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Patriarca dell’Alpinismo sul Gran Sasso

di Camillo Berardi

L’avventura dell’uomo sulla montagna  è stata preceduta da vicende e leggende mitologiche.

I monti erano le dimore degli esseri divini in tutte le mitologie e spesso ne rappresentavano anche la personificazione.

Il monte Olimpo, la montagna più alta della Grecia, era la fortezza inespugnabile del pantheon ellenico; si riteneva che i suoi alti vertici toccassero il cielo e che su di essi sorgessero le dimore degli dei edificate dal dio Efesto (Vulcano).

Quasi tutte le maestose vette dei massicci dell’Himalaya e del Karakorum sono sacre a mitiche divinità orientali: il nome tibetano dell’Everest (m. 8.850) è “Chomolungma” e significa “Divina Madre dell’Universo”; nel Tibet, sul confine nepalese-tibetano, si eleva il maestoso “Cho Oyu” (8.201 m) la cui denominazione cinese significa “Dea del Turchese”; il monte Annapurna (m.8.091) è sacro all’omonima divinità e simbolizza la “Dea del nutrimento materiale e spirituale”; il Manaslu (m. 8.163) è il “Monte dello Spirito”.

Nell’antica mitologia egiziana le montagne  erano sedi della dea “Meretseger” il cui nome significa “Amante del silenzio”.

Il Fujiyama,  “Padre di tutti i Vulcani”,  è la montagna sacra del Giappone; sul maestoso monte sono collocati numerosi santuari  shintoisti dedicati alla dea “Konohana Sakuya Hime”, la “Principessa che fa fiorire gli alberi, specialmente i ciliegi”.

Anche in Italia, sono moltissime le montagne  “sacre” a divinità pagane o mitologiche; il culto cristiano  che si è sostituito a quello precedente, in molti casi non è riuscito a cancellare la primordiale denominazione pagana.

Ricordiamo Monte Ercole in Friuli, Monte Mercurio in Calabria e in Romagna, Monte Venere vicino a Viterbo e vicino a Bologna, Monte Minerva in Sardegna, Monte Apollo - antica denominazione del Monte Pollino - in Basilicata, Monte Vulcano nelle Isole Eolie, Monte Sibilla nel massiccio dei Sibillini nelle Marche, Monte Nettuno sovrastante Terracina, Monte Saturno in provincia di Messina, Monte Cerere e Monte Giunone vicino a Bologna, Monte Giano vicino ad Antrodoco (RI), e, così, tanti altri colossi montani.

Nella nostra regione non mancano monti “sacri” a divinità pagane: Monte Pallano (che richiama Giove Palenus) in provincia di Chieti, Campo di Giove, località sciistica e montana in provincia dell’Aquila, Monte Maiella, la “Montagna Madre degli abruzzesi” sacra alla dea Maia, ecc…

Allontanandoci dalla mitologia, riscontriamo che il rapporto tra l’uomo e la montagna, è iniziato in epoca molto antica, per motivi agro-pastorali e di commercio.

Anche in Abruzzo i pastori, i cacciatori di camosci,  i venditori di vino, di olio, di lana, di tappeti  attraversavano il Gran Sasso, e la Maiella, da un versante all’altro, per motivi di affari, ma nessuno di loro andava in montagna per il piacere che si ricava dall’ascesa o per restare in contemplazione negli immensi silenzi dei monti.

Il fenomeno alpinistico ebbe origine soltanto con i coraggiosi asceti, dall’anno mille in avanti.

I monti sono stati sempre una porta tra cielo e terra, tra Dio e l’uomo: sacri in tutte la culture - sia primordiali, sia evolute - rappresentano il simbolo del divino e della  trascendenza che sono immaginati sempre in alto.

I massicci del Gran Sasso e della Maiella, erano luoghi particolarmente adatti all’ascesa e all’ascesi spirituale, e questa realtà è dimostrata dai numerosissimi eremi sparsi su tali montagne: ne sono stati censiti più di cento.

