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Pasquale BorrelliPasquale Borrelli, giurista, ma anche filosofo, matematico, medico ed avvocato,  nasce  l'8 giugno 1782 a Tornareccio da Gaudenzio, medico, e da Concetta D'Antonio, e muore a Napoli il 13 aprile 1849.

di Antonio Allocati*

Studiò dapprima privatamente sotto la guida di un parente sacerdote, entrando poi, a quattordici anni, nel collegio degli scolopi di Chieti.

Nel novembre 1798 si trasferì a Napoli, dove seguì gli studi di anatomia con Aniceto Ricci, di fisica col Guidi e di medicina col Macry.

Nel 1803 pubblicò l'opera Principia zoognosiae... (Neapoli), ottenendo poco dopo una cattedra nell'ospedale di San Giacomo.

D'ingegno versatile continuò nel frattempo gli studi di matematica e iniziò quelli di giurisprudenza, esercitando anche la professione forense con l'aiuto di un procuratore.

In questo periodo scrisse versi, alcuni dei quali dedicati a Rosina Scotti, da lui amata e morta prematuramente nel 1806 (Monumenti poetici alla memoria di Rosina Scotti, Napoli 1808), che si rifacevano al genere delle Notti di Young.

Durante il periodo murattiano, alla costituzione della Commissione feudale, che doveva giudicare le cause tra Comuni e feudatari all'indomani della legge eversiva, su proposta di Melchiorre Delfico, nel 1809 Borrelli fu nominato segretario generale della stessa, passando poco dopo con la medesima carica alla prefettura di polizia.

Desideroso di entrare in magistratura, nel 1813 ottenne la nomina a giudice di appello ed esercitò tale funzione fino al 1817.

In quell'anno fu destituito da Ferdinando I sotto l'accusa di immoralità, per avere sposato civilmente durante il decennio francese Caterina Accinni, che egli stesso aveva difeso nella causa di divorzio contro il marito barone Di Donato.

Questo matrimonio, nel quale uno dei coniugi era divorziato, fu l'unico caso avvenuto a Napoli a seguito dell'applicazione del codice napoleonico (Benedetto Croce, Aneddoti di varia letteratura..., III, Bari 1953, p. 426); anzi Borrelli aveva anche ottenuto dispensa dal termine prescritto dall'art. 296, che rimandava l'eventuale nuovo matrimonio a non meno di dieci anni dopo il divorzio.

Ritornò, quindi, alla professione di avvocato fino al 1820, quando, al tempo del governo costituzionale, per le doti già mostrate durante il decennio, fu messo a capo della polizia.

Eletto deputato al Parlamento nazionale nel collegio di Chieti con l'appoggio di Melchiorre Delfico, che sempre lo predilesse, fu anche eletto presidente dell'assemblea nel '20.

Prese parte attiva ai dibattiti, destreggiandosi tra i carbonari e la corte, tanto che Pietro Colletta lo accusò di doppio gioco.

L'accusa di machiavellismo il Colletta l'incentra nell'episodio dell'arresto dell'avvocato Paladini e dei suoi compagni carbonari, accusati di concertare una sommossa contro la monarchia.

Sarebbe stata - secondo il Colletta - una montatura di Borrelli per intimorire la famiglia reale e legarla a sé con debiti di riconoscenza, tanto che alla sentenza di assoluzione pronunziata dalla magistratura Borrelli. dimostrò il suo disappunto.

Effettivamente Pasquale Borrelli,  preoccupato di rimanere nelle grazie della monarchia, non fu membro della carboneria, ma appartenne alla schiera dei murattiani, che ebbero nel '20 cariche e prestigio per i meriti personali acquisiti durante il decennio.

Il vicario Francesco di Borbone apprezzò questo atteggiamento lealista e quando - dopo l'arrivo delle truppe austriache - Borrelli fu arrestato con il Colletta, il Pedrinelli e il Vairo nella notte del 20 aprile 1821, per suo interessamento venne rimesso in libertà.

Ma non riuscì ad evitare la proscrizione. Nell'agosto successivo fu imbarcato per Trieste con Luigi Arcovito, Gabriele Pepe, Giuseppe Poerio e Gabriele Pedrinelli.

