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Antonio De Nino, storico e antropologo, nasce il 15 giugno 1833 a Pratola Peligna, e muore a Sulmona l’1 marzo 1907 lasciando da sola l’amata consorte Maria Mosca.

Nei suoi studi e nelle sue opere si occupa con passione ed interesse degli usi e dei costumi della sua gente.

Nelle sue ricerche fu affiancato anche da Vincenzo Balzano.

Collaborò con Gabriele D'Annunzio alla stesura di alcune tragedie, nella parte riguardante la ricerca delle fonti e dei contesti storico-culturali, delle tradizioni e del retaggio abruzzese, ove collocare lo svolgimento delle scene.

Come ispettore della provincia dell'Aquila, esplorò la necropoli di Alfedena, effettuò ricerche nella valle dell'Alento e nel territorio di San Benedetto in Perillis.

La famiglia, l’ambiente, i luoghi di origine ne condizionarono inevitabilmente la formazione e contribuirono ad indirizzarne le scelte e l’impegno civile verso quel riscatto sociale e nazionale rappresentato dalla monarchia sabauda.

I testi di Gioberti, Il gesuita Moderno ed il Primato degli Italiani, saranno i punti di riferimento per le scelte del cittadino e dell’intellettuale De Nino.

Bambino gracile, irrequieto ed insofferente della disciplina scolastica, dopo aver scagliato contro il maestro curato i “libri di testo”, l’Ufficiolo ed il Libro delle sette trombe, continuò a studiare da autodidatta, affrontando anche letture più impegnative che gli consentirono di imparare l’italiano ed il latino.

Ma non abbandonò mai lo studio del dialetto nella convinzione che “… non si fa la storia di una lingua, o si fa di convenzioni o di congetture, senza lo studio dei dialetti, o almeno dei principali, nei vari periodi del loro svolgimento.

La stessa lingua o ristagna o non è più generalmente intesa, se perde di mira il dialetto perde di mira i confratelli” (La Sabina nel dialetto e nei canti, in Rivista moderna politica e letteraria, Roma, 15 marzo 1903, p. 65).

Subito dopo l’Unità d’Italia, dovendo far fronte ai problemi economici quotidiani, divenne maestro elementare, destinazione San Demetrio dei Vestini, quindi Leonessa.

Tornato a Sulmona nel 1872, dopo gli incarichi scolastici di Rieti e Cingoli, fu professore alla Scuola Tecnica e al Ginnasio, occasione quest’ultima che gli permise di rafforzare l’amicizia con Leopoldo Dorrucci.

Nel 1885 gli fu affidato l’incarico di direttore delle Scuole Regie Secondarie.

Ma soprattutto, dopo il rientro a Sulmona, iniziò a dare corpo agli interessi archeologici ed alla passione per le tradizioni popolari.

Pubblicò subito i contenuti dei suoi studi e delle sue ricerche, in gran parte oggetto della corrispondenza con lo storico Atto Vannucci, su La Gazzetta di Sulmona, fondata nel 1874: “Le Armi preistoriche”, “Di Superequo e Molina”, “Gli avanzi di Corfinio”, “Gli avanzi della villa di Ovidio”, “Di un acquedotto corfiniese”, “La città di Vesbula”.

A partire dal 1877, formalizzati i rapporti col Ministero della Pubblica Istruzione ricevendo la nomina ad Ispettore onorario ai Monumenti, ebbe finalmente l’opportunità di dirigere gli scavi in modo sistematico.

Iniziò lo stesso anno la collaborazione con Notizie degli Scavi, la prestigiosa pubblicazione dell’Accademia dei Lincei, consistente in una lunga serie di segnalazioni, a partire dallo stesso anno al 1907, “ tangibile testimonianza di un produttivo fervore di iniziative, di ricerche e di studi che affiancavano la preziosa opera di recupero e di tutela dell’immenso patrimonio archeologico che veniva a mano a mano rivelandosi nella regione” .

