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Oriana FallaciOriana Fallaci, giornalista, scrittrice, nasce il 29 giugno 1929 a Firenze, e muore il 15 settembre 2006.

Partecipò giovanissima alla Resistenza italiana e fu la prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale.

Durante gli ultimi anni di vