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Lino Manocchia, giornalista, nasce  il 20 febbraio 1921, a Giulianova, nell’abitazione di via Madonna dei Sette Dolori oggi via Amendola, e muore a New York il 4 marzo 2017.

di Walter De Berardinis 

È il primogenito del giornalista e scrittore, il cav. Francesco Manocchia, scomparso durante il bombardamento su Giulianova del 29 febbraio 1944, e di Filomena Spadacci, d’origini toscane.

Dal matrimonio nacquero anche: Franco, Omero (morto per malattia a 17 anni) e Benito (Benny).

In realtà il vero nome completo di Lino è Pasquale (nome del nonno paterno) Omero (del nonno materno) Marino (dello zio paterno di Pittsburgh); in famiglia lo chiamavano con il diminutivo di Pasqualino, ma per tutti era semplicemente Lino.

Vive l’infanzia a Giulianova soprattutto con i nonni paterni, Pasquale, noto calzolaio della città (morto all’età di 94 anni) e Lucia Macellaro, casalinga (abitavano dietro la scuola De Amicis, in via Diaz).

Non mancavano le frequentazioni con i nonni materni in Toscana, nel borgo di Montefollonico, frazione del Comune di Torrita di Siena, e con la zia, sposata con un ricco commerciante di stoffe, a Montepulciano.

A Giulianova frequentava gli amici più cari: Carlo Marcozzi (poi sposato con la Branciaroli), Guido Pompei, Renato Campeti, Ernesto Ciprietti, l’affezionato Giancola e poi l’amico di sempre, Giorgio De Santis, il geometra Bruno Solipaca, Dante Paolini, Poliandri, Rossi, Epimerio Taffoni, questi ultimi noti sportivi giuliesi.

Il padre investe i risparmi nell’acquisto di una cartoleria e di un piccolo appezzamento di terra. Nel frattempo la famiglia si sposta nei pressi della Chiesa di Sant’Anna, vicino al Torrione e in seguito, alla fine degli anni ’30, nel palazzo dietro il Comune, dove viveva anche Renato Morganti padre della sua maestra Maria.

Si iscrive al Regio Istituto Tecnico Industriale “Raffaele Pagliaccetti” in  piazza Vittorio Emanuele II oggi Piazza della Libertà, diretto dal dott. Marucci. Alla fine degli anni ’30, quasi diciottenne, ebbe modo di conoscere e frequentare l’avv. Attilio Re il quale gli rivolse parole profetiche: “perché non scrivi come tuo padre Francescuccio? Scrivi sul nostro Giulianova calcio, se sbagli ti aiuto io”.

Arrivò l’occasione, la squadra vinse ed egli dovette mantenere la parola data; si recò al Caffè di Germano, nel cuore di Corso Garibaldi, l’avvocato Re lesse l’articolo ed approvò. Scese in tutta fretta le scalette che conducono al Lido e trasmise, con l’unico telefono pubblico, tutto l’articolo alla redazione.

Quel primo articolo gli valse la tessera d’ingresso al campo. Il padre, severo, insisteva perché lui desistesse nella convinzione che “con questo mestiere ci si muore di fame”. Ma lui serafico rispondeva: “Ma papà, tu sei un morto di fame!”.

Partecipò, come giovane cronista, anche alla famosa Coppa Alleva che si teneva in occasione della festa della Madonna dello Splendore, a bordo della splendida Lancia Lambda di Pierino De Felice e presenzio alla cerimonia di premiazione alla presenza della banda di Introdacqua, diretta dal noto maestro Di Rienzo.

Poi si dedicò alle cronache del calcio giuliese: vero, vivo, combattuto sempre nella lealtà, quello di Paolini, Taffoni, Poliandri, Rossi, contro squadroni del calibro della Maceratese, Sambenedettese, Fermana, Teramo, Chieti, Vasto e tante altre. Strano destino quello di Lino.

Un bel giorno la sua famiglia ricevette dai due fratelli paterni (Gino e Marino Manocchia, proprietari di una fabbrica di tabacchi in Pennsylvania) i biglietti per l’America ma la nonna Lucia, di salute malferma, convinse suo figlio, Francesco, a restare a Giulianova.

Negli anni dello studio partecipò ai movimenti giovanili dell’epoca; incoraggiato dallo slogan “Guardo in alto, ammiro e penso”, partecipò agli Agonali Fascisti per le scuole giuliesi piazzandosi ai primi posti. Arrivarono le selezioni provinciali a Teramo dove, nonostante la vittoria, la giuria lo retrocesse al secondo posto favorendo il nipote di un funzionario di stato.