Dal Ministero ricevette l’incarico di scavare nella piana di Pentima.

Contemporaneamente, avuta notizia della scoperta di un sepolcreto a Campo Consolino, presso Alfedena, ed avendo di persona verificato l’importanza del sito, divulgò i risultati dell’indagine attraverso “Notizie degli Scavi”, la Gazzetta di Aquila, il Bollettino dell’Istituto di Archeologia, richiamando l’attenzione degli studiosi sull’antica città sannitica.

Nell’estate dello stesso anno lo scavo corfiniese, insieme ad un gran numero di reperti, restituì l’Iscrizione di Herentas, il testo epigrafico più importante della lingua dei Peligni, successivamente consegnata da De Nino al Museo Archeologico di Napoli.

Appena furono concluse le esplorazioni del territorio corfiniese riprese i lavori a Campo Consolino: dopo otto giorni aveva già portato alla luce 42 tombe con i relativi corredi: una scoperta di straordinario interesse che successivamente si è rivelata in tutta la sua importanza.

Contemporaneamente a questi impegni primari aveva comunque effettuato sopralluoghi e saggi di scavo in altre località dell’Abruzzo interno, nella Marsica, nelle valli dell’Aterno, del Tirino, dell’Aventino, dell’Orta, nel Chietino ed ancora nell’alto Sangro.

Nel 1902, grazie all’amicizia di Vincenzo Balzano, sebbene non più Ispettore di quel territorio, gli fu consentito di partecipare agli scavi presso Castel di Sangro allorché affiorarono resti di mura in opera poligonale.

Riprese quindi lo studio e le ricerche delle fortificazioni costituite da mura megalitiche che si andavano scoprendo nell’Italia centrale e di cui aveva a suo tempo segnalato quelle di Vesbula, nei pressi di Flamignano.

Iniziò di nuovo l’esplorazione del territorio finalizzata al ritrovamento di questi siti, rivelandosi ancora una volta un antesignano anche in tale ambito archeologico: tracciò infatti una mappa dei insediamenti preromani d’altura, attestati lungo la dorsale appenninica Lazio-Abruzzo e parte del versante adriatico.

I risultati dei numerosi recinti scoperti e rilevati da Antonio De Nino, come quelli sul Monte Mitra presso Sulmona, sul Colle delle Fate sopra Roccacasale, sul Piano della Civitella di Introdacqua, quello di Castiglione vicino Civitaretenga e le mura megalitiche di Lucoli, verranno ripresi ed apprezzati allorquando, in tempi recenti, ricominciarono gli studi sull’argomento.

Né trascurabile fu il suo interesse per le testimonianze scritte delle antiche civiltà che affioravano sotto il suo piccone: recuperò e trascrisse moltissime epigrafi, “una documentazione di eccezionale valore storico, linguistico, archeologico, che gli sarebbe valso il plauso di epigrafisti e glottologi illustri”, da Ivan Zvetaieff, che lo cooptò quale Socio nell’Accademia di Archeologia di Mosca, a Robert Conway che subito lo riconobbe scopritore della lingua dei Peligni.

Egli raggiunse questi risultati sostenuto dal grande amore per la sua terra, per lo studio e per la ricerca: mai ebbe finanziamenti e contributi adeguati.

Piccirilli, studioso sulmonese e suo amico, lo paragonava infatti ad una formica, certamente atipica, che risparmiava sullo stipendio durante l’inverno per utilizzare i risparmi nella buona stagione.

Per quanto riguarda le opere d’arte mobili, ben presto si rese conto “… che molte cose vedute e studiate una volta, nel tornarci sopra non si trovavano più al loro posto; e di parecchie seppi che s’erano vendute clandestinamente.”

