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Riccardo Giacconi, il milite ignoto della scienza italiana, nasce il 6 ottobre 1931 a Genova,  figlio unico di Antonio, proprietario di una piccola azienda, e di Elsa Canni, insegnante di matematica e fisica.

Nel 1939 i genitori si separano e Riccardo segue la madre a Milano che insegna nel Liceo scientifico "Vittorio Veneto" e che egli stesso poi frequenterà.

Studia e si laurea in Fisica all'Università Statale di Milano con Giuseppe Occhialini, specializzandosi nella ricerca dei raggi cosmici.

Su suo consiglio, nel 1956 si trasferisce negli Stati Uniti.

Dal 1958 inizia a collaborare con l'Università di Princeton, poi è chiamato da Bruno Rossipresso l'AS&E (American Science and Engineering) con un programma per lo sviluppo di ricerca sui raggi X cosmici, e comincia a progettare strumenti di rilevazione.

Nel 1962 scopre Sco X-1, prima sorgente extraterrestre nota di raggi X.

Nel 1970 si occupa del lancio del satellite Uhuru, con cui si apre l'esplorazione del cielo profondo a raggi X.

Grazie a questa ricognizione del cielo sono state scoperte 339 stelle che emettono raggi X, fra cui Cygnus X-1.

Nel 1973 Giacconi diviene direttore dell'Harvard Smithsonian Center for Astrophysics, portando avanti il progetto HEAO-2 di un telescopio raggi X in orbita, quello che più avanti sarà battezzato Osservatorio Einstein.

Ha ricoperto contemporaneamente le cariche di professore di fisica e astronomia (1982-1997) e di ricercatore (dal 1998) alla Università Johns Hopkins.

Dal 1993 al 1999 riveste l'incarico di Direttore generale del European Southern Observatory (ESO).

Nel 2002 viene insignito del Premio Nobel per la Fisica per i suoi contributi pionieristici all'astrofisica nella zona non visibile dello spettro elettromagnetico, che hanno portato alla scoperta delle prime sorgenti cosmiche in raggi X.

C’è un milite ignoto nella storia della scienza italiana. Si chiama Riccardo Giacconi. Ignoto per modo di dire, s’intende.

Non c’è Accademia internazionale, non c’è Università famosa, non c’è giuria di Nobel che non lo conosca. Ma la maggior parte dei connazionali non sa chi è, anche perché lui non fa nulla per informarli.

Non so se come scienziato abbia avuto tutto quello che merita. Credo di no, perché è uno dei pochi grandi astrofisici del nostro tempo e non mi sembra che come tale sia stato finora pienamente riconosciuto.

Ha vinto il Nobel, ma non c’è dubbio che nel nostro Paese non ha avuto nulla di quel che gli era dovuto: neanche una Croce di cavaliere, che qui non si nega a nessuno, neanche un «Ambrogino», lui che è milanese d’adozione.

Come se fosse nato in un Paese non suo - eppure è di Genova, ha vissuto, studiato, si è laureato e ha insegnato a Milano - incapace di alloggiare un personaggio di così grande potenza culturale e creativa. Perché non c’è dubbio che tutto quanto di buono ha fatto l’astrofisica negli ultimi 50 anni ha la sua impronta; specie quella in raggi X, che è tutta opera sua.

C’è da chiedersi se un fatto così sarebbe mai potuto accadere altrove, in Francia ad esempio, dove la società assegna a ogni big la sua parte ben precisa, come in teatro, e gli permette di emergere, anzi glielo impone.

Ma Giacconi purtroppo è nato e cresciuto in questa Penisola dove i veri talenti a volte sono lasciati in disparte, senza che la loro voce, specie se non è «politicamente corretta», trovi cassa di risonanza nei media. Si tratta di un caso forse unico.

Alla vigilia del suo settantanovesimo compleanno questo scienziato ancora aspetta, ma senza ansietà anzi con assoluta indifferenza, di sapere il posto che gli verrà assegnato nell’immaginario e nel giudizio degli italiani.

Professore di astrofisica alla Johns Hopkins University di Baltimora, inventore dell’astronomia in raggi X, progettista di alcuni dei più potenti satelliti per telescopi oggi in orbita (dallo Skylab all’Uhuru dal Chiandra all’Einstein), iniziatore dell’astronomia ottica spaziale, vincitore nel 2002 del Nobel per la fisica (ultimo italiano in ordine di tempo dopo Marconi, Fermi, Segrè e Rubbia), quando chiedo a cinquanta professionisti e studenti universitari di casa nostra «Chi è Riccardo Giacconi?», la risposta è immancabilmente «Non so».

