebri professionisti e di avvocati tra i più prestigiosi della città, imparentati con i Delfico; il padre Vincenzo senior e lo zio Arturo, di cui sono discendenti i noti professionisti che operano tra Teramo e Pescara.

Vincenzo senior era un avvocato coltissimo dedito agli studi umanistici: si ricorda uno studio sulla ceramica castellana pubblicato sul “Risveglio” di Biancone, la nipote Paola ricorda la sua ampia biblioteca teramana in via Trento e Trieste dove Vincenzo nacque. La madre apparteneva a una nota famiglia teramana, i Cocciolito, che legano e radicano Massignani alla sua numerosa famiglia e al popolo della città di Teramo. Sui libri del padre, immortalati dall’ex libris con i due leoni rampanti e dalla sigla VI.MA, Vincenzo junior studia, sconfinando dai testi scientifici di giurisprudenza ai classici letti e commentati a margine.

Pur aderendo al GUF per la sua frequentazione universitaria, si forma il suo orientamento socialista anche grazie alle posizioni paterne. E’ attivo nel mondo sportivo universitario come mezzo fondista, giocatore di pallacanestro, provetto nuotatore: molti ricordano i tuffi sul Po in pieno inverno. Durante l’occupazione nazista, Massignani organizza una compagnia di giovani del Gruppo d’Azione Patriottica (G.A.P.) i cui aderenti risultano: Guido De Angelis, Nicola Palucci, Alberto Quartapelle, Pasquale D’Ignazio, Mario Cocciolito, Berardo Cioschi, Berardo Verzieri, Manfredo Mobili, Francesco (Cecco) Di Bonaventura, Milziade Graziani, Giuseppe Tancredi, Maria Fusaro, Vincenzo Nardi, Giovanna Di Filippo Mobili, Gaetano e Silvano De Virgilis, Guido Di Ottavio, Giancola Enrico e Tommaso Ersone.

E Masignà li guida in azioni patriottiche fino alla Liberazione di Teramo. Massignani si occupa molto anche della diffusione delle idee partigiane. Con una macchina di ciclostile dell’Istituto “V. Comi” redige un foglio diffuso clandestinamente dal titolo “Idea proletaria”. Successivamente riesce a stampare tre numeri del giornale clandestino “La Rinascita”.

Dopo la guerra svolge l’attività di avvocato ed è per un periodo anche consigliere comunale. Negli anni dell’occupazione tedesca e del regime repubblichino di Salò, Vincenzo Masignà è il maggior protagonista dell’opposizione organizzata al regime. Negli anni precedenti, con il gruppo cospirativo giovanile dei Di Giuseppe, Binchi-Tirabove, Valente, Ambrosini, il Nostro già diede avvio a manifestazioni di dissenso clandestino. Masignà è un organizzatore attivo, riunisce intorno a sé Manfredo Mobili, Alberto Quartapelle, Guido De Angelis, Milziade Graziani (lo zio), i fratelli De Virgili, Maria Fusaro, Giovanna Di Filippo e altri. Essendo impiegato alla G.I.L. assieme a Maria Fusaro, preleva il ciclostile per stampare il primo foglio clandestino “Idea Proletaria”, successivamente con la collaborazione del tipografo Nicola Palucci, nottetempo in via Gabriele D’Annunzio stampa in una veste tipografica perfetta tre numeri di un giornale a quattro facciate dal titolo “La Rinascita”.

Per questo motivo il Palucci fu arrestato come fu messo sotto accusa il direttore della G.I.L. Alfonso Colleruoli e il custode Angelo Ciunci. Nessuno di loro svelò l’uso del ciclostile da parte della Resistenza. In quei giorni Masignà potè constatare la solidarietà umana e politica di un movimento che da avanguardia diventava decisamente di massa, di popolo contro il nazi-fascismo.

Masignà stabilisce il centro operativo nelle soffitte di casa sua e di Palazzo Pistilli dove abitavano Graziani e Mobili. E’ incoraggiato a ulteriori azioni temerarie come il trasbordo di armi in pieno giorno dalla G.I.L. con Ercole Roscioli di Canzano e Francesco Nori di Montorio. E proprio a Montorio al Vomano stabilisce contatti con partigiani. Si incontrano nella casa di Altitonante come da dichiarazioni di quest’ultimo e di Antonio Curini. A Teramo prende contatti con i comunisti della clandestinità, Aldobrando Adamoli, Felice Zippilli, Vincenzo Pultroni.