Obbligato a risiedere a Graz, dove si trattenne tredici mesi, successivamente ne trascorse cinque a Baden e a Vienna, diciotto a Trieste.

Nei tre anni di esilio, con quella versatilità che gli fu propria, si dette allo studio della filosofia, che aveva già iniziato a Napoli sulle orme del Delfico.

Sotto l'anagramma di Pietro Lallebasque pubblicò due opere a Lugano, nel 1824 e 1825: l'Introduzione alla filosofia naturale del pensiero e i Princìpi della genealogia del pensiero.

La prima doveva introdurre una serie di opere che Borrelli si proponeva di scrivere e delle quali enumera soltanto i titoli.

Nel 1830 fece una seconda edizione di quelle due opere. Probabilmente - avverte il Gentile - lo distolsero da quei lavori l'attività forense, che riprese al rientro nel Regno, e il nuovo indirizzo degli studi filosofici, che si ebbe a Napoli dopo il 1830 per influsso del Cousin e dell'insegnamento del Galluppi.

Sia nell'Introduzione sia nella Genealogia (in quella storicamente, attraverso la storia della filosofia, in questa teoricamente) Borrelli si pose il problema al quale, si riduce la filosofia del pensiero: analisi delle idee e ricerca della loro origine; che era il problema degli ideologi francesi, ai quali egli si ispirò, come già il Delfico.

Primo italiano a leggere Kant direttamente nel testo tedesco, Pasquale Borrelli non ne comprese tuttavia la novità del pensiero.

Anch'egli lo vide soltanto come alleato nella critica al sensismo e nella difesa della irriducibilità del giudicare al sentire, ma ne respinse la soggettività e l'apriorità delle forme dell'intuizione e dell'intelletto chiamò, pertanto, aposteriorismo la sua filosofia, in contrapposizione all'apriorismo kantiano.

Dalle teorie fisiologiche del Brown Pasquale Borrelli prese le mosse per studiare i rapporti tra fatti psichici e fatti fisiologici.

Gli stimoli esterni mettono in moto il pensiero, ma l'anima non è puramente passiva nel sentire: essa reagisce allo stimolo delle sensazioni secondo le "forze" insite in se stessa.

Come già il Delfico, sulle orme del Cabanis e del Genovesi, Borrelli  accettò il germe di criticismo che era già nell'empirismo, riconoscendo una spontaneità dello spirito, inderivabile dalla sensazione, e anch'esso fattore essenziale dell'esperienza.

L'originalità di Borrelli - che con un vago spiritualismo credette all'immortalità dell'anima - nei confronti degli altri ideologi, non solo francesi ma anche italiani, consiste nell'affermazione dell'idea di "forza" originaria, insita nell'anima.

Egli non riesce, ad ogni modo, a superare il materialismo, in un tempo in cui a Napoli il Galluppi aveva già pubblicato il suo Saggio filosofico sulla critica della conoscenza (1819).

Quando fu permesso agli esiliati di ritornare in Italia, Pasquale Borrelli soggiornò brevemente a Firenze con il Pepe e il Colletta, rientrando a Napoli per concessione del nuovo re Francesco I nel 1825.

Ciò provocò il risentimento del Colletta che l'attaccò nella Storia... (1834), costringendolo a difendersi con il Saggio su'lromanzo istorico di Pietro Colletta, Coblentz 1840.

A Napoli tuttavia fu sorvegliato in un primo tempo dalla polizia, come si rileva da un rapporto del novembre 1825 (Archivio di Stato di Napoli, Minist. di Polizia, fasc. 374), e non ottenne cariche pubbliche.

Riprese la professione di avvocato con grande stima e prestigio e non tralasciò mai di coltivare gli studi. Già membro dell'Accademia italiana di Livorno, venne nominato socio ordinario dell'Accademia di scienze di Napoli nel 1832, socio dell'Istituto storico di Francia e dell'Accademia Pontaniana dal 1839.

Di quest'ultima fu presidente nel 1840.

Colpito al principio del 1848 da apoplessia, morì nell'aprile del 1849.

*www.treccani.it

Vedi anche: Tornareccio Story; Appuntamento a Tornareccio

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