Eppure l’investitura di Stoccolma, otto anni fa, è troppo recente per essere già stata cancellata dalla memoria collettiva; inoltre quasi tutti hanno mostrato di avere qualche informazione, almeno approssimativa, su Marconi e Fermi.

Una amnesia generale che sorprende e stupisce o piuttosto una inconscia discriminazione indotta dai media di cui Giacconi non ha mai voluto servirsi per procurarsi notorietà?

Schivo e scontroso, con un’ombra di malinconia sul volto e nel cuore, questo genio dell’astronomia, il più grande dopo Galilei, non ha complicità né amicizie politiche; semmai è guardato con sospetto dall’establishment culturale di casa nostra che non gli perdona certi modi di agire «politicamente scorretti», poco à la page o addirittura «reazionari», come quella sua ammirazione per Arthur Koestler, scrittore di cosmologia ne “I sonnambuli” e autore del famoso romanzo “Buio a mezzogiorno” (1940), la più lucida e documentata denuncia antimarxista e antistalinista della letteratura mondiale.

«La discriminazione su Giacconi ci sarebbe stata anche senza l’antipatia dei media italiani» dice Sandra Savaglio, giovane e brillate scienziata dell’Istituto Max Planck per la Fisica extraterrestre di Monaco di Baviera e per diversi anni collaboratrice del professore al «Phisics and Astronomy Departement» della Johns Hopkins University di Baltimora.

«Quel giorno d’autunno del 2002, quando gli assegnarono il Nobel, io sono per caso all’E.S.O. (Southern European Observatory, osservatorio australe europeo) che lui ha diretto per cinque anni, dal ’92 al ’97, e che è a pochi passi dal Max Planck di Garching dove lavoro.

Da Ginevra un collega mi manda un sms con la notizia. Subito, molto emozionata, mi precipito nei vari reparti, quasi grido l’annuncio; ma fra sorpresa e stupore avverto che non interessa a nessuno, o almeno mi sembra. Hanno lavorato con lui, ma è come se non l’avessero mai conosciuto.

Più tardi mi sforzo di capire perché, e la verità viene a galla. Quando Giacconi, che era a Baltimora, appunto nel ’92, viene chiamato qui a Monaco per organizzare e dirigere l’E.S.O., immediatamente applica i metodi di ricerca e di lavoro tipicamente americani.

Con la sua capacità di manager, in breve raggiunge tutti gli obiettivi connessi al progetto del più grande osservatorio astronomico terrestre e realizza il «V.L.T.» (un insieme di quattro telescopi, del diametro di otto metri ciascuno, capaci di operare in contemporanea); ma per fare tutto ciò taglia un mucchio di teste.

Lui non si preoccupa dei rapporti sociali, così scontenta i ricercatori, riceve un sacco di denunce, perde diverse cause. Ricordo anche un altro episodio - conclude Sandra Savaglio -: il piazzale davanti all’E.S.O. pieno di gente con fischietti e cartelli che protesta contro Giacconi, come può succedere alla FIAT, o alla BMV.

Poco tempo dopo se ne è andato da Monaco. Certo non si è fatto amare, ma i risultati scientifici e tecnologici che ha ottenuto qui sono eccezionali».

Eccezionali come la sua biografia di «ragazzo ribelle senza fissa dimora, un po’ a casa della madre, del padre, delle zie, dei cugini», irrimediabilmente segnata dalla morte del primogenito Marc, che in un incidente d’auto si schianta contro un albero, a Baltimora, a pochi passi da casa.

Straordinari come la sua opera, che da figlio di un carpentiere e di una insegnante di matematica nei licei milanesi lo porta a diventare il numero uno nell'astrofisica contemporanea.

Autore, negli anni Sessanta, della prima osservazione di una sorgente cosmica a raggi X al di fuori del sistema solare, non c’è dubbio che il suo inedito universo rappresenti una stupefacente rivoluzione nell’astronomia che, quattro secoli dopo Galilei, passa dal «perspicillum» dell’osservatorio di Arcetri a strumenti che, come i telescopi lanciati nello spazio a bordo di razzi o satelliti, consentono esplorazioni nel cosmo un milione di miliardi di volte più estesi di quelle consentite al genio di Pisa.