Molti anacoreti scelsero gli impervi monti abruzzesi per dedicare la loro vita alla preghiera, alla solitudine, alla povertà, alla contemplazione, all’ascesi mistica.

Questi “cittadini del cielo” rappresentano, dunque, i pionieri dell’arrampicata, e - nella storia -  sono i primi “alpinisti” delle nostre montagne.

Aggrappati alle rughe della roccia, immersi in ambienti estremi in cui la vita era appesa ad un filo - oggi diremmo a un chiodo o a una corda - spinti in alto verso l’infinito, nel trascendentale, gli ardimentosi asceti instauravano un rapporto esclusivo con la natura e con Dio, isolati in grotte tetre e inospitali.

I Santi e gli eremiti furono, pertanto, i primi “alpinisti” e i primi conquistatori delle montagne, tenendo presente che l’etimologia del termine “Alpinismo” - derivata da “Alp” e “uomo” -  significa “Uomo sulla montagna”.

L’ “alpinismo mistico” era un superamento dei limiti della condizione umana che si trasformava in un’eroica ascesi, con la fuga dalle cupidigie, dalle passioni e dai piaceri, ricercando nelle altezze inviolate, nella tormentata purezza delle nevi, nell’incontaminata asprezza delle giogaie montane e nel grandioso spettacolo della natura, l’estremo che  avvicina a Dio.

Soltanto dopo gli eremiti  gli uomini avranno il piacere di salire sulle montagne, di conquistare nuove vette, di godere i panorami dall’alto e nascerà l’ “alpinismo”, con il significato attuale del termine, che si fa coincidere convenzionalmente con la prima ascesa sul Monte Bianco avvenuta nel 1786, ma il fenomeno arrampicatorio, come già ricordato, aveva avuto inizio parecchi secoli prima con il rivoluzionario “alpinismo ascetico”, praticato intensamente anche nella nostra regione.

Tra gli “eremi verticali” abruzzesi, pressoché inaccessibili, si ricordano quelli di Celestino V (nato tra 1209 e il 1215) sul Morrone e sulla Maiella, quelli più impervi di San Franco (nato tra il 1154 e il 1159) sul versante aquilano del Gran Sasso, ancora oggi difficilmente raggiungibili, e quello di Santa Colomba dell’Università di Pagliara (nata nel 1100) posto su una balza del Monte Infornace; prima di assumere questa denominazione, il superbo monte era conosciuto come la “Montagna di Santa Colomba”.

La contessa di Pagliara, con ardimentoso coraggio, iniziò l’epoca pionieristica delle ascese sul Gran Sasso, quando era giovanissima.

La sua vita eremitica era molto ardua, peraltro, la fanciulla era sprovvista dell’attrezzatura adeguata per vivere e muoversi sulla montagna, specialmente in condizioni invernali.

Le grotte e gli eremi erano i rifugi che favorivano l’isolamento nella natura selvaggia di labirinti verticali, che la giovane sceglieva sempre più in alto per essere  più lontana dal mondo e più vicina a Dio.

Il mito e le leggende di Santa Colomba, diva dei monti e “prima alpinista del Gran Sasso”, rappresentano un rarissimo e delicato esempio di eremitismo femminile nell’incanto e nei silenzi infiniti delle montagne.

Tutti conoscono il miracolo che compì la giovane per ristorare il corpo sfinito di suo fratello Berardo che, scalando ripidissimi scivoli ghiacciati e superando terribili  orridi, era andato a trovarla nella povertà del suo eremo rupestre: la ragazza, non avendo cibo da offrirgli, fece fiorire e fruttificare, in pieno inverno, un albero di ciliegio collocato dinanzi al suo rifugio completamente sommerso dalla neve; questo prodigio divino rappresenta un delicatissimo esempio di ospitalità e di amore fraterno e, nella fantasia popolare, ricorda la dea orientale “Konohana Sakuya Hime”, la “Principessa che fa fiorire gli alberi di ciliegi”.

