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Alfredo Frassati, l'invenzione del giornale moderno

di Alberto Papuzzi*

Alfredo Frassati nasce il 28 settembre 1868 a Pollone, un comune della provincia di Biella, in Piemonte e muore a Torino il 21 maggio 1961.

E' stato un editore, giornalista e politico italiano, direttore del quotidiano La Stampa dal 1900 al 1926, senatore del Regno d'Italia e della Repubblica Italiana.Figlio del chirurgoPietro e di Giuseppina Coda Canati, nel 1890 si laureò in giurisprudenza all'Università di Torino.

Nel 1894 divenne comproprietario e direttore del quotidiano La Gazzetta Piemontese, al quale nel 1895 diede il nome La Stampa, che mantiene tuttora.

Il 16 ottobre 1900 divenne direttore e nel 1902 unico proprietario del quotidiano. Collaborò anche al Corriere della Sera.

Dopo il delitto Matteotti e alla vigilia dell’aggressione a Gobetti, l’8 luglio 1924 entrava in vigore il decreto fascista che di fatto aboliva la libertà di stampa nel nostro Paese.

L’indomani La Stampa pubblicava un fondo del suo direttore Alfredo Frassati, «La soppressione della libertà di stampa», in cui si poteva leggere: «Proprio in un momento in cui tutti toccano con mano i tristissimi effetti di un regime compressore di libertà, proprio oggi il governo si decide a colpire una libertà così essenziale come quella della stampa, con un colpo mortale».

Con quell’articolo Frassati firmava la sua estromissione dal giornale di cui era anche l’azionista di maggioranza. Era soltanto questione di tempo. Ma era chiaro che il regime non avrebbe tollerato più a lungo un avversario così inflessibile.

Accadde, puntualmente, un anno dopo. Prima se ne andò Luigi Salvatorelli, che negli ultimi tempi si era assunto anche responsabilità sulla linea della testata, quindi il 9 novembre 1925 toccò a Frassati fare le valigie (trovando un accordo per la cessione della proprietà con Giovanni Agnelli e Riccardo Gualino).

Finiva così un’avventura editoriale, che aveva visto Frassati prendere un foglio in crisi, la Gazzetta Piemontese, e trasformarlo in una testata, La Stampa, in grado di mettersi in concorrenza non soltanto con la Gazzetta del Popolo, l’altro quotidiano torinese, ma addirittura col Corriere della Sera, numero uno della stampa italiana. Non a caso il 1925 segna l’abbandono non solo di Frassati ma anche di Luigi Albertini, il direttore del quotidiano milanese, a sua volta inviso al regime.

È il 1894 quando il giovane Frassati acquisisce un terzo della casa editrice della Gazzetta Piemontese, grazie a un prestito di ottantamila lire concessogli dalla madre, e quindi si trova a reggerne le redini con Luigi Roux, senatore del Regno, non senza screzi.

Nato a Pollone presso Biella il 28 settembre del 1868, figlio d’un chirurgo, laurea in legge all’Università di Torino, perfezionati gli studi con un soggiorno a Berlino tra il 1888 e il 1893, autore a vent’anni del saggetto Le donne elettrici, nutriva una passione per il giornalismo più forte di quella per le questioni giuridiche, e aveva infatti avviato una collaborazione con la Gazzetta Piemontese e con altri fogli.

L’ingresso nella proprietà e la condivisione della direzione furono una specie di salto nel buio: il giornale gli appariva vecchio e malridotto, tanto da parlarne alla famiglia in termini un po’ sconfortati.

«Sono schiavo qui dalla mattina alla sera», scrive nel 1895. «Siamo ridotti a così pochi e quei pochi così cattivi e così pigri che davvero non so bene dove sbattere il capo». Ma lui ha idee chiare sugli obiettivi da raggiungere, e possiede l’intraprendenza necessaria per realizzarli.

È un modernizzatore. Tanto per cominciare cambia la testata: La Stampa, sull’esempio tedesco e inglese (Presse o Press). Il suo modello sono soprattutto i quotidiani tedeschi. Svecchia la grafica, rinnova i caratteri.

Organizza la redazione forse più solida e brillante che ci fosse da noi. Lancia giovani talenti come Luigi Einaudi.

Stipula un accordo con il quotidiano americano New York Herald, che rappresentava all’epoca quanto di meglio ci fosse sul mercato. Nel 1900, a 32 anni, diventa il responsabile unico della testata, sia come direttore sia in qualità di editore.

L’autonomia assoluta di azione e di intenti gli costa non poco: per liquidare Roux ricorre a un primo prestito con una banca di Biella, avendo bisogno di un altro mutuo per rinnovare il giornale dà in garanzia i beni di famiglia, mentre anche il fratello Pietro entra nell’amministrazione per coadiuvarlo.

Ma il giornale in effetti cambia faccia: la sede di via Stampatori è un viavai di gente, si moltiplicano le firme di inviati e opinionisti, fra i quali Gozzano e De Amicis, nel sotterraneo c’è una tipografia modernissima, con gli ultimi modelli di linotype e rotative.

Alla modernità tecnica corrisponde quella politica e culturale.
Frassati fa della Stampa un giornale progressista, ispirato ai toni del riformismo liberale e della democrazia industriale.

Una ventina d’anni più giovane di Giolitti ma della stessa generazione di Agnelli, si sente interprete di una borghesia italiana che, lungi dall’arroccarsi in una posizione di difesa, deve assumersi compiti e responsabilità di classe dirigente.

Intuiva che gli italiani, al passaggio del secolo, si trovavano alle prese con un cambiamento epocale, per cui la sua linea editoriale si specchiava in un appello alle «forze sane del paese», «all’Italia che lavora e che produce». In questo senso si è detto che faceva un giornale giolittiano.

Nel 1898 aveva sposato una pittrice,
Adelaide Ametis. Ne erano nati due figli: Pier Giorgio, beatificato da Papa Wojtyla nel 1990, e Luciana, scomparsa nel 2007 a 105 anni. Il distacco dal giornale era iniziato con la nomina nel 1920 ad ambasciatore a Berlino.

Lasciata La Stampa, si occupò dell’Italgas, mostrando un buon temperamento imprenditoriale e diventando anche oggetto di corrispondenze di Einaudi all’Economist. Dopo l’ultima guerra ottenne di essere reintegrato nella proprietà del giornale, che poi cedette ad Agnelli e alla Fiat.

Personaggio fiero e caparbio, scolpito nella pietra, di lui si scrisse che aveva il giornalismo nel sangue.

*www.lastampa.it

tutti pazzi per la Civita

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