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San Filippo Neri, religioso, nasce il 21 luglio 1515 a Firenze, e muore a Roma il 26 maggio 1595.

Ancora molto giovane si trasferisce a Roma dove decise di dedicarsi per la propria missione evangelica in una città corrotta e pericolosa, tanto da ricevere l'appellativo di "secondo apostolo di Roma".

Radunava attorno a sé un nutrito gruppo di ragazzi di strada, avvicinandoli alle celebrazioni liturgiche e facendoli divertire, cantando e giocando, in quello che sarebbe in seguito divenuto l'Oratorio, ritenuta e proclamata come vera e propria congregazione da papa Gregorio XIII nel 1575.

Memorabili i suoi detti sarcastici, quali ad esempio lo "State buoni se potete", titolo di un omonimo, ma non fedele alla reale biografia del santo, film sulla sua vita, o il "Ma và a morì ammazzato... per la fede!", che gli permisero di ricevere un secondo titolo, quello di "Santo della gioia" o "buffone di Dio".

Filippo Romolo Neri nacque il 21 luglio 1515, a Firenze, secondogenito di Francesco e di Lucrezia. Il padre esercitava la professione di notaio ma, nel 1524, decise di intraprendere la strada dell'alchimia.

I coniugi Neri ebbero, dopo Filippo altri due figli: Elisabetta, nata nel 1518, ricordata per aver testimoniato nel processo di canonizzazione per il fratello, e Antonio, morto poco dopo la nascita.

La primogenita era invece Caterina, nata nel 1513 che, dopo il matrimonio, ebbe due figlie, entrambe in seguito divenute monache, che avrebbero avuto un modesto contatto epistolare con lo zio Filippo.

Ricevette il battesimo nella chiesa di San Pier Gattolino con il nome di Filippo Romolo il giorno dopo la nascita, il 22 luglio del 1515.

Nel 1520 Filippo Neri perse la madre. Il padre dunque decise di risposarsi con Alessandra di Michele Lensi che, dopo essere entrata a far parte della famiglia Neri, si affezionò molto ai figli del marito.

Filippo ricevette la prima istruzione in famiglia, in seguito venne mandato a studiare presso un certo maestro Clemente, e cominciò a frequentare il convento di San Marco evangelista a Firenze, un tempo sotto la direzione del Savonarola.

Bisogna ricordare inoltre un aneddoto, molto caro ai biografi del santo, che narra come questi a otto anni, essendo molto vispo e vivace, un giorno litigò con la sorella, che l'aveva disturbato in un momento di riflessione, e la gettò dalle scale.

Qualche tempo dopo, quasi per contrappasso, vedendo un asino carico di frutta fermo a mangiare l'erba di un prato, volle saltargli sulla groppa per cavalcarlo ma la bestia, non appena egli si sedette sopra di essa, cominciò a muoversi in maniera molto agitata, finché i due non caddero dentro un pozzo molto profondo.

I genitori di Filippo corsero a soccorrerlo, sicuri di trovare il figlio in fin di vita.

Il piccolo Filippo invece non aveva subito nemmeno una ferita.Durante gli anni di studio presso il convento di San Marco, il giovane Filippo Neri si appassionò a due testi che avrebbero influenzato parecchio il suo successivo apostolato: le Laudi di Jacopone da Todi, che in seguito egli fece musicare, e le Facezie del Pievano Arlotto, un libro umoristico scritto da un sacerdote fiorentino.

Visse a Firenze fino a 18 anni, quando fu inviato presso uno zio, tale Bartolomeo Romolo, a Cassino, allora chiamato San Germano, per essere avviato alla professione di commerciante.

In quegli anni cominciò a sentire la propria vocazione religiosa, così da costruire una piccola cappella nelle vicinanze del monastero di San Benedetto, e precisamente in un monte a picco denominato "Montagna Spaccata", ancora oggi visitabile a Gaeta, dove si recava tutti i giorni per pregare in silenzio.

Lo zio, che si era particolarmente affezionato a lui, non avendo eredi, aveva deciso di lasciare al nipote, dopo la morte, tutti i suoi averi, ben 20.000 scudi, che questi però rifiutò per dedicarsi a una vita più umile.

Nel 1534 si recò a Roma come pellegrino ma vi rimase in qualità di precettore di Michele e Ippolito Caccia, figli del capo della Dogana, il fiorentino Galeotto, che forse gli fornì l'occupazione in nome della loro comune origine, offrendogli inoltre vitto e alloggio.

