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Ugo Pellis, letterato, fotografo, nasce il 9 ottobre 1882 a San Valentino di Fiumicello, in provincia di Udine, e muore a Gorizia, il 17 luglio 1943.

Nel 1902 iniziò ad insegnare al liceo di Capodistria e dal 1912 al 1925 continuò l'attività di professore di lettere presso il liceo di Trieste.

Fu tra i fondatori della Società filologica friulana, di cui divenne presidente.

Nel 1925 iniziò la collaborazione con Matteo Giulio Bartoli per la redazione dell'Atlante Linguistico Italiano: l'impegno che lo vedeva coinvolto in questo progetto era notevole e prevedeva una serie di inchieste da effettuare nel territorio regionale accompagnate ciascuna anche da una grande quantità di materiale fotografico che formò grazie alla collaborazione con l'Istituto fotografico triestino.

L'archivio fotografico che Pellis ha creato è un importante documento fotografico della storia del Friuli dopo la prima guerra mondiale.

Ugo Pellis, linguista e fotografo a dorso di mulo

di Marco Vallora – La Stampa

In mostra volti e luoghi dei viaggi nella Sardegna degli Anni Trenta

E’ davvero incredibile che d’un fotografo-pioniere come Ugo Pellis, attivo sin dagli Anni 30 e noto solo ai più raffinati intenditori di primizie, ci si sia occupati così poco, e da un paio d’anni soltanto, in vista della folgorante retrospettiva minima «Uomini & Cose» (catalogo Giunti) che prima ha toccato Udine, ora a Lugano, sino a settembre, quindi, ragionevolmente, a Cagliari, nel Ghetto degli Ebrei.

E non stupisce che a Lugano l’artista, chiamiamolo pure così, interessi il Museo antropologico delle Culture: perché Pellis, ideatore e estensore del monumentale Atlante Linguistico Italiano, è stato un grande e non meno pionieristico filologo romanzo, con propensione alla nascente dialettologia, agli scarti fonetici nelle varie zone linguistiche.

È vero del resto che Pellis, nato povero, studi quasi seminariali grazie al prevosto di paese, a Gorizia, che allora stava sotto la giurisdizione della Corona Austroungarica (ma lui fu irridentista e scapestrato: al punto d’esser esentato dalla vita militare), è tutto di cultura germanica e filologica.

Studia a Innsbruck e Vienna, è in contatto con i maggiori studiosi internazionali e dunque impregnato della stessa cultura che ritroviamo in Warburg.

Solo che Warburg pensava alle immagini e agli archetipi dell’iconologia, Pellis guarda invece alle parole-cose, come a idoli frettolosi e catturabili, da inseguire come insetti rari, per poi inserirli nelle sue gabbie scientifiche (e questo è molto importante, anche per capire la sua modernissima ed arcaica fotografia di rincalzo, petrosa e parlante, come un nuraghe ingessato nella polvere del tempo).

Positivista ma con misura, e molta autoironia.

Per esempio, nutrito di cultura nazional-fascista, ma tutt’altro che littorio, scanzonato e libero, parte per la Sardegna, nel 1932 (sino al ’35, per sette consecutivi viaggi, anche di mesi: è l’argomento esclusivo della mostra) con una Balilla fiammante (o scalcinata, dirà qualcuno) che comunque gli è stata regalata dal Duce, per portare a termine quest’impresa eroico-rurale di documentare trionfalmente ogni angolo laborioso d’Italia.

In realtà è il ministro Casati che gli ha permesso di abbandonare l’onesto lavoro di professore di liceo, ben assolto per decenni, e d’iniziare il suo massacrante «immane ed imperiale» lavoro sul campo («nobilissimo ma gravissimo»), con la benedizione di un’auto di sostegno, più che di regime (pare davvero un fotogramma di Tornatore, talvolta, la sua vita).

Perfezionando il suo fortunato Questionario passe-par-tout, parole-chiavi e un innovativo sistema di trascrizione fonetica, per catturare le incredibili varianti della nostra lingua.

Ma poi preferisce gettar via (non per motivi ideologici) la Balilla e proseguire a dorso di mulo, o a piedi, per essere più in sintonia con la terra che attraversa non da estraneo, inseguendo le corriere che attendono, per partire, l’unico postino trafelato, che macina chilometri al giorno, col borsone di pelle di capra sulla groppa.

Così, pur convinto di ritrovare in Sardegna le radici d’un «intatto mondo romano» («terra sacra, per la conservazione delle impronte di Roma»), di fronte alle esagerazioni littorie «e retoriche» d’altri colleghi, usa l’arma demolitoria dell’ironia: parla di «autosuggestione di studiosi che rileggono i propri appunti esaltandosi ed esagerando, snaturando la parola spontanea», mentre lui ci vede addirittura influenze zingaresche.

Letterato con qualcosa di pasoliniano (traduce Goethe in friulano, ama guazzare negli idiomi, che si vanno perdendo) invia precauzionalmente lettere a prevosti e sindaci, e campioni d’inchiesta, per giungere già accreditato e assicurato d’un utile «informatore», che gli permette d’infliggere il più naturalmente possibile («e ora alla caccia dell’uomo!») i suoi «attacca bottoni linguistici», mentre la gente lavora e lo tollera come uno strano animale.

«Avevo visto tante mole asinarie, ma una così primitiva non m’era ancora capitata sott’occhi. M’arrampicai per un muro. Due donne - le mugnaie - scapparono come se la mia Superb non fosse una macchina fotografica, ma Dio sa che arnese diabolico e micidiale».

Spesso la guardia di paese deve intervenire, per riportare alla sua graticola, come discoli scolari, i popolani più riottosi e impauriti, eppure Pellis non è il classico professore in ghette, si ricorda spesso d’essere uno di loro.

È alla ricerca della pietra filosofale, dell’immagine primordiale, archetipica, delle parole come degli arnesi, in fondo non fa distinzione, per verificare come si è formata la lingua-vita romanza: capace di sopportare «sgropponate» sfiancanti, per pinzare un aratro «alla romana» o una pronuncia inusuale.

E poco a poco decide di fotografarli, questi reperti vivi densi di morte: prima le lastre, Kodak, Ica, la bifocale Superb, infine la pellicola.

Oltre 2177 scatti unici.

Le sue immagini straordinarie (anche Sanders è stato qualche anno prima di lui in Sardegna, ma con lui tutto è in posa) sono così aurate di mistero, di pudore dotto, di polvere della vita: le povere cose paiono persone, le rugose vecchie del luogo son asini pazienti, fasciati di stracci.

Per non vedere l’inutile, omicida cammino rotondo delle macine.

Non è lui che fotografa: è lo stesso genius loci a immolarsi.

Modernità e primordialità miscelati, nella mola dell’autentico. «La Superb colse in un vicolo un bel tipo incappucciato, che pare Mosè, che fa scaturire l’acqua dal granito di Urzulei».

È la vita che risorge dalla pietra: fantasmatica, come la contadina che prilla, per mostrare il proprio costume.

E gli oggetti stessi si fanno figure, specchi della nobile miseria e «dell’amarezza di vita».

Ben altra cosa, dalla finzione rural-mussoliniana. La mola, «macchina primitiva, attraverso le parole vive, pittoriche, diventa umana: la schiava del grano».

E Pellis parla proprio di pomo d’Adamo, di gargarozzo, di mammella: della pietra.

Così come del pane della vita, «ostia luminosa dell’amara vita», citando il vicinissimo Satta: «lievito santo, come il germe chiuso nel grembo».

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