Le azioni gappiste del Masignà in città non vengono capite dalle formazioni di montagna di Ammazzalorso e Lorenzini, ma si stabilisce subito con loro una strategia comune condivisa. Il 12 giugno 1944, come da atto notorio di Aristide Partenza, Masignà guida il suo gruppo in un’impresa temeraria divenuta leggendaria nei pressi del ponte di Vena a Corno. In fuga dall’VIII Armata degli Alleati anglo-americani, una parte della colonna nazista semovente proveniente dal fronte di Ortona, dopo essere stata a Teramo ed aver saccheggiata la città, venne bloccata dai partigiani.

Nota è l’operazione del Masignà che alla testa del gruppo di Domenico Foglia disarma la colonna, rendendo inservibili gli automezzi, ostruendo quindi l’arteria. Poche ore dopo il suo gruppo è il primo ad entrare in città ripristinando ed assicurando l’ordine pubblico anche contro i saccheggi e le violenze varie nei confronti di cittadini, beni e cose. Grazie al C.N.L. i Partiti sopravvivono alle distruzioni ed alle follie della dittatura e della guerra.

Il sogno della democrazia, auspicato da Masignà in “Rinascita”, torna a manifestarsi tra i teramani.

Dopo l’arrivo di Rodomonte e di Ammazzalorso, entrano le truppe alleate anglo-americane. Teramo è libera ma per Masignà il rigore giustizialista è al primo posto. Per il Nostro la lotta continua. Lo scopriamo leggendo il titolo emblematico dei fogli che Masignà affigge nottetempo sui muri della città di Teramo:“Continuiamo la lotta”. Nei quali auspica l’accelerazione della legalità, il processo di defascistizzazione, la lotta contro i “profittatori”, i falsi patrioti, e stigmatizza il taglio dei capelli delle donne collaborazioniste che condanna politicamente.

Ma, a differenza di molti altri, cerca di spiegarle umanamente. Così scrive Masignà:“I veri nemici della democrazia sono altri, soprattutto il neofascismo e i fascisti ingiudicati”. L’impeto morale e rigoroso ispirato a forme giustizialiste di necessarie azioni di legalitari comitati d’epurazione, lo impegnarono non poco in quella editoria semiclandestina che orienta il popolo desideroso di rinnovamento ma che viene ostacolato da equilibrismi politici. Per questo entra in contrasto con il suo partito, il Pci, a cui aveva aderito diventando segretario del movimento giovanile.

Masignà è influente tra i giovani della città essendo stato nominato responsabile dell’ex G.I.L.; in quegli anni è intollerante di fronte agli opportunismi di tanti che vogliono farsi riconoscere nei ruolini partigiani, e per questo invia una lettera di dissenso a L’Aquila dove pervengono le domande. Sdegnosamente vuole rinunciare a farsi riconoscere come partigiano a fronte di tanti trasformisti. Viene comunque riconosciuto d’imperio. Scrive sulle autentiche azioni della Resistenza come Pietralta.

Presto il contrasto però si accentua e il partito, attraverso una commissione presieduta dal D’Onofrio, esamina il gruppo Masignà-Vetrini- Pierantozzi. Viene radiato assieme a V. Pultroni. E Masignà dopo due anni rientra. Con una lettera indirizzata a Palmiro Togliatti, chiede di essere riammesso tra l’umile schiera dei combattenti di base. Ma rientra invece come qualificato dirigente.

Masignà era un fine intellettuale, uno studioso dell’Abruzzo, del folclore, della società e dell’economia: inaugurò un suo metodo d’analisi socio-politica del territorio provinciale. Da taccuini pervenutici grazie alla Signora Erminia, abbiamo potuto capire il metodo d’analisi socio-politica del territorio provinciale. L’indagine sulla miseria e le abitazioni improprie. Dati statistici tra regioni d’Italia messi a confronto. Masignà stampa il giornale “La voce del partito” di cui è redattore con l’ausilio di Giovanni Melarangelo; è determinante il suo intervento per la candidatura di Luigi Tom Di Paolantonio che diverrà Deputato.

