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Giovanni LeoneGiovanni Leone, politico, nasce il 3 novembre 1908 a Napoli, e muore a  Roma il 9 novembre 2001.

Dopo Enrico De NicolaLuigi EinaudiGiovanni GronchiAntonio Segni, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone è stato il sesto Presidente della Repubblica italiana, dal 29 dicembre 1971 al 15 giugno 1978.

Dal 10 maggio 1955 al 21 giugno 1963 fu Presidente della Camera dei deputati e, successivamente, fu per due volte Presidente del Consiglio dei ministri, dal 21 giugno 1963 al 4 dicembre 1963 e dal 24 giugno 1968 al 12 dicembre 1968.

Nominato senatore a vita dal Presidente Giuseppe Saragat, il 27 agosto 1967, fu il primo senatore a vita a diventare Presidente della Repubblica Italiana, una circostanza che si è ripetuta solo nel 2006, con l'elezione di Giorgio Napolitano.

L'elezione di Giovanni Leone, con i ben 23 scrutini necessari a raggiungere la maggioranza qualificata, fu anche la più lunga della storia repubblicana.

Conseguita nel 1929, a soli 21 anni, la laurea in giurisprudenza, seguita da quella in scienze politiche sociali nel 1930, allievo di Enrico De Nicola e di Eduardo Massari, Leone ottenne nel 1933 la libera docenza in diritto e procedura penale.

Dopo aver insegnato come professore incaricato nella facoltà di giurisprudenza di Camerino, nel 1935 fu vincitore assoluto del concorso a ordinario. Insegnò a Messina (1935-1940), a Bari (1940-1948), dove ebbe fra i suoi collaboratori Aldo Moro, e a Napoli (1948-1956), concludendo la sua carriera universitaria nel 1956 a Roma, dove tenne fino al 1972 la cattedra di procedura penale alla Sapienza, insegnando anche in università straniere.

La sua produzione giuridica conta un numero imponente di pubblicazioni, tra le quali un trattato di diritto processuale penale in tre volumi e un manuale di diritto processuale penale su cui hanno studiato generazioni di studenti (l'ultima edizione risale al 1985).

Fu insignito della Medaglia d'oro al merito della cultura.In gioventù si iscrisse al Partito Nazionale Fascista per poter esercitare la professione di docente universitario.

Fece parte della commissione incaricata di redigere il codice della navigazione del 1942, occupandosi in particolare della parte, tuttora in vigore, relativa alle norme penali, quasi completamente ideata e redatta da lui.

Dal 1940 al 1943 prese parte alla Seconda guerra mondiale, arrivando al grado di tenente colonnello, fece parte del tribunale militare di Napoli e si guadagnò un encomio solenne.

Nel 1944 si iscrisse alla Democrazia Cristiana e proseguì la brillante carriera di avvocato penalista iniziata nell'anteguerra.

Nel 1945 fu eletto segretario politico del Comitato napoletano della DC.

Nel 1946 assunse un atteggiamento agnostico in occasione del referendum costituzionale del 2 giugno. In quella data fu eletto all'Assemblea Costituente nelle file della Democrazia Cristiana.

Fu chiamato a far parte della "commissione dei Settantacinque" che redasse il testo preliminare della Costituzione italiana, contribuendo in modo incisivo alla formulazione delle norme in materia di libertà personali e di azione penale.

Il 15 luglio 1946 sposa Vittoria Michitto, dalla quale avrà i figli Mauro, Giancarlo e Paolo (il secondogenito Giulio morirà bambino).

Nel 1948 fu eletto alla Camera dei deputati. Rieletto a tutte le elezioni successive, lasciò la Camera il 27 agosto 1967 quando fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Nel 1955 fu relatore alla Camera della "novella" del codice di procedura penale del 1930, contribuendo in modo determinante alla formulazione definitiva dell'articolato. Le nuove norme (che andarono a sostituire più di un terzo del testo originario varato da Alfredo Rocco nel 1930) sono rimaste in gran parte in vigore fino al 1989, quando è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale.

Vice presidente della Camera dei deputati dal 24 maggio 1950 al 10 maggio 1955, fu eletto presidente dell'assemblea il 10 maggio 1955 in sostituzione di Giovanni Gronchi eletto presidente della Repubblica.

Rimarrà alla guida di Montecitorio fino al 26 giugno 1963, quando si dimise per assumere le funzioni di Presidente del Consiglio dei ministri.

Nell'estate del 1963 e in quella del 1968 fu incaricato di formare due governi monocolore DC "balneari" (formula transitoria mirata ad arrivare al traguardo dell'approvazione della legge di bilancio che all'epoca era prevista il 31 ottobre di ogni anno, per poi dimettersi e cedere il posto ad una compagine altrettanto precaria).