Per molto tempo, fino al 1930, si era pensato che l’universo fosse un posto tranquillo; l’occasionale esplosione di una Nova o la disintegrazione violenta di un astro, eventi piuttosto rari.

Ancora alla fine del secolo scorso le stelle di neutroni e i buchi neri - dove la gravità è così forte da impedire anche l’uscita della luce - erano pensati solo come oggetti ipotetici.

La situazione cambia negli ultimi 40 anni, quando diventa chiaro che il cosmo, dilaniato incessantemente da enormi iniezioni di energia, è un via vai frenetico di morti e resurrezioni, come succede nei pulsar, stelle rotanti di neutroni che muoiono rinascono tornano a morire e rinascere emettendo radiazioni su tutte le lunghezze d’onda, a cominciare dai raggi X.

L’identificazione delle sorgenti di raggi X fuori del sistema solare fatta da Giacconi nel ’68 e confermata dallo stesso scienziato nel 1970 con il satellite Uhuru e i suoi rilevamenti è un passo fondamentale nell’astronomia moderna; per mezzo di telescopi orbitanti come Chiandra, Uhuru e Einstein si scoprono nel cosmo nuove classi di oggetti, dai quasar ai pulsar alle stelle binarie, a confermare sperimentalmente la teoria di Heisenberg dell’universo in continua espansione.

Giacconi ha pure accertato che la maggior parte della materia cosmica «normale» si presenta sotto forma di gas a temperature di milioni di gradi e che esiste una materia non «normale», chiamata oscura, la quale si rivela solo attraverso gli effetti gravitazionali ma la cui natura ci è ignota e pure un’energia oscura di cui non abbiamo alcuna idea.

La materia «normale» è solo il 3% della massa dell’universo, mentre il 27% è materia oscura e il 70% energia oscura.

È forse la scoperta più straordinaria di questo astrofisico che proprio con le sue originali geniali ricerche sui telescopi orbitanti e l’universo in raggi X è riuscito perfino a imprimere una svolta fondamentale nello sviluppo tecnologico del pianeta, dalla realizzazione delle macchine per la risonanza magnetica ai metal detector.

«In ogni caso, quel poco che sappiamo del cosmo lo abbiamo appreso tutto negli ultimi cent’anni», spiega a questo punto lo scienziato.

«Così oggi viviamo un periodo eroico dell’astronomia benché abbiamo dinanzi troppi interrogativi a cui non sappiamo rispondere: il più inquietante, che cosa c’era prima del Big Bang? Perché è sempre fondamentale, in tutti i campi, ritrovare le proprie radici.

Io per esempio, benché ligure, mi sono formato a Milano e questo è stato determinante per me», dice Giacconi tra orgoglio e rimpianto. «Sono arrivato in questa città che avevo cinque anni, ho cominciato le elementari al Collegio militare di San Celso, a Milano ho conosciuto la ragazzina, Mirella, che poi sarebbe diventata mia moglie.

Avevo appena sei anni quando i miei genitori si separarono: lui operaio, socialista, antifascista; lei insegnante di liceo, iscritta al Pnf, con due sorelle, le mie carissime zie, fascistissime.

A Milano nel ’45 ho visto per la prima volta i soldati americani. Ero in Piazza Duomo con mio padre che mi disse: “Sono contento che siano arrivati, ma lo sarò ancor più quando se ne andranno”».

Il professore continua: «Molto presto, circa a 18 anni, capii che l’Italia, con i nuovi partiti, stava diventando prigioniera della corruzione e della mafia. Perfino nella ricerca scientifica i manager venivano scelti per clientelismo.

Così cominciai ad amare l’America, a coltivare il mio sogno americano, e nel ’56, dopo la laurea in Fisica, partii per gli Usa. Mirella mi raggiunse tre mesi dopo, a Bloomington, dove avevo trovato lavoro all’Università dell’Indiana.

Ci siamo sposati e abbiamo avuto tre figli, due femmine e un maschio. Più tardi siamo rientrati nel nostro Paese diverse volte, per il progetto San Marco e per la realizzazione dell’Icra.

Questa è la mia storia. Queste le mie radici. Ma quali siano quelle dell’Universo proprio non so».

www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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