Già laureatosi svolge il ruolo di avvocato ed è funzionario dell’Inps. Organizza da qualificato dirigente sindacale la commissione interna di cui facevano parte: Domenico Massarotti, Mario Cocciolito, Peppino Scarselli, Tommaso Ersoni e Lino Pompei che ne fu presidente. Memorabili gli attacchi ai dirigenti locali e nazionali ispirati da lui, strenuo assertore dei diritti sindacali. Masignà viene eletto nelle liste del Pci al Consiglio comunale di Teramo, seguita a svolgere attività giornalistica, interviene sull’Unità del 12 giugno 1952 a proposito della cultura in Abruzzo:“Esiste una cultura abruzzese?”, con notevoli spunti d’interesse e di attualità. Masignà polemizza con il giornalista Alceste Santini e ci lascia un trattato sulla cultura di cui non possiamo tacere la lettura, partendo dall’impostazione gramsciana dell’Italia e della intellettualità.

Scrive Masignà:“Studiare la vita dell’Abruzzo, il folklore, elaborare la materia culturale contenuta in nuce, allo stato grezzo, naturale nel seno del popolo abruzzese, significa contribuire a rinnovare e ad arricchire la cultura nazionale…Se è vero che la lotta partigiana, prima, le grandi lotte per il lavoro e le grandi lotte politiche, in seguito, hanno dimostrato la esistenza o il formarsi di un nuovo “stato” in Abruzzo, è necessario, onde afferrarlo per intero, in tutte le sue manifestazioni ed ambizioni, che la indagine abbia un metodo diverso da quello seguito fino adesso: partire dal basso, dalla base per studiarne i prodotti”. Masignà partecipa nel 1958, con grande impegno, alla campagna politica di maggio.

Assieme all’On.le Sciorilli Borelli tiene un comizio in piazza Martiri della Libertà a Teramo. L’eco del protagonismo di Charles Degaul e della fine della III Repubblica francese anima il dibattito sui rischi delle limitazioni degli spazi democratici e i verticismi. Domenica 1° giugno 1958, sulla sua motociclo cardellino della Guzzi in viaggio verso Silvi per raggiungere la famiglia della sorella, in località Cologna Spiaggia, a seguito di un sorpasso, Masignà scompare all’età di 37 anni. La città è in lutto. Anche la stampa avversaria titola sulla sua scomparsa parlando di notevoli doti morali e intellettuali: stimato funzionario Inps, dottissimo sindacalista, grande intellettuale, temerario e leggendario comandante partigiano, primo giornalista democratico che tanto si battè per la libertà della sua Teramo, intelligenza superiore, figura emblematica di uomo di pensiero e di azione. Come nella migliore tradizione del Risorgimento italiano, da Mazzini a Gramsci.       

La guerra partigiana e patriottica era iniziata con la Battaglia di Bosco Martese nel settembre del 1943, nella quale, dopo uno scontro a fuoco, perirono diversi soldati tedeschi e fu fatto prigioniero un colonnello austriaco (Hartmann) poi giustiziato. La località di Bosco Martese è posta a 1.134 metri sul livello del mare e si trova in località Ceppo di Santa Maria, nel punto terminale della strada che unisce Teramo alla Valle Castellana. Tantissimi furono i giovani che, sprezzanti del pericolo, offrirono la vita per liberare Teramo dalle truppe d’occupazione nazi-fasciste.

Tanti furono gli uomini e le donne a cui le generazioni successive alla guerra di liberazione devono la loro attuale libertà e la possibilità di vivere in una nazione libera. L’Europa deve eterna riconoscenza alle truppe alleate, ai giovani soldati americani, inglesi, indiani, canadesi, russi e australiani, morti per una giusta causa, ma ancora non ricordati sul nostro territorio. Essi lottarono per la sconfitta militare e politica dei nazisti con l’eliminazione della macabra ideologia che ha portato al tentativo di sterminio totale di esseri umani ritenuti “non puri”: oltre sei milioni di donne e uomini, giovani e vecchi, bambini uccisi anche nei campi di concentramento, colpevoli solo di essere Ebrei, e altrettanti milioni di non ebrei.