Iniziò a descrivere oggetti d’arte e monumenti non ancora inventariati ed a redigere apposite schede per gli Elenchi governativi: nel 1904 diede alle stampe, a sue spese, il Sommario dei Monumenti e degli Oggetti d’Arte, fiducioso che “… sapendosi dove e come si trovano le cose d’arte da me descritte e quali sono i consegnatarii, dovrà cessare o diminuire ogni ulteriore vendita abusiva e ogni trafugamento, e saranno rese più facili agli studiosi le loro ricerche”.

Tra il 1877 ed il 1907, “… si profila per De Nino, d’intesa con altri intellettuali abruzzesi tra i quali Gabriello Cherubini, Raffaele Persiani, Gennaro Finamore, Biagio Lancellotti, Pietro Cerritelli, Gennaro Mezucelli, Vincenzo Zecca, Giulio De Petra, si profila, dicevo, l’idea di fondare una Società Storica, sulla scorta di quanto, ancor prima, nel 1839, Luigi Dragonetti aveva già progettato” (Clementi, 1987).

Sembrando che questa associazione stesse sul punto di costituirsi, non fece mancare la sua adesione.

Pur essendone stato il primo ideatore, come è documentato dall’epistolario relativo alla Società di Storia Patria pubblicato da Giuseppe Rivera nel 1907, il suo nome apparirà soltanto quale socio fondatore, insieme ad altri illustri esponenti della cultura aquilana.

Tuttavia, proprio per ricordarlo tra i soci benemeriti ed illustri, gli fu conferito il titolo di Socio Onorario del sodalizio, non essendo ancora delineata la figura del Deputato.

Il percorso deniniano fu certamente stimolato ed indirizzato nel metodo, rigoroso e scientifico, di ciascuna delle discipline perseguite, dai rapporti intellettuali e di amicizia con alcuni dei più importanti studiosi e patrioti dell’epoca: con Nicolò Tommaseo, per gli studi linguistici, con Atto Vannucci, per la ricerca demoantropologica ed archeologica.

Angelo De Gubernatis, orientalista e letterato, gli consentì l’accesso a riviste e periodici importanti che pubblicarono saggi ed articoli da lui inviati sino agli ultimi anni della sua vita.

Ai primi esperimenti poetici, influenzati dalle composizioni di Aleardo Aleardi con cui pure intrattenne rapporti epistolari, seguirono gli interessi letterari veri e propri che ben presto guardarono a Firenze ed al Borghini, prestigiosa rivista diretta da Pietro Fanfani, che lo mise in contatto con altre personalità di spicco: Domenico Guerrazzi, Massimo D’Azeglio, Giuseppe Rigutini, Augusto Conti.

Riguardo all’intensa attività di giornalista ed agli scritti di interesse letterario si rimanda ai testi fondamentali elencati in bibliografia.

De Nino folklorista mostrò subito, di essere ricercatore metodico e rigoroso, e di possedere doti di narratore garbato e partecipe.

Il primo volume degli Usi Abruzzesi fu pubblicato nel 1879, a Firenze per i tipi di Barbera, lo dedicò ad Atto Vannucci, “il suo illustre amico”.

Introducendo il lettore a questa prima raccolta di tradizioni popolari, ritenne di rivolgersi a lui con queste semplici, significative parole: “Molti usi popolari che cominciano a parere strani alla generalità, perché generalmente scomparsi e rimasti soltanto nei piccoli paesi e nelle città isolate, servono ora quale anello di congiunzione tra la civiltà antica e la moderna”.

Seguì la pubblicazione di altri cinque volumi mentre non riuscì a dare alle stampe il settimo, sorpreso dalla morte il 1 marzo 1907, nella sua casa di Sulmona in Via Sangro, al civico numero 5.

<< Forse De Nino morì con un cruccio. Quello di non vedere gli Abruzzi sufficientemente rappresentati, nel loro specifico, negli ambiti della cultura nazionale. Quel cruccio stimolò forse la sua ricerca che svolse senza posa fino alla morte. Fare nostro quel cruccio è la maniera più vera per onorare Antonio De Nino >> (Clementi, 1987).