Il primo governo Leone durò dal 21 giugno al 4 dicembre 1963, il secondo dal 24 giugno al 12 dicembre 1968. In ambedue i casi, Leone accettò l'incarico per puro spirito di servizio, nella piena consapevolezza del mandato a tempo limitato che avrebbe contrassegnato la sua azione governativa.

Fu oggetto di critiche la posizione dell'allora Presidente del Consiglio Giovanni Leone, che, avendo promesso giustizia ai superstiti della sciagura del Vajont, divenne poi capo del collegio di avvocati dell'Enel nella causa promossa dai superstiti stessi. In quella circostanza, il ricorso all'istituto giuridico della commorienza, da alcuni ritenuto un artificioso cavillo giuridico, fece risparmiare all'Enel miliardi di lire.

La scelta di Saragat - che lo nominò senatore a vita - potrebbe essere interpretata come un gesto elegante nei confronti di Leone, che nel 1964 fino al quattordicesimo scrutinio era stato il candidato ufficiale della DC e che successivamente si era ritirato per consentire l'elezione dell'esponente socialdemocratico.

Fu eletto Capo dello Stato il 24 dicembre 1971 al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti su 1008 "grandi elettori". Per il raggiungimento del quorum richiesto (505), furono determinanti i voti del Movimento Sociale Italiano.

Nei primi scrutini, il candidato ufficiale della DC era stato il presidente del Senato Amintore Fanfani, ma questi in seguito dovette cedere il passo a Leone.

Dopo il ritiro di Fanfani, provocato anche dall'azione dei cosiddetti "franchi tiratori" del suo stesso partito, la maggioranza dei parlamentari della DC si orienterà infatti sulla candidatura del giurista napoletano.

Essa fu interpretata in chiave conservatrice, anche perché prevalse di stretta misura su quella di Aldo Moro, che avrebbe rappresentato una scelta più aperta ai partiti di sinistra. 

E nei giorni del sequestro del presidente della DC, fu addirittura sul punto di compiere un gesto umanitario che forse avrebbe potuto impedire l'assassinio di Moro. Secondo autorevoli costituzionalisti, la sua presidenza fu caratterizzata da una linea improntata all'indipendenza piena dai partiti e al rispetto scrupoloso delle istituzioni. Leone fu sempre rispettoso del dettato costituzionale, e nell'avvalersi delle sue prerogative effettuò delle scelte del tutto aliene da impostazioni ideologiche (ad esempio, nella nomina dei giudici costituzionali optò per giuristi insigni di area politica del tutto antitetica a quella della DC come il romanista Edoardo Volterra e il costituzionalista Antonio La Pergola), talvolta in contrasto con la maggioranza parlamentare (come quando rinviò alle Camere la legge sul nuovo sistema elettorale del CSM, che il Parlamento riapprovò tal quale costringendolo alla promulga).

Leone inviò il 15 ottobre 1975 un articolato messaggio alle Camere, ma su di esso - che era espressione di una linea politica estranea alla linea dei vertici del partito da cui proveniva - la DC si adoperò perché passasse il più possibile sotto silenzio (in un'intervista televisiva del 1996, l'ex capo dello Stato sottolineò come il presidente del Senato dell'epoca, Giovanni Spagnolli, avesse evitato perfino che ci fosse un dibattito in aula sui contenuti del messaggio)

Più in generale, l'elezione di Leone era il frutto di equilibri politici anche interni al suo stesso partito che nel 1978 erano ormai largamente superati, per cui si scatenò contro di lui una diffusa ostilità della sua stessa parte politica, assai flebile nel difenderlo dinanzi alle critiche virulente che gli vennero rivolte da una parte della stampa, il primo luogo L’Espresso, e dal partito radicale. In una prima fase, gli furono rimproverate cadute di stile e fu tacciato d'inadeguatezza al ruolo presidenziale.

In seguito, si passò al tentativo di coinvolgere Leone nel discredito e nel malgoverno della cosa pubblica. L'ultimo atto fu la richiesta di dimissioni presentata dalla Direzione dell'allora Pci sulla spinta di una campagna di stampa che chiamava in causa il Capo dello Stato soprattutto relativamente allo scandalo Lockheed.

Durante la sua presidenza, nominò cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi, futuro capo di governo.