Il comando delle operazioni militari  partigiane di massa di Bosco Martese, venne affidato ad uno Stato Maggiore composto dal capitano Lorenzini, dal tenente Gelasio Adamoli, dal tenente colonnello Guido Taraschi, dal tenente Arnaldo Di Antonio, dal tenente di vascello Ciro Romualdi, dal tenente Francesco Di Marco. Il responsabile diviene Ettore Bianco, capitano dei carabinieri regi della Stazione di Teramo. Tra il 9 e il 14 Settembre 1943 furono disposte le tende dell’accampamento, vennero inquadrate le formazioni, si installarono le mitraglie Saint Etienne, i pezzi di artiglieria pesante…Bosco Martese è sicuramente il simbolo della Resistenza Abruzzese ma anche e soprattutto la prima tappa gloriosa della Resistenza Italiana.

Dopo Cefalonia, dopo la corazzata “Roma” e l’episodio di Porta San Paolo che furono “atti” di Resistenza attiva del Regio Esercito Italiano e della Regia Marina Italiana, il 25 Settembre del 1943 ad Ara Martese, successivamente denominato Bosco Martese, fu vinta la prima battaglia campale della Resistenza Italiana, grazie anche all’esercito italiano, ai Carabinieri di Teramo, nei confronti di una colonna motocorazzata dell’esercito tedesco che da Foggia cominciava a risalire il territorio per occuparlo. A Bosco Martese ci fu una grande unità d’intenti tra persone di fede politica diversa. Esso ebbe un carattere “nazionale” in quanto si unirono uomini e donne il cui unico intento era quello di combattere gli occupanti nazisti per riconquistare la libertà e difendere l’interesse nazionale dell’Italia.

Una città intera, Teramo, che decide di passare alla lotta contro l’invasore tedesco diventando un laboratorio che contiene in embrione quelle caratteristiche che faranno forte e matura la Resistenza dell'Italia del nord.Immediata fu rappresaglia germanica. La ferocia nazista si consumò con la fucilazione in località Ceppo, dietro la odierna Casa Cantoniera, del noto medico pediatra di Torricella Sicura, Mario Capuani, Eroe e Medaglia d’oro al valor militare. Fu ritrovato anni dopo, insieme ai resti di altri cinque lì sotterrati, non identificati per mancanza di documenti. Tirabovi, Binchi e Tubi, tornati a Teramo dopo i fatti di Bosco Martese, la notte del 13 giugno 1944, dalla Noé Lucidi spiavano i movimenti dei tedeschi che minavano il Ponte S. Ferdinando, attivandosi all’alba per evitare la grossa esplosione che avrebbe distrutto sicuramente Porta Reale, oggi Porta Madonna.

Imprese che determinarono la rappresaglia nazista con la fucilazione nel quartiere di Porta Reale di sette giovani, accusati di aver sottratto armi dall’armeria dell’esercito occupante. Oggi una lapide li commemora nei pressi del Tribunale di Teramo. E quindi la fucilazione di cinque partigiani al mulino De Iacobis il 25 settembre 1943, accusati di aver rubato farina per portarla ai reparti partigiani al Ceppo. La fucilazione di quattro contadini di Penne dietro il muro di cinta del cimitero di Montorio al Vomano, il 9 giugno 1944, ordinata dai tedeschi in fuga ai fascisti che la eseguirono. Sono oggi noti come i “Martiri Pennesi”. E come non ricordare tutti gli internati (anche ebrei, figli e nipoti dei Patrioti dell’Unità d’Italia) che da Teramo, precisamente dalla caserma “Mezzacapa” in Largo Madonna delle Grazie (gli attuali palazzi della finanza pubblica), capace di quasi 300 posti, furono deportati nel campo di concentramento di Fossoli che rappresentò l’anticamera di sterminio verso i tristemente noti: Bergen, Belsen, Dakau, Auschwitz, Flossemburg, Birkenau ed altri? Mentre molti altri patrioti venivano dagli altri internamenti di Nereto, Civitella del Tronto, Corropoli (nella famosa Badia), Isola del Gran Sasso, Notaresco e Tortoreto. Tutti i comuni del Teramano avevano un campo di internamento.