Antonio De Nino, la figura e l’opera

Grazie alla sua cultura enciclopedica è ritenuto l’archetipo dell’ intellettuale abruzzese dei secoli XIX e XX, guida indiscussa in ambito scientifico “… vir eruditissimus diligentissimusque, antiquitatis investigator, dux iterum nostrum…” (M. Besnier, 1902), insostituibile fonte documentaria per l’amico Gabriele: “Ora, tu che sai tutto…” (G. d’Annunzio, lettera a de Nino del 1906).

Gran parte della sua notorietà, a livello sia nazionale sia internazionale, è ancora oggi legata alle scoperte ed agli scritti di archeologia.

Primo in Abruzzo a scavare gli antichi siti del nostro territorio, ne documentò i ritrovamenti con saggi ed articoli sulla stampa locale e nazionale e con schede identificative dei reperti, puntualmente trasmesse alla Direzione Generale delle Belle Arti, che ne provvedeva la sistematica pubblicazione su Notizie degli Scavi di Antichità.

E’ considerato ancora oggi il padre dell’Archeologia abruzzese.

Daltronde sono note le sue frequentazioni e scambi epistolari con i padri dell’Archeologia, da Theodor Mommsen a Heinrich Dressel, agli epigrafisti Conway e Zvetaieff.

Consapevole dell’importanza dell’istituzione Museo, custode della memoria storica del territorio, promosse contestualmente l’apertura dei Musei di Corfinio, di Sulmona, di Castel di Sangro.

A questo riguardo, Robert Conway, annoverato tra i maggiori studiosi di lingue antiche del secolo XIX, nel 1897 aveva già scritto: The unique collection of inscriptions and antiquities of Pentima and growing museum of Sulmona have both been created by his almost unaided efforts.

Quale Ispettore ai Monumenti, carica onoraria ricevuta nel 1876, si dedicò con uguale passione anche all’individuazione e quindi alla schedatura delle Opere d’Arte presenti in Abruzzo, nella massima parte inedite e da lui rese note in più occasioni, quindi raccolte in un repertorio di oggetti d’arte, pubblicato nel 1904, il Sommario dei Monumenti e degli Oggetti d’Arte.

In realtà Il Sommario è solo una sintesi della pubblicazione che aveva in mente, alla quale aveva dovuto rinunciare per mancanza di mezzi economici e che avrebbe dovuto comprendere tutte le schede complete inviate al Ministero.

Tracciando una descrizione essenziale e collocando storicamente e cronologicamente ciascuna delle 452 opere esaminate, visionate personalmente in 107 località abruzzesi, ha rivelato di essere anche uno Storico dell’Arte ante litteram utilizzando un rigoroso metodo scientifico, appreso forse direttamente da valenti critici e storici dell’Arte come Adolfo Venturi ed Emile Bertaux, con i quali è documentato lo scambio epistolare.

Nonostante gli scarsi mezzi a disposizione, non esclusi quelli economici, riusciva inoltre a monitorare, con continue ricognizioni sul campo, e a segnalare anche le urgenze legate a problemi di conservazione e di restauro dei monumenti, come documentano i contributi pubblicati nelle riviste culturali dell’epoca ed i carteggi con le Istituzioni competenti, conservati presso la Prefettura dell’Aquila e gli Archivi di Stato, la Biblioteca Comunale di Sulmona, ma anche presso archivi privati.

Tuttavia la fama di cui gode nella sua terra peligna è legata all’attività di demologo, a quelle Tradizioni Popolari i cui contenuti sono senz’altro più semplici da comunicare e non appannaggio dei soli addetti ai lavori, ma certamente non meno importanti per la storia della realtà sociale abruzzese del XIX secolo.

Documentò con rigore storico scientifico, canti, proverbi, filastrocche, consuetudini, tutto ciò che apparteneva alla sfera pubblica e privata, della vita quotidiana.

Raccolse la maggior parte di questo materiale nei sei volumi degli Usi e Costumi Abruzzesi.