I due bambini avrebbero seguito successivamente la strada religiosa, divenendo l'uno sacerdote diocesano in una località vicino Firenze, l'altro monaco certosino. In quando allo stipendio esso consisteva in un semplice sacco di grano che diventava poi, grazie ad un accordo con il fornaio, una pagnotta che Filippo Neri condiva con un po' di olive e tanto digiuno.

La stanza in cui viveva era inoltre piccolissima e aveva come unico mobilio, un letto, un tavolino e una corda appesa al muro che fungeva da armadio.

Nello stesso tempo egli seguiva corsi di filosofia all'Università della Sapienza e presso i monaci di Sant'Agostino.

Sul finire del 1537 vendette i libri e ne offrì il ricavato a un giovane calabrese in cerca di fortuna, tale Gugliemo Sirleto, che in seguito sarebbe divenuto un cardinale.

Ben presto espresse nella preghiera le sue attitudini di mistico e contemplativo. Cominciò a prestare la sua opera di carità presso l'ospedale di San Giacomo, il suo nome infatti compare fra le matricole dei membri della compagnia che regge l'Ospedale, dove conobbe Camillo de Lellis, lo conobbe però molti anni dopo, con il quale strinse un forte legame di amicizia.

Probabilmente nell'inverno del 1538 venne anche a contatto con Ignazio di Loyola e con i primissimi membri della Compagnia di Gesù.

Secondo la tradizione nel 1544, e precisamente nel giorno della Pentecoste, in preghiera presso le catacombe di San Sebastiano, Filippo Neri fu preda di uno straordinario avvenimento, secondo il Santo un'effusione di Spirito Santo, che gli causò una dilatazione del cuore e delle costole, evento scientificamente attestato dai medici dopo la sua morte.

Molti attesteranno di aver visto spesso il cuore tremargli nel petto e che, a contatto con esso, si avvertiva uno strano calore.In seguito a questa esperienza Filippo abbandonò la casa dei Caccia per ritirarsi a vivere come eremita fra le strade di Roma, dormendo sotto i portici delle chiese o in ripari di fortuna.

Spesso lo si vedeva passeggiare per le piazze cittadini vestito con una tonaca munita di cappuccio. Camminando per Campo dei Fiori e nei vicoli di Trastevere incontrava giovani che lo deridevano e beffeggiavano.

Egli non si faceva sfuggire l'occasione e, unendosi alla comitiva, la conquistava con la sua simpatia. Iniziava con una barzelletta e con qualche gioco, ma poi si improvvisava predicatore, dicendo: “Fratelli, state allegri, ridete pure, scherzate finché volete, ma non fate peccato!”.

Molti tentavano di farlo cadere, una volta dei giovani scapestrati idearono una raffinata trappola: invitatolo in una casa, vi introdussero dentro donnine di facili costumi. Ma la purezza di Filippo ebbe la meglio.

Qualche anno più tardi dovette affrontare lo stesso tipo di tentazione a casa della famosa Cesaria, nota più per le sue bellezze che per le sue “virtù”.

Essa volle per gioco scommettere con gli amici che sarebbe riuscita con le sue arti ammaliatrici a farlo capitolare. Fingendosi inferma lo invitò a casa sua per una confessione.

Quando Filippo arrivò nella sua stanza la trovò vestita con un indumento così trasparente che niente lasciava alla fantasia.

Accorgendosi dell'inganno il santo si diede alla fuga e la donna, scoperta, si vendicò tirandogli dietro un pesante sgabello.

Forse è per questa esperienza che Filippo dirà in seguito ai suoi discepoli che “le tentazioni si vincono resistendo ad esse, ad eccezione di quelle carnali, dove è solo fuggendo che si hanno gloriose vittorie”.In quello stesso periodo, su consiglio di Persiano Rosa, suo padre spirituale, decise di fondare la cosiddetta "Confraternita della trinità dei pellegrini", creata per accogliere e curare viandanti, pellegrini e povera gente dei borghi romani.

Decise così di farsi prete: il 23 maggio 1551 fu ordinato sacerdote dal vescovo Sebastiano Lunel dopo aver ricevuto, il 29 marzo dello stesso anno, l'ordinazione diaconale nella chiesa di San Tommaso in Parione.

Come sacerdote amministrò in particolare il sacramento della confessione come fonte di dialogo con i "penitenti", secondo testimoni oculari Filippo Neri ascoltava il pentimento dei suoi fedeli dall'alba fino a mezzogiorno.