Come lo stesso filo nero unisce nella Resistenza teramana ed abruzzese il sacrificio di Berardo Di Antonio, giovane teramano perseguitato per la sua attività antifascista, morto a soli 20 anni, dopo un lungo periodo di carcere duro, nel 1929; e Domenico Troilo (il Garibaldi della Resistenza) che dopo l’8 settembre 1943 a soli 22 anni, a seguito dell’uccisione della madre, insieme ad altri civili inermi, il 4 dicembre 1943 a Gessopalena, da parte di una compagnia di  S.S., decise di entrare nella Brigata Maiella, conducendo i reparti della medesima in prima linea contro l’invasore germanico, partecipando alla Liberazione delle Marche, dell’Emilia Romagna, del Veneto, ed entrando così il 21 aprile 1945, con i suoi partigiani nella Bologna liberata e nella cittadina di Asiago.

Le nuove generazioni conoscono poco la grande Storia della Liberazione di Teramo, della quale fu testimone oculare, tra gli altri, don Giovanni Saverioni. In tanti, tuttavia, anche adulti, hanno dimenticato sia il ruolo svolto dai partigiani e dalle “stellette” teramani nella Resistenza italiana sia il ruolo determinante svolto dall’Ottava Armata per liberare non solo la città di Teramo ma molte altre regioni della costa adriatica dai nazi-fascisti. La Festa del 14 giugno a Teramo ricorda la data in cui si insediò il Comitato di Liberazione Nazionale che affidò al partigiano Armando Ammazzalorso il “comando per il mantenimento dell’ordine pubblico”: il 23 giugno 1944, a suggello della rinnovata libertà e in rappresentanza dei partiti ricostituiti, fu eletto sindaco Antonino Ciaccio, decano dell’antifascismo teramano e “vecchio garibaldino”.

Per non dimenticare il sangue versato dagli Alleati anglo-americani e dalla Resistenza teramana. Palmiro Togliatti nel dicembre 1945 ebbe a dichiarare:“Ricorderemo in eterno i soldati e gli ufficiali inglesi, degli Stati Uniti, della Francia, dell’Africa del Sud, dell’Australia, del Brasile, i quali hanno lasciato la loro vita o versato il sangue loro per la liberazione del suolo della nostra patria”. Parole che ancora in molti sul territorio italiano non sono in grado di pronunciare; che ancora attendono, dopo 65 anni, la giusta considerazione, il dovuto ricordo, l’imperitura memoria, accanto ai nomi dei nostri Patrioti che hanno versato il sangue nella lotta all’invasore nazista. Il 2 Giugno sia, dunque, una giornata di festa per tutti, in difesa dei valori della Costituzione sul cui giuramento è fondata la nostra Libertà.

Una festa non per l’odio ma per la pace. L’obiettivo sia chiaro. Si risveglino le coscienze dei giovani ai valori della Resistenza, della Pace, della Libertà, della Giustizia, colonne portanti della Patria, della Nazione e della Costituzione che dobbiamo preservare e difendere, oggi e sempre, da qualsiasi invasore.Abbiamo sconfitto insieme i misfatti del nazismo e del fascismo in Italia e nel mondo, ristabilendo definitivamente la realtà-verità storica, a cominciare dall’influenza decisiva delle truppe angloamericane, dalla presenza attiva e costante della Chiesa Cattolica Romana (con almeno due sacerdoti-martiri nel Teramano che ancora attendono giustizia e memoria!) che diede aiuto e rifugio ai nostri Patrioti Partigiani, ai perseguitati di tutte le fedi politiche, esercitando un ruolo umanitario essenziale per la pacificazione. “A Montorio al Vomano – rivela don Giovanni Saverioni, sacerdote aprutino, in una nostra intervista sulla Liberazione della Città di Teramo – vi fu l’accanimento del partigiano yugoslavo Mirko Jovanovic contro i preti, a dimostrazione dell’esistenza di una lotta parallela anticlericale: era fuggito in Italia e si era unito ai patrioti contro i nazifascisti. Mirko uccise due sacerdoti: don Salvatore d’Ovidio, parroco di Poggio Umbricchio, e don Gregorio Ferretti di Collevecchio.