A latere di questi interessi, dedicò sempre tempo ed attenzione anche alla letteratura ed alla filologia, alla pedagogia, alla politica ed alla storia, discipline amate da sempre e per lui molto importanti e sulle quali ha pubblicato molteplici saggi e contributi.

Al riguardo ebbe contatti epistolari con importanti personaggi dell’epoca, tra cui Antonio Labriola e Pasquale Villari.

Il rapporto poi “…col Fanfani ed il gruppo degli intellettuali fiorentini, Atto Vannucci, Niccolò Tommaseo, Domenico Guerrazzi, Augusto Conti, Angelo De Gubernatis, fece maturare e indirizzò la prima vera attività scientifica di De Nino scrittore…” (G. Paponetti).

Conobbe, di persona o per corrispondenza, poeti e scrittori italiani e stranieri, tra i quali Aleardo Aleardi, Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis, Primo Levi, Luigi Pirandello, Salvatore Di Giacomo, Edoardo Scarfoglio.

Giacinto Pannella, Nunzio F. Faraglia, Gennaro Finamore, Gabriele d’Annunzio, Francesco Paolo Michetti, Teofilo Patini, Costantino Barbella, Basilio Cascella, Gennaro Della Monica, Laccetti, Pasquale Celommi sono soltanto alcuni, forse i più noti ed importanti personaggi abruzzesi, studiosi ed artisti, che ebbe come amici cari.

Di tutte queste amicizie e frequentazioni resta testimonianza nei carteggi e nella corrispondenza conservata in archivi pubblici e privati.

Un cenno a parte merita la grande amicizia che lo legò a Gabriele d’Annunzio, conosciuto nel 1881, in occasione di una visita di alcuni giorni a Sulmona, in compagnia di Francesco Paolo Michetti e Costantino Barbella, già compagni di De Nino nelle estati francavillesi.

Guidò la comitiva anche tra i resti di Corfinio e poi, dopo una estenuante cavalcata di circa otto ore, anche a Scanno.

I vincoli di amicizia e di stima tra i due si rinsaldarono con gli anni e sono in parte documentati sia da una corrispondenza confidenziale e spesso scherzosa, sia dalle dediche autografe del Vate sui volumi a lui riservati.

D’Annunzio ricorreva spesso all’amico quando aveva necessità di documentare, supportare, creare personaggi leggendari per le sue opere e chiedeva notizie circa la storia, le leggende e gli usi locali.

D’Annunzio utilizzò Usi e Costumi e Il messia d’Abruzzo per Il trionfo della morte, sempre gli Usi per La figlia di Iorio e per La Fiaccola sotto il moggio.

All’amico Antonio, Gabriele mostrò sempre affetto e riconoscenza confermati anche da dediche personali: “Ad Antonio de Nino/ peligno della grande stirpe/ Questo poema di libertà e di speranza (Laus vitae); “ Ad Antonio De Nino poeta delle memorie tenace/ questo libro salmastro/ nato dal mare etrusco/ è offerto coralmente (Alcjone).

Ed ancora: “Ad Antonio De Nino/ al nobilissimo custode e ravvivatore delle nostre antiche memorie/ questo poema è offerto con riconoscenza e affetto grandissimi” (La figlia di Iorio); “Ad Antonio De Nino/ in memoria del giorno lontano in cui cavalcammo lunghesso il Sagittario/ Aprile 1905”. Enrichetta Santilli (Funzionario Soprintendenza BSAE Abruzzo)

Le opere fondamentali di Antonio De Nino

Desideroso di provarsi nei più diversi campi, dall’Archeologia alla Storia dell’Arte, dalla Demoantropologia alla Filologia ed alla lessicografia, dalla Storia alla Politica, alla Pedagogia, alla narrativa ed alla poesia, Antonio De Nino ha lasciato un'opera vastissima, ma non un libro che lo rappresenti completamente.

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