A partire dal 1975 Leone e i suoi familiari si erano trovati al centro di attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito Radicale di Marco Pannella, e dal settimanale L'espresso: essi furono riversate nel libro “Giovanni Leone: la carriera di un Presidente”, che la giornalista Camilla Cederna nei primi mesi del 1978 pubblicò per Feltrinelli.Ancora una volta, a questo pamphlet su presunte irregolarità commesse dal presidente e dei suoi familiari la parte politica di cui Leone era espressione non reagì e, cosa ancor più rimarchevole, non consentì allo stesso Capo dello Stato di reagire: il Guardasigilli del settimo governo Andreotti, più volte sollecitato dal Quirinale, rifiutò di accordare la necessaria autorizzazione per procedere penalmente contro l'autrice per oltraggio al Capo dello Stato.

Furono soltanto i figli di Leone a poter sporgere querela, per i fatti loro ascritti, e per quel volume dopo molti anni la giornalista subì una condanna al pagamento di un ingente risarcimento a loro favore.

Oltre ad amicizie discutibili negli ambienti della finanza d'assalto e a rimescolature di un vecchio dossier del generale De Lorenzo sulla vita privata della moglie nel 1976 incominciò a circolare un'indiscrezione, secondo la quale sarebbe stato Leone stesso il personaggio chiave attorno al quale ruotava lo scandalo Lockheed (illeciti nell'acquisto da parte dello Stato italiano di velivoli dagli USA), con il nome in codice Antelope Cobbler, ma le accuse avanzate contro Leone non furono mai provate.

Fino al giorno delle sue dimissioni, Leone preferì non rispondere pubblicamente di tutto quello che era successo.In un primo momento, Leone pensò di presentare spontaneamente le dimissioni, anche in coerenza con quanto rappresentato dal suo messaggio alle Camere dove auspicava una riduzione da sette a cinque anni del mandato presidenziale.

In seguito l'idea venne abbandonata, ma immediatamente dopo il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro (16 marzo - 9 maggio 1978) le polemiche ripresero in maniera più virulenta, e il PCI chiese formalmente per primo le sue dimissioni, che Leone stesso annunciò agli italiani il 15 giugno 1978 in un messaggio televisivo.

Le dimissioni avvennero 14 giorni prima dell'inizio del cosiddetto "semestre bianco", ossia il periodo durante il quale il presidente della Repubblica non può sciogliere anticipatamente le Camere e con sei mesi e quindici giorni di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, che quindi cessò il 15 giugno 1978 con effetto immediato, dando luogo alla supplenza del presidente del Senato Amintore Fanfani.

A seguito delle dimissioni, in quanto ex presidente della Repubblica divenne di diritto senatore a vita, e fece ritorno al Senato, iscrivendosi al gruppo misto. Prese parte con assiduità ai lavori della commissione Giustizia, battendosi soprattutto perché il nuovo codice di procedura penale non fosse redatto nella forma entrata in vigore nel 1989 ed affinché la legge sulla violenza sessuale del 1996 non modificasse le vecchie fattispecie del codice penale del 1930 (il "codice Rocco" che da giovane docente Leone aveva visto nascere), fino ad ipotizzare, con una lettera su "Famiglia Cristiana", il referendum abrogativo della nuova legge.

Nel 1994 votò la fiducia al Governo Berlusconi, e fece lo stesso nel 1996 con il primo Governo di Romano Prodi.

Al contrario, non sostenne il governo D'Alema I.

In occasione del suo novantesimo compleanno, il 3 novembre 1998 fu promosso dalla presidenza del Senato un convegno in suo onore a Palazzo Giustiniani al quale, oltre al presidente della Repubblica in carica Oscar Luigi Scalfaro e a numerose personalità, presero parte alcuni esponenti dell'ex PCI fra cui il futuro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Prima della manifestazione, Marco Pannella ed Emma Bonino andarono a stringere la mano all'anziano ex presidente della Repubblica e a scusarsi pubblicamente per gli attacchi di vent'anni prima.

La mattina dello stesso giorno, i quotidiani avevano anticipato il contenuto di una lettera all'ex presidente dei due esponenti radicali, con la quale essi, oltre a rendere omaggio a Leone, riconoscevano di essere stati vent'anni prima dalla parte del torto chiedendogli pubblicamente scusa.

Camilla Cederna era morta nel 1997 senza aver mai chiesto scusa a Giovanni Leone e alla sua famiglia.

Poche settimane prima di spegnersi all'età di 93 anni, a seguito del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 25 settembre 2001 gli fu attribuito il titolo di presidente emerito della Repubblica, dignità di ordine onorifico e protocollare che da allora spetta ex lege a tutti gli ex capi dello Stato in vita.

Il 25 novembre 2006 il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano manifestò esplicitamente il suo dispiacere per la grave ingiustizia che ebbe a subire il Presidente Giovanni Leone. 

tutti pazzi per la Civita

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