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Ettore Moschino, giornalista, nasce il 22 ottobre 1867 all’Aquila, e muore a Roma il 5 aprile 1941.

Legato da affettuosa amicizia a Gabriele D’Annunzio, ebbe personalità varia e complessa: apprezzatissimo giornalista, poeta sensibile, drammaturgo fantasioso, librettista, narratore, saggista, bibliotecario, conferenziere.

Studia a Napoli ma la sua formazione giornalistica inizia a Roma collaborando con importanti testate come l’anticlericale “Gazzetta d’Italia” e “Capitan Fracassa”.

Alla caduta del primo governo Crispi nel 1889, Moschino torna a Napoli dove si inserisce ottimamente nell’ambiente letterario-giornalistico di Matilde Serao e del marito Edoardo Scarfoglio, suo conterraneo essendo nato a Paganica nel 1860.

Con Eugenio Sacerdoti fonda il quotidiano “Don Marzio”, sulle cui pagine letterarie domenicali, “La Domenica del Don Marzio”, collabora anche Gabriele D’Annunzio.

L’amicizia col “vate” pescarese nasce e si rafforza proprio a Napoli, al punto che il “Don Marzio” pubblica nel 1891 la lirica “I poeti”, confluita poi nel celebre “Poema paradisiaco”, unitamente ad un articolo dello stesso D’Annunzio sulla letteratura russa.

Dopo l’esperienza di caporedattore al “Corriere di Napoli”, quotidiano fondato anni prima dalla Serao e Scarfoglio, Ettore Moschino passa nel 1904 a “Il Mattino” di Napoli che fu un autentico trampolino di lancio per la sua brillante carriera di giornalista: fu direttore della “Provincia di Brescia”, quindi direttore della rivista “Rinascimento” per passare poi al “Corriere del Teatro” e diventare stimato collaboratore della “Nuova Antologia”, dell’ “Illustrazione Italiana”, de “La Stampa”, de “Il Giornale d’Italia”, “Il Piccolo” e de “Il Messaggero”.

Parallelamente a quella giornalistica, Moschino sviluppa un’attività letteraria che lo porterà ad essere un versatile poeta, drammaturgo e romanziere.

Esordisce con la raccolta poetica “I Lauri”, edita da Treves di Milano nel 1908.

Canti celebrativi della gloria poetica e militare, “I Lauri” rievocano gesta eroiche ed esemplari, esaltando altresì i miti della terra, del lavoro, della stirpe.

L’autore rivolge costantemente lo sguardo al passato, in cui proietta le proprie attese deluse dal presente e, attraverso il susseguirsi di personaggi storici, biblici, leggendari, ricostruisce un itinerario ideale, al cui termine pone se stesso, ad un tempo erede e continuatore di quella medesima tradizione di grandezza e di eccezionalità.

Prima opera della vasta produzione di Ettore Moschino, questa raccolta poetica, considerata in una prospettiva storica e culturale, rappresenta un documento, stilistico linguistico e ideologico, del dannunzianesimo nel primo Novecento, specie per il persistente intreccio fra classicismo, naturalismo ed estetismo, sulla scia delle recenti “Laudi” dannunziane.

Proprio all’amico D’Annunzio è dedicata un’intera sezione dell’opera, “fronde elleniche”, confermando la vocazione comune al classicismo, naturalismo ed estetismo dei primi anni del ‘900; il libro è soprattutto un repertorio di immagini e stilemi prelevati dall’illustre corregionale, del quale scrisse anche una biografia apologetica.

L’originalità de “I Lauri”, certamente la sua opera migliore e più conosciuta, sta, semmai, nei momenti di più accorata riflessione, quando il poeta abbandona l’abito del vate e del cantore di miti classici e trova accenti più intimi e appassionati, cadenzandoli sui ritmi dolci e lenti delle cantilene popolari abruzzesi.

In questo processo imitativo si pone la “Lauda francescana” in cui il rimando alla dannunziana “La sera fiesolana” è fin troppo evidente attraverso la riproposizione delle immagini e la trasfigurazione antropomorfica della natura.

La differenza riguarda specificamente il messaggio francescano, da Moschino recepito senza fraintendimenti, alla luce di una sincera religiosità.

Il tema leggendario ricorre nella ricca produzione teatrale di Moschino e trova un suo naturale sviluppo nel poema drammatico “Tristano e Isolda” del 1910.

Di ambientazione contemporanea è invece la commedia “Reginetta di Saba” del 1910; con il “Cesare Borgia”, del 1913, si cimenta con il dramma storico.

Come librettista, Moschino scrisse importanti libretti tra cui “Mattutino d’Assisi”, musicato da Lorenzo Filiasi, rappresentato per la prima volta al San Carlo di Napoli nel ’41 e “L’ombra di don Giovanni” del 1914, musicata da Franco Alfano.

Del Moschino romanziere, molto apprezzata è stata la sua prima opera narrativa, “Il giogo”, alla quale faranno seguito due volumi di novelle “Trasfigurazioni d’amore” del 1921 e “Maschere di donne” del ’26.

Intensa anche la sua attività di saggista e di critico, raggruppata in diversi volumi:

“Figure illustri” del 1914, “Il volto di Medusa. Discorsi di guerra” del ’16, “Ombre imperiali. Discorsi e studi” del ’26 che comprende approfondimenti su Rossetti, D’Annunzio, Patini e studi musicali da Wagner a Puccini a Tosti.

Attenzione particolare è riservata dal Moschino al conterraneo Gabriele D’Annunzio, a cui è dedicata la biografia elogiativa “Gabriele D’Annunzio nella vita e nella leggenda” del 1938, che rappresenta la vita del Vate attraverso gli scritti dannunziani, soffermandosi soprattutto sugli ambienti che influenzarono D'Annunzio, l'Abruzzo e Roma, e gli eventi che più caratterizzarono la sua esistenza: la guerra e gli amori.

Non vi sono approfondimenti critici sull'opera letteraria ma lo stile di Moschino tenta di imitare la retorica e lo stile dannunziano.

Nel 1940 pubblica una lettura dell’ ”Alcyone”, “Lectura Gabrielis.

L’Alcyone”, è frutto di una conferenza tenuta nella Sala grande del Palazzo del Governo di Pescara il 18 marzo del 1940.

Negli ultimi anni della sua vita si ritira in Abruzzo dove dirige “IL Popolo d’Abruzzo” e dal 1926, inoltre, ricopre l’incarico di direttore della biblioteca provinciale “Salvatore Tommasi” a L’Aquila.

Alla morte, che lo colse a Roma il 5 aprile 1941, la stampa nazionale ebbe per lui parole di grande ammirazione.

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