Fu l’amico Ammazzalorso a raccontarmi questi fatti e non credo che l’avrebbe fatto se non fossero stati veri e autentici. Ora, un prete di campagna non parteggia per nessuno in guerra: mi domando ancora, a distanza di 65 anni, perché mai furono uccisi quei due sacerdoti, se non per l’odio viscerale dei comunisti verso la Chiesa cattolica. Noi preti davamo da mangiare e da bere a tutti. Certo volevamo tutti la liberazione e la libertà. Non si può dimenticare il contributo di sangue dei nostri patrioti alla causa: è vivo il ricordo del martire Mario Capuani e di tanti altri. Ma le vendette successive alla liberazione di Teramo, furono un’infamia. Una volta, nella casa di mio zio Raffaele, Ammazzalorso mi disse: , per indicare che lui quelle cose non le faceva. Ma io non capii subito la differenza perché non sapevo nulla dei partiti politici, solo che il Papa aveva condannato il marxismo. Durante il Ventennio, infatti, non si poteva parlare di partiti: o eri fascista o eri morto. I libri sui partiti venivano custoditi in cantina”.

Non possiamo negare ed affossare la verità storica: la guerra fu vinta da coloro che sconfissero la brutalità dell’oppressione nazi-fascista ed affermarono con il sacrificio della propria vita la conseguente necessità e urgenza di combattere il male per la liberazione e la libertà; ma è altrettanto necessario ricordare che accanto alle vittime del nazifascismo ci furono molte vittime della violenza civile (molti sacerdoti cattolici vennero uccisi dai partigiani, anche in provincia di Teramo, con accuse infamanti di collaborazionismo), sulle quali c’è un colpevole silenzio, durato anche troppo, che finalmente deve portare alla comprensione del sacrificio di tutti. Soprattutto quando si tratta di vittime come quelle cadute tra il ’45-’48, a guerra finita. Fatti sui quali la storiografia ufficiale ha preferito glissare con colpevole dimenticanza ed appoggio politico trasversale. Occorre riflettere sul ruolo e sulle motivazioni di alcuni partigiani comunisti che combatterono il nazifascismo non certo per instaurare la libertà in Italia ma un regime “internazionalista”, grazie alla presenza tra le fila partigiane comuniste, inquadrate sul modello dell’Armata Rossa, della figura del commissario politico. Chi ricorda i partigiani-patrioti cattolici? In un’epoca in cui il “tradimento” politico, così come la “vergogna”, è assurto a categoria politica, non ce ne meravigliamo più di tanto. La parola vergogna ha girato molto. Si può provare individualmente vergogna per qualcosa e o per qualcuno, ma se questo sentimento diventa una categoria politica, meglio un discrimine politico, allora ciò allude a un fatto che ci inquieta. Conosciamo perfettamente il precedente di questo meccanismo, rientra nella pragmatica del pentimento, una misura che inizia con l’auto-interrogarsi e termina con la delega a qualcuno che esprima il perdono o emetta la sua sentenza di condanna.

Nel Novecento questo percorso è stato battuto molte volte e ha non solo contrassegnato, ma anche inaugurato i regimi politici totalitari ed autoritari. In politica la “vergogna” se pretesa come atto collettivo è una pessima richiesta ed è l’indicatore di una mentalità totalitaria e inquisitoriale vecchio stile. Molto meglio la responsabilità personale. Non solo perché obbliga a un esame di sé, e chiede che anche altri lo intraprendano valutando se stessi – più esplicitamente facendo le pulci a se stessi e chiedendo che anche dall’altra parte si intraprenda lo stesso percorso, vale anche nella Storia d’Italia – ma perché è un indicatore significativo di una dimensione laica, una condizione che sarebbe una risposta “alta”, né pavida né succube a fronte dei molti fanatismi e radicalismi vari che imperversano nella Cultura italiota.

Forse è anche per questo che oggi la responsabilità tanto collettiva quanto individuale, latita, inondata e sopravanzata dalla vergogna o dall’indignazione, spacciate entrambi per una sua versione più aggiornata, anzi più radicale.

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