Da questi dialoghi e da questi incontri nacque il primo nucleo della sua istituzione, l'Oratorio: infatti alcuni suoi discepoli divennero sacerdoti, cominciarono una vita in comunità e Filippo ne divenne rettore e ne stabilì le regole.

In seguito alle testimonianze di Francesco Saverio, riguardo al suo viaggio nelle Indie orientali, Filippo Neri decise di partire come missionario nell'estremo oriente ma, dopo essere stato dissuaso dall'intenzione per consiglio di un monaco della chiesa di Tre Fontane, scelse di dedicarsi principalmente alla Roma in cui viveva.

In questo stesso periodo, con la fondazione del primo Oratorio vero e proprio, un granaio sopra la navate della chiesa di San Girolamo della Carità, il Santo si attirò le critiche e le invidie di una ristretta cerchia di altri clericali, quali ad esempio il cardinale Virgilio Rosari che gli proibì persino di celebrare il sacramento della confessione, a lui tanto caro, e che scagliò le proprie calunnie contro il santo fiorentino sino al giorno della sua morte, avvenuta il 22 maggio del 1559.

L'11 ottobre 1559, Filippo Neri perse il padre, Francesco, e, dopo aver ricevuto l'eredità che gli spettava, preferì cederla alla sorella Caterina.

In quegli anni il santo conobbe un altro importante personaggio della storia ecclesiastica, il cardinale milanese Carlo Borromeo. Tra i due si instaurò un saldo rapporto di amicizia tanto che il cardinale soleva spesso recarsi dal sacerdote fiorentino per chiedergli consiglio riguardo a problematiche “scottanti”.

Il santo milanese inoltre tentò in tutte le maniere di condurre Filippo Neri a Milano per fondare anche lì una comunità come quella costruita a Roma.

Le sue richieste sarebbero rimaste senza risposta.Nel 1564 su pressioni delle comunità fiorentine, Papa Pio IV, che sarebbe morto nello stesso anno, affidò a Filippo Neri il controllo della chiesa di San Giovanni che il santo, volendo rimanere a Roma, affidò ai giovani dell'Oratorio divenuti sacerdoti, quali ad esempio Cesare Baronio, che fu guarito dopo una terribile malattia per intercessione di Filippo Neri, e Alessandro Fedeli, molto legati al loro padre spirituale.

Nel 1575 il Papa Gregorio XIII eresse la Congregazione dell'Oratorio e concesse a questa la chiesa di Santa Maria in Vallicella, che ne divenne la sede.

Grazie al suo insegnamento promosse innumerevoli attività: coinvolse nella preghiera e nella lettura della Bibbia uomini comuni, artisti, musicisti, uomini di scienza; fondò una scuola per l'educazione dei ragazzi.

In tempi nei quali la pedagogia era autoritaria e spesso manesca, Filippo Neri si rivolgeva ai suoi allievi, che erano, si direbbe oggi, ragazzi di strada, con pazienza e benevolenza: ancora oggi si ricorda la sua esortazione in romanesco: "State bboni…se potete…!".

Un'altra sua celebre frase, un'imprecazione di impazienza poi attenuata dall'augurio della grazia del martirio: "Te possi morì ammazzato... ppe' la fede!".

Gli anni che vanno dal 1581 al 1595, anno della morte, furono segnati da terribili malattie, guarigioni e ricadute continue. Preoccupato per il proprio destino scrisse per ben tre volte il proprio testamento.

Alla comunità venne concessa intanto una nuova sede, la chiesa di San Giovanni in Venere e la possibilità di fondare un oratorio persino a Napoli.

Fiaccato dalle malattie, Filippo Neri soffrì parecchio a causa di una terribile carestia che decimò alcuni membri della sua comunità oratoriana. Unico sollievo di quel periodo, nel 1590, il poter assistere, nella chiesa di Sant'Adriano al Foro, alla traslazione dei corpi di alcuni martiri.

È da ricordare infatti che la testimonianza dei martiri era motivo di commozione per il santo fiorentino.Seguendo i consigli di Filippo Neri, Papa Clemente VIII decise di riconciliarsi con Enrico IV di Francia, evento di notevole portata nella storia della Chiesa cinquecentesca.

Il pontefice, quasi per ringraziare il santo per il suo aiuto, prese con sé alcuni fra i suoi fedelissimi e decise di nominarlo cardinale, ma questi rifiutò la carica, dicendo, verso il cielo: “Paradiso, paradiso”.

