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Francesco Cossiga: una lunga carriera in politica e nelle istituzioni

di Paolo Festuccia*

Francesco Cossiga, politico, nasce il 26 luglio 1928 a Cagliari, e muore a Roma il 17 agosto 2010.

La foto della scuola, e poi quelle dell’infanzia. La bandiera italiana, quella americana, targhe, e riconoscimenti.

Il mondo di Francesco Cossiga, nella sua casa in via Quirino Visconti, nel centralissimo quartiere di Prati, è tutto questo.

Il tempo che scorre, con la storia del Paese, le difficoltà, il potere, ma anche la solitudine degli ultimi mesi.

Una solitudine di cui si parlava, si facevano ipotesi, ma anche allusioni preoccupate, in tanti ambienti, per le sue condizioni di salute.

Ma Cossiga leggeva i giornali, rifletteva, guardava e si interessava alla vita politica di un Paese, forse troppo lacerato e diviso.

Certo, da un po’ evitava commenti - il suo forte per acutezza, prontezza e ironia - interviste, dichiarazioni.

Un silenzio misterioso, tanto inatteso quanto allarmante. Poi, la corsa di ieri al policlinico «Gemelli» di Roma, il ricovero, la crisi respiratoria e le complicazioni. Quadro clinico complesso, ma stabile.

E così, in una giornata, in poche ore, la vita di Francesco Cossiga, dopo giorni di silenzio è tornata pericolosamente ad animarsi.

E quei timori, quelle sensazioni che dal dicembre scorso hanno accompagnato la sua assenza dalla scena politica si sono materializzate. Tutte d’un colpo.

Così come protagonista è tornata la sua lunga storia, una lunghissima carriera politica che parte dal vecchio secolo e si rinnova nel terzo millennio.

A soli vent’anni si laurea, finisce a capo dei giovani turchi sassaresi e comincia la sua corsa fino al Quirinale dove approda nell’85 al primo scrutinio a soli 57 anni.

Il più giovane Presidente della Repubblica italiana.

L’ultimo traguardo, il più ambizioso che vede nel suo cursus honorum una sfilza di «più»: il più giovane ministro dell’Interno, il più giovane presidente del Senato, il più giovane Capo dello Stato italiano.

L’uomo che, dopo il ritrovamento del cadavere in via Caetani di Aldo Moro, lascia il Viminale e al giornalista Paolo Guzzanti confessa, «che se aveva i capelli bianchi e le macchie sulla pelle era proprio per questo.

Perché mentre lasciavamo uccidere Moro me ne rendevo conto.Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Aldo Moro».

Quindi, la presidenza del Consiglio dei ministri nel ’79, brevissima, la messa in stato d’accusa, conclusasi nell’80 per la vicenda del figlio di Donat-Cattin, l’elezione nell’83 alla presidenza di Palazzo Madama.

Quindi l’85, l’elezione al Colle al primo scrutinio dove succede a Sandro Pertini.

Cinque anni all’impronta della sobrietà con l’ultima fase caratterizzata dal conflitto e dalla polemica politica.

Francesco Cossiga si trasforma nel «grande esternatore», nell’uomo delle «picconate», caratterizzando così la sua presidenza col fine di «scuotere il sistema».

Si dimetterà a due mesi dalla scadenza naturale del mandato, il 28 aprile del 1992 annunciando le sue decisioni in un discorso televisivo che tenne, non a caso, il 25 aprile.

Un discorso diretto concluso così: «Che Iddio protegga la patria, viva l’Italia, viva la Repubblica».

Ma il suo non era un addio dalla politica ma un arrivederci. Tanto da continuare a progettare idee, movimenti politici e a tessere incontri.

Riceve amici e alleati in vestaglia, e tra una battuta e qualche intuizione tira fuori dal cilindro l’Udr. L’Unione democratici per la repubblica.

Si disse «poca roba» ma quel che bastò per azzoppare il governo, mettere in moto il ribaltone e spedire Massimo D’Alema alla guida di Palazzo Chigi.

Un sorta di Bignami di ingegneria politica che manda in tilt, almeno quella volta, il sistema bipolare che Cossiga non aveva mai tanto amato. Si disse: è la Prima Repubblica che torna protagonista.

Il marchingegno durò poco, non certo le provocazioni di Cossiga.

Per lui che aveva attraversato il ’900 politico italiano, dal boom economico, passando per Gladio, la scomparsa dei partiti con tangentopoli, le picconate, il potere più efficace era ormai solo quello di solleticare la politica, accarezzarla, fare e disfare la ragnatela, tutt’ora così, solo per provocare.

E così fa nel 2006 quando invia, con una motivazione ancor più stupefacente che sorprendente la sua lettera di dimissioni da senatore a vita al presidente di Palazzo Madama Franco Marini: «Ormai inidoneo ad espletare i complessi compiti e ad esercitare le delicate funzioni che la Costituzione assegna come dovere ai membri del parlamento nazionale».

Come dire: il grande provocatore c’è ancora.

*www.lastampa.it

tutti pazzi per la Civita

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