Si presentò anche agli Agonali sportivi della provincia partecipando ai cento metri con un paio di scarpette bianche da ballo, il suo rivale, il teramano Lanciaprima, arrivò primo ma calzava vere e proprie scarpe da ginnastica. Mestamente di accontentò del secondo posto tra gli applausi dei presenti. Completate le scuole superiori si spostò a Torino dove insegnò, come supplente, Italiano e Tecnologia.

Conclusa questa esperienza, fu iscritto dal padre al Regio Collegio Aeronautico “Bruno Mussolini” di Forlì, perché intraprendesse una sicura carriera militare nella Regia Aeronautica Italiana. Un bel giorno, in visita al Regio Collegio, arrivò il Duce in persona, e Lino, da buon giuliese, si fece avanti per stringergli la mano.

Al termine della visita ufficiale, il redattore dell’EIAR (l’agenzia di stampa governativa) dettò il resoconto della visita, ma il suo collega aviere, preso dall’emozione non riuscì a scrivere neanche una parola. Allora il Colonnello chiamò Lino e gli chiese di trascrivere il resoconto che lo stesso Mussolini visionò e si congratulò con lui chiedendo chi fosse. Quando Lino rispose con nome e cognome, il Capo del Fascismo sorrise ed esclamò: “…sei il figlio di Francesco?”. Infatti, il padre era il corrispondente da Teramo per “il Popolo d’Italia”, il quotidiano del P.N.F.

Durante la guerra, inquadrato nella Regia Aeronautica Italiana, venne trasferito a Mostar, nell’ex Jugoslavia dove incontrò il concittadino Elio Fracassa già esattore delle giocate delle lotterie di stato. Dopo l’8 settembre, ed una lunga odissea dentro i vagoni merci, fu internato in uno stalag nella zona di Francoforte sul Meno, in Germania. L’internamento così duro gli rende, ancora oggi, difficile il ricordo di quei giorni. Dopo tre anni di dura prigionia, viene rimpatriato e fa l’amara scoperta che suo padre è morto a causa dell’ennesimo bombardamento angloamericano su Giulianova.

La bomba, caduta il 29 febbraio del 1944, aveva centro in pieno la loro abitazione; morirono diversi condomini ma si salvarono la madre e i suoi tre fratelli, solo Benito fu colpito, da ben 30 schegge. Poi gli anni duri della ricostruzione, venticinquenne e con una vita tutta da inventare.

Lavorò con il Comune di Giulianova organizzando eventi per le feste d’estate per aiutare la madre ed i suoi tre fratelli più piccoli. Innamoratosi della sua concittadina, Ada Di Michele, figlia di emigranti italiani già negli USA e nata nell’Ohio, la sposò nel 1948 nella parrocchia del Lido.

Intanto aveva ripreso le collaborazioni con diverse testate giornalistiche italiane, molte delle quali dirette dai colleghi di suo padre Francesco. Continuava a seguire le vicende della sua città. Si occupò, tra le altre cose, del tentativo intrapreso dall’avv. Riccardo Cerulli, di annessione della frazione di Cologna (Roseto degli Abruzzi) a Giulianova; della battaglia giornalistica in favore della salvaguardia dell’ex colonia Rosa Maltoni Mussolini. E c’erano anche le grandi serate al Kursaal, dove allestiva splendidi spettacoli con cantanti, sfilate di Miss, orchestre e balli; il tutto intorno al mitico Trenino di Santa Fè.

Nonostante l’impegno e la voglia di riscatto, per Lino si profilava la via dell’espatrio per accarezzare il sogno americano. Nei primi giorni del marzo 1949, con il piroscafo Vulcania, si imbarcò a Napoli (tratta Genova-Napoli-New York) insieme alla moglie alla volta degli USA. Salutò Giulianova in una serata indimenticabile a casa di Bruno Solipaca ed in compagnia di Giorgio De Santis, Dante e Renato Granata, Claudio Gerardini, Carlo Marcozzi e Renato  Lattanzi.

Arrivato a New York, visse un periodo nel Bronx, nel quartiere “Piccola Italia”, poi nella zona del Westchester, oggi nota zona residenziale. All’inizio si adattò a lavori come macellaio con il suocero (già cittadino americano), ed in seguito, con un cuoco sorrentino, aprì un ristorante “Da Capri”.

La parentesi della ristorazione fu breve, iniziarono infatti le collaborazioni con la “Voice of America” e l’attività di corrispondente dall’estero per giornali italiani. Iniziò a lavorare anche con la tv americana, presentando un programma televisivo settimanale sulla rete “Wevd” e uno radiofonico sulla “Whom”. Mentre, l’avventura di giornalista vero, stava iniziando con “l’apertura” dei famosi studios americani con le “prime” mondiali del mondo della celluloide.

Numerosi e tanti, furono gli attori ed attrici che ha intervistato e conosciuto dei quali conserva ancora preziose foto. Ha incontrato ed intervistato personaggi come: Frank Sinatra, Marilyn Monroe, Dean Martin, Perry Como, Rocky Marciano, Juan Manuel Fangio, Mario Andretti e tanti altri illustri personaggi. Durante il lavoro con “Voice of America”, Manocchia ha avuto modo di intervistare cinque Presidenti americani: Eisenhower, Kennedy, Johnson, Carter e Clinton.

Manocchia trovava anche il tempo per inviare, tramite “Voice of America”, servizi regionali per l’Abruzzo, con la Rai di Pescara, allora diretta dal giornalista Tiboni. Iniziò come corrispondente de “Il Messaggero” di Roma, “Il Secolo XIX” di Genova, la “Gazzetta di Mantova”, ed altri.

Poi l’incontro con il grande giornalista Gino Palumbo che lo portò a “Sport Sud” e poi collaborò per nove anni al “Corriere della Sera” e con “La Stampa” di Torino. È stato anche cofondatore, assieme a Remo Roveri, di “Stadio” di Bologna (poi divenuto “Stadio-Corriere dello sport”), con il quale continuò la collaborazione dagli Stati Uniti inviando interessanti reportage.

È stato inviato speciale di importanti testate, tra i suoi servizi si ricordano quello sul “SAC” (comando aereo strategico statunitense), per la Linea aerea strategica degli Usa nella guerra fredda e le cronache con il compianto e grande giornalista italiano, Ruggero Orlando.

Ricevette dalla Commissione della Rai il più alto elogio per una sua trasmissione sull’anno geofisicoNon trascurò mai di intervistare tanti abruzzesi in America, narrando le loro “odissee”. Fu corrispondente per oltre un ventennio di settimanali automobilistici quali “Rombo” (con Marcello Sabbatini, recentemente scomparso), “Autosprint” e “Controsterzo”.

Oggi concentra la sua attività, malgrado le numerose primavere e ancora pubblica i suoi lavori su Internet: www.primadanoi.it/, www.abruzzopress.info/, www.newsitaliapress.it/ e il blog http://giulianovanews.blogspot.com/.

La sua famiglia è nata nel giornalismo, dopo Lino, emergono Franco, ex redattore de “Il Corriere della Sera” e poi Benny (Benito), anch’egli dagli Stati Uniti per la Rusconi.

Manocchia ha avuto numerose sollecitazioni perché scrivesse sulla sua attività americana, dopo vari tentennamenti ora sta lavorando ad un volume “I miei 40 anni ad Indianapolis” sulla famosa 500 miglia: la corsa più spettacolare del mondo.

Oggi Manocchia vive a Cambridge nello stato di New York, insieme a suo figlio Adriano (sposato con la giuliese Teresa Schiavi), noto artista e suo nipote Adriano Jr, manager del reparto ricerche della Cornell University di Ithaca a New York.

Nonostante l’età, sfidando spesso i disagi dei voli aerei, segue le varie manifestazioni motoristiche delle quali è esperto, incontrando famosi attori americani appassionati di motori come lui, una passione nata da un’intervista a Tazio Nuvolari, prima di una Coppa Acerbo a Pescara.

Mentre scrivevo questo breve profilo biografico, gli ho chiesto: ricominceresti da capo senza cambiare nulla? Lui mi ha risposto: “Certo che accetterei. Ma cancellerei la parentesi della prigionia in Germania e la perdita di mio padre sotto le bombe. La vita mi ha dato tanto ed io le sono grato insieme alla Provvidenza che mi ha guidato, aiutato e sorretto,  facendomi acquisire una esperienza favolosa. Ringrazio anche il dono della capacità di volgere in gioco le più crudeli avversità, di comunicare col pubblico, in un sapiente dosaggio di ruoli. La mia vita è un romanzo multicolore, bello, reso affascinante dalla moltitudine di soggetti incontrati e trattati”.

Credo, alla luce di quanto raccontato, che questo illustre giuliese, 87enne ed ancora in attività, abbia una miscela esplosiva di estro e di calcolo, di impulsività e scetticismo, condito dalla spregiudicatezza che accomuna molti giuliesi conosciuti fino ad ora.

Eppure non c’è stato interlocutore più amabile, agguerrito e conversatore di lui, uno che si reputa “artigiano” della penna, un cronista chiaro nell’esposizione dei fatti raccontati. Che magnifico istrione questo Lino Manocchia! Credo che la Città di Giulianova lo debba onorare con un encomio pubblico per aver portato il lavoro e la laboriosità di noi giuliesi fuori dai confini internazionali.

Fonte: Rivista Madonna dello Splendore – n° 27 del 2008

www.giulianovaweb.it

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