Nell'aprile del 1595 Filippo Neri venne colpito ancora più gravemente dalla malattia che lo affliggeva, tanto da non poter più modificare il proprio testamento.Federigo Borromeo, suo fedele amico, si recò a Roma per amministrargli personalmente l'eucarestia.

Il Santo, come lo stesso Borromeo dichiarò, benché moribondo dimostrava ancora una forza d'animo eccezionale.

Il 23 maggio si riprese miracolosamente e poté officiare così la Santa Messa del Corpus Domini due giorni dopo, recitata “come cantando”.

Dopo aver celebrato la messa sembrò quasi ai suoi fedeli che egli fosse come guarito, poiché continuava a scherzare e consigliare come suo solito.

Verso le tre del mattino di quella stessa notte, tra il 25 ed il 26 maggio, colpito da un grave attacco di emorragia, dopo aver benedetto la propria comunità, Filippo Neri morì, quasi sorridendo nel momento del proprio trapasso.

Filippo è stato senza dubbio uno dei santi più bizzarri della storia della Chiesa, tanto da essere definito "santo della gioia" o "buffone di Dio" Colto, creativo, amava accompagnare i propri discorsi con un pizzico di buon umore.

Confessava con la stessa discrezione e la stessa bonarietà sia poveri che ricchi, sia principi che cardinali, dando a volte penitenze alquanto bizzarre, sicuro che, dopo aver fatto una simile figuraccia, il penitente non avrebbe più provato a compiere quel peccato.

Vi è ad esempio un simpatico aneddoto che narra come a una donna, che aveva il vizio di sparlare degli altri, fu comandato dal santo di spennare per strada una gallina morta e poi di raccoglierne tutte le penne volate via .

Si offriva a tutti con generosità e soprattutto con un buon sorriso, tanto da essere definito dai contemporanei come "Pippo il Buono".

Questo è il quadro che ci danno di lui i suoi contemporanei, gli uomini che lo conobbero di persona.

Filippo Neri amava inoltre vivere all'aperto per sentirsi così in maggior contatto con Dio e le sue creature. Amava trascorrere le ore osservando il paesaggio romano dalla terrazza della sua stanzetta.

A San Girolamo teneva con sé una gatta, un cane bastardino bianco a chiazze rosse, denominato dal santo "Capriccio", che aveva deciso di non tornare più a casa per vivere nell'Oratorio di "Pippo il buono"

Il santo possedeva inoltre alcuni uccellini che, durante la giornata stavano in giro per la città, alla sera tornavano da Filippo, che li accudiva e gli dava di che cibarsi, e al mattino lo svegliavano con il loro canto.

Molto particolare è dunque l'insegnamento di Filippo Neri, che possiamo riassumere principalmente in quattro punti: una singolare tenerezza verso il prossimo, la prevalenza delle mortificazioni spirituali, in particolare mortificazioni contro la vanità (si può ricordare in questo caso la celebre canzone di Angelo Branduardi "Vanità di vanità" dedicata appunto al santo fiorentino), su quelle corporali, allegria e buon umore per potenziare le energie spirituali e psichiche e infine la semplicità evangelica, di cui lui fu primo testimone.

È importante ricordare dunque come Filippo Neri, durante le preghiere del suo Oratorio, amava fare piccoli intermezzi cantati, così da rendere più piacevole la lettura del vangelo e, di conseguenza, l'incontro con Dio.

Egli stesso amava cantare alcuni sonetti scritti da lui. L'Oratorio divenne così anche un laboratorio musicale perché le laudi si trasformarono da monodiche a composizioni a più voci con l'accompagnamento di uno strumento musicale.

Negli anni in cui Filippo viveva a Roma un altro santo bizzarro e gioioso come lui, Felice da Cantalice, un frate cappuccino, svolgeva la propria missione al servizio del Vangelo. Il cappuccino capitava spesso alla chiesa di San Girolamo della Carità e poi alla Chiesa Nuova dove incontrava spesso l'oratoriano.

I due scherzavano, ridevano e cantavano insieme. Un giorno, come raccontano testimoni oculari, si incontrarono in via Pellegrino. Felice, che portava una fiasca di vino, domandò a Filippo se avesse sete, soggiungendo provocatoriamente: "Adesso vedrò se tu sei mortificato!"; e gli porse la fiasca.

Filippo stette allo scherzo e cominciò a bere tra gli schiamazzi della gente che assisteva alla scena. Ma a sua volta disse a Felice: "Adesso vedrò se sei mortificato tu"; e levandosi il cappello di testa lo ficcò su quella di Felice, dicendo di tenerselo.

Filippo e Felice erano grandi amici, legati da una stretta unione spirituale, oltre che scherzosa. Possediamo un ritratto molto fedele di San Felice da Cantalice, proprio grazie a San Filippo Neri che, un giorno nel quale il frate suo amico lo stava attendendo su una sedia, chiese a uno dei suoi fedeli, tale Giuseppe de Cesari, di raffigurarlo in quello straordinario momento di tranquillità e pace.

Felice morì il 30 aprile del 1587, otto anni prima di Filippo Neri che, come detto sopra, morì nel 1595.Filippo Neri soleva riunire nel proprio Oratorio non solo i poveri figli della strada ma anche giovani di famiglia benestante, e persino figli di principi.

Fra di essi vi era il quattordicenne Paolo, figlio del principe Fabrizio, della famiglia dei Massimo.

Il 16 marzo 1584 il ragazzino, dopo una lunga malattia, morì. Padre Filippo, che avrebbe voluto assisterlo negli ultimi istanti, arrivò troppo tardi. Non poteva fare altro che raccogliersi in preghiera.

Ma dopo qualche minuto fra lo stupore generale la sua voce risuonò sul brusio della camera: chiamava il ragazzo quasi volesse destarlo dal sonno. Paolo riaprì gli occhi e dopo aver soddisfatto un bisogno nel vasino, cominciò a confidarsi con il santo.

A un certo momento Filippo gli domandò se sarebbe morto volentieri; e lui rispose di sì, perché avrebbe raggiunto in cielo la sorella e la madre. "E allora va' in pace" esclamò il sacerdote mentre il ragazzo chiudeva di nuovo gli occhi.

La camera del miracolo venne successivamente trasformata nella cappella che si può visitare nella ricorrenza dell'avvenimento.

Dopo la sua morte ebbe subito fama di santità presso i fedeli: Santo della gioia e Apostolo di Roma sono alcuni appellativi attribuitigli dai devoti.Viene ricordato, soprattutto a Roma, per aver istituito, nel giorno di giovedì grasso del 1552 in aperta opposizione ai festeggiamenti pagani del Carnevale, la cosiddetta Visita alle Sette Chiese, un pellegrinaggio a piedi per le sette chiese principali della città: basilica di San Pietro in Vaticano, basilica di San Paolo fuori le mura, basilica di San Giovanni in Laterano, basilica di San Lorenzo, basilica di Santa Maria Maggiore, basilica di Santa Croce in Gerusalemme, basilica di San Sebastiano.

La Visita alle Sette Chiese è un pellegrinaggio tuttora in voga tra i fedeli.

Fu proclamato santo nel 1622 e, in seguito, è stato dichiarato compatrono di Roma.

Nonostante le sue reliquie siano in moltissime chiese, le sue spoglie sono venerate nella cappella della chiesa di Santa Maria in Vallicella dal 1602.

La sua memoria liturgica coincide, com'è tradizione, con il giorno della sua morte: il 26 maggio.

È anche copatrono della città di Manfredonia, insieme a San Lorenzo Maiorano, la patrona Maria SS di Siponto; di Gravina in Puglia, per volere del cardinale Vincenzo Maria Orsini poi Papa Benedetto XIII; di Gioia del Colle in provincia di Bari.

In Abruzzo è venerato in diverse località, tra cui Roio del Sangro, Perano, Guastameroli, Sant’Eusanio del Sangro

La prima chiesa al mondo dedicata a San Filippo Neri fu eretta nel 1636 a Carbognano, in provincia di Viterbo, da Orazio Giustiniani, prete dell'oratorio della congregazione fondata dal Santo e poi cardinale.

Una curiosità riguarda la piccola cittadina di Triuggio, nella provincia di Monza Brianza, in Lombardia, che al piano terra di un condominio, in un appartamento non grande più di 70 m2, è allestita dal lontano 1975 una cappellina dedicata proprio a San Filippo Neri.

Ivi sono presenti due gruppi di preghiera: uno di ragazzi, adolescenti e giovani che pregano per la pace, mentre uno è improntato sulle presunte apparizioni mariane di Medjugorje.

Questa chiesina è un piccolo segno nella Comunità Pastorale "S. Cuore" in Triuggio, serve per sostenere con la preghiera questo nuovo tipo di concezione pastorale voluta dal cardinale Dionigi Tettamanzi Arcivescovo di Milano.

Si celebra la festa annuale il 26 maggio con la Santa Messa e l'ultima domenica di maggio con la processione mariana: festa del Rione dei Pini.

tutti pazzi per la Civita

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