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Girolamo Nicolino, giurista e storico nasce il 23 gennaio 1604 a Chieti, e muore il 5 ottobre 1664.

I genitori, Giuseppe e Vittoria Santese, sono di antica famiglia di origine fiorentina che si era stabilita in Chieti da tre secoli e qui era vissuta tra la stima e il rispetto di tutti, come riferiscono le cronache e le testimonianze del tempo.

Lo storico di Lanciano Gennaro Ravizza, riferisce che l’antico cognome della famiglia era Nicolia, poi mutato da Girolamo in Nicolino e dai suoi discendenti in Nicolini.

Studiò Giurisprudenza ad Ascoli, nello stato Pontificio, non avendo le possibilità economiche di trasferirsi a Napoli, e una volta laureato esercitò l’avvocatura nella sua Chieti dove più tardi ricoprì la carica di Giudice delle Prime Cause e di Assessore, attività che svolse poi anche a Teramo dopo il 1639.

Nella sua esistenza contrasse due matrimoni: il primo nel 1651, non più giovanissimo, con Cinzia Putei dalla quale ebbe due figlie, Porzia Domenica e Maddalena; il secondo, dopo la morte di Cinzia, nel 1658, con Angela Falce da cui nacquero Giovanna, nel’60, e Giuseppe nel ’62.

Tutti i suoi discendenti diretti abbracciarono lo stato ecclesiastico: le figlie Maddalena e Giovanna furono clarisse, mentre il figlio Giuseppe fu sacerdote canonico della cattedrale di Chieti.

Nessuna notizia si ha della prima figlia Porzia Domenica.

La famiglia Nicolino, nei secoli a seguire Nicolini, si sarebbe estinta con Girolamo se questi non avesse avuto, oltre a Giovanni Battista, anche lui religioso cappuccino, un altro fratello, Francesco, di professione medico.

Il figlio di quest’ultimo, Nicola, proseguì la discendenza fino ai giorni nostri con Fausto, amico e discepolo di Benedetto Croce, morto a Napoli nel 1965, che lasciò due figli maschi.

La prima pubblicazione di Girolamo Nicolino risale al 1639, “De Auctoritate Cameraij Regiae Civitatis Theatinae…” opera derivante dalla esperienza che l’autore ebbe nella pratica degli uffici e nella gestione degli affari amministrativi.

Del 1651, frutto dell’esperienza maturata nell’esercizio sia dell’avvocatura che delle funzioni giudiziarie, è “De Modo Procedendi, praxis civili set criminalis…”, opera di Diritto Processuale che si inserisce, a giusto titolo, tra quelle opere “pratiche” che videro la luce nel Regno di Napoli a partire dal secolo XVI ad opera di diversi autori come Galluppi, De Rosa, Moro, Maradei e molti altri.

Questi scritti, anche se in genere poveri di valore scientifico e di originalità, ebbero però il merito di fornire le linee-guida del processo comune considerato non solo come esercizio di una funzione pubblica di imperium, ma soprattutto come una attività di esegesi studiata esclusivamente secondo gli schemi dottrinari del diritto privato.

Lo scritto ottenne un notevole successo testimoniato dalle edizioni che si susseguirono in Napoli nel secolo XVII e XVIII.

Il valore degli scritti di carattere giuridico di Nicolino o il successo che ebbero all’epoca, è testimoniato dall’insigne biografo napoletano Lorenzo Giustiniani il quale sottolinea che l’esistenza di tante ristampe, l’ultima del 1702, fornite anche di apparato critico, testimonia il favore incontrato dalle opere dell’abruzzese presso i “Professori del Foro” di Napoli.

Gli studi giuridici non esaurirono l’intera gamma degli interessi del Nicolino, tra questi un posto importante occupa anche l’amore per la sua città della quale scrive una Storia, divisa in tre libri, “Historia della città di Chieti metropoli delle provincie d’Abruzzo.

Ne’ quali si fa menzione della sua antichità e fondazione…”, pubblicata a Napoli nel 1657, opera contenente, oltre la storia della città teatina, anche una sezione riguardante i vescovi e gli arcivescovi della diocesi dall’origine alla fine del secolo XVII.

La pubblicazione di quest’opera, avvenuta nel 1657, fu seguita immediatamente da numerose polemiche, tra cui quella molto accesa, di Niccolò Toppi, altro insigne giurista e storico di Chieti, il quale lo accusò di plagio perché, per scrivere la sua Historia, il Nicolino avrebbe utilizzato l’opera di Sinibaldo Baroncini, giunto in città da Camerino come segretario dell’arcivescovo Matteo Saminato e da quest’ultimo incaricato di raccogliere le memorie più antiche della città di Chieti che il canonico raccolse nella sua De Metropoli, Teate, ac Marruccinorum antiquitate, et praestatia.

In risposta alla pubblicazione Historia della città di Chieti del Nicolino, Niccolò Toppi pubblicò una lettera intitolata Punture Pietose.

Censura del Sign. Tefilago Pasinfoco, scritto per ravvenimento del dottor Girolamo Nicolino su l’Historia della città di Chieti, coll’aggiunta: Il Nicolino difeso da Ippolito Coni (Roma 1657) piena di frizzi indecenti e puerili all’indirizzo di Girolamo Nicolino.