L’ascesi e il mito di Santa Colomba rappresentano una pagina tra le più delicate e affascinanti della spiritualità abruzzese e costituiscono un rarissimo esempio di eremitismo alpino femminile in un ambiente estremamente aspro e severo.

Giova rimarcare, ancora, che l’“alpinismo ascetico” veniva effettuato “in solitaria”, senza preparazione fisica e senza un’adeguata attrezzatura, accrescendo - specialmente in inverno - le difficoltà  e i pericoli delle ascensioni.

Santa Colomba, regina dei nostri monti e - nella storia - prima scalatrice del Gran Sasso, assunse una personalità eroica impegnandosi con tenacia su pareti di roccia e di ghiaccio, adattandosi naturalmente agli ambienti alpini più estremi e disperati, esclusivamente con lo straordinario vigore fisico e spirituale.

Chi sarebbe in grado, oggi, di raggiungere l’eremo di Santa Colomba “in solitaria”, nel periodo invernale, senza allenamento e senza un adeguato equipaggiamento alpinistico?

Colomba, quasi mille anni or sono, lo fece mirabilmente, peraltro, senza conoscere la montagna, avventurandosi nell’ignoto.

E’ ben noto che le generazioni dell’alpinismo non hanno seguito le regole della biologia umana e la storia dell’arrampicata è una prova della lotta virtuosa che l’uomo ha sostenuto con imprese estreme per raggiungere il sublime e l’assoluto, trascendendo i limiti delle comuni possibilità.

Anche il “cammino di fede verticale” di Santa Colomba sul Gran Sasso, è stato compiuto  con la massima espressione alpinistica di quel tempo, eccedendo, nell’impresa, i limiti umani.

Le mitiche ascensioni dei Santi sulle montagne appartengono, a pieno titolo, alla storia dell’alpinismo e Santa Colomba è stata la prima donna, ancor prima degli uomini, che ha scritto grandiose “pagine verticali” nei regni dell’impossibile.

La giovanissima contessa effettuò l’esplorazione di territori vergini della montagna, affrontandoli anche nelle condizioni più estreme, con margini di rischio elevatissimo, sotto l’impulso di un profondo godimento interiore, non privo di sofferenze e momenti di sconforto.

Il rude piacere della scalata fu sempre accompagnato dalla gioia del superamento delle difficoltà, specie nelle condizioni più dure, e dal conseguimento della sublime elevazione spirituale nella pace celeste dei monti, dialogando con il silenzio e con l’infinito.

Le sue epiche ascensioni avvenivano in luoghi sconosciuti e inaccessibili, dove diventava accessibile, quasi palpabile, la presenza divina.

I santi sono stati, dunque, i pionieri dell’ arrampicata, sicuramente quella più estrema, e la giovane Colomba, “audace protagonista del mondo verticale”, rappresenta l’indiscussa “patriarca  dell’alpinismo abruzzese”.

Sopravvissuta alle forze della natura in ambienti estremi, mai esplorati da altri, ha firmato le prime imprese della storia alpinistica del Gran Sasso, lasciando un’impronta indelebile della sua straordinaria avventura in solitaria, ponendosi, per prima, nella ristrettissima schiera dei “giganti dell’alpinismo”.

Il mito intramontabile di Santa Colomba, custodito  gelosamente dalle maestose vette del Gran Sasso, dai silenzi infiniti e dalla fervida devozione popolare, costituisce una testimonianza assai significativa della primordiale conquista delle montagne e rappresenta  il valore di un eroico passato alpinistico da riscoprire, rivalutare, approfondire e tramandare con orgoglio alle generazioni future.

Vedi anche: Pretara di Isola del Gran Sasso e Santa Colomba

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