La risposta alla provocazione del Toppi non si fece attendere: ricorrendo anch’egli allo stile epistolare, Nicolino scrisse “Le sferzate amorose del Dottor Girolamo Nicolino al signor Niccolò Toppi”, la lettera è datata 4 aprile 1658, attualmente conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli.

Girolamo Nicolini morì tragicamente il 5 ottobre 1664 in seguito alle ferite riportate in una aggressione avvenuta venti giorni prima.

Le circostanze della morte dell’erudito non furono mai del tutto svelate nel corso della storia e ancora oggi presentano alcuni aspetti poco chiari; per alcuni storici l’aggressione subita da Nicolino il 15 settembre è da mettere in relazione con la polemica velenosa intercorsa tra lui e il rivale Niccolò Toppi.

La sera del 15 settembre 1664 Girolamo Nicolino scendeva la scalinata stretta e buia posta sul retro della chiesa di San Francesco a Chieti, la scalinata è estremamente ripida e compresa tra due mura alte che la rendono ancora più cupa e isolata dagli edifici circostanti.

Costituita da un’unica rampa, consentiva di raggiungere il piano della piazza del Mercato dietro l’abside della chiesa, l’accesso dall’interno era posto alla destra dell’altare maggiore. Nicolino abitava in un grande edificio prospiciente la piazza e questa uscita gli era molto comoda per raggiungere la propria abitazione.

Quella sera del 15 settembre, terminata la funzione vespertina, Nicolino si apprestava a far ritorno a casa prendendo l’uscita da quella porticina come spesso faceva, imboccata la scalinata, un giovane uscì improvvisamente dall’ombra e con un pugnale lo colpì due volte alla testa, poi sferrò una terza pugnalata che il giurista tentò di parare con la mano sinistra restando ferito al polso, un ultimo colpo lo ferì al naso.

Nicolino grondante di sangue si accasciò a terra mentre l’aggressore nella certezza di averlo ucciso si dette alla fuga risalendo la scalinata.

Nicolino, ferito gravemente, riuscì a risalire le scale e attraversando la chiesa guadagnò l’uscita principale per raggiungere poi la sua abitazione.

Sopravvisse venti giorni, il tempo di ricostruire e denunciare l’accaduto nonché di redigere testamento.

La sequenza dei fatti relativi alla tragica aggressione è opera dello storico Gennaro Ravizza, grazie al rinvenimento di un fascicolo processuale conservato nell’Archivio della Provincia, che però tacque il nome dell’aggressore.

Nuovi documenti emersi alla fine del secolo XIX consentono di completare il quadro degli eventi: in primis il nome dell’aggressore, il chierico Alessandro Santillo de Liberatore, parente di Niccolò Toppi; dopo l’aggressione il Santillo trovò rifugio nella chiesa dei santi Nicola e Paolo di giuspatronato della famiglia Toppi, il che equivale a confessare il nome del mandante; nella chiesa grazie al diritto di asilo non potè essere molestato dalla giustizia e quindi processato in contumacia; del Santillo non se ne seppe più nulla dopo l’aggressione.

La morte del Nicolino non placò la polemica, visto che a quattordici anni di distanza il Toppi nella sua opera “Biblioteca Napoletana et Apparatoa gli Hominiillustri”, pubblicata a Napoli nel 1678, tornò nuovamente a rimarcare che l’Historia della città di Chieti non fosse del Nicolino, citando come prova uno scritto dello storico Ferdinando Ughelli, “Italia Sacra”, dove l’autore oltre a disconoscere la paternità della “Historia, affermerebbe addirittura che anche il “De modo procedendi Praxis Judiciaria civilis et criminalis”, altra opera del Nicolino, non fosse di questi ma da attribuirsi al dottor Tommaso Lupo di Chieti, al quale fu rubato il manoscritto subito dopo la sua morte.

Secondo il Toppi è stato lo stesso Nicolino a rubare l’opera e a darla alle stampe con il suo nome.

In realtà la prima edizione del “De modo procedenti” risale al 1651, quando Tommaso Lupo, stimato giurista teatino, era ancora vivo, e quindi capace di intervenire qualora l’opera gli fosse stata veramente rubata, nessun intervento è però pervenuto in questo senso.

La pubblicazione nel 1683 dell’opera “Furti virtuosi nel tempo” di Giuseppe Toppi, cugino di Niccolò, conclude la polemica durata quasi trent’anni: il volume raccoglie i componimenti poetici che rendevano omaggio agli uomini virtuosi di tutti i tempi, dai grandi condottieri agli uomini illustri di Chieti.

Tra questi ultimi figura anche Girolamo Nicolino, al quale è dedicata un’ode intitolata Epitafio al Dottor Girolamo Nicolini, la cui penna ha dato fuori molte opere.

Nei suoi versi non vi è riferimento all’accusa di plagio e alla polemica tra il Niccolò e il Nicolino, anzi, si percepisce in questo componimento una certa volontà dell’autore di chiudere definitivamente la controversia dei due eruditi teatini e di riconoscere i meriti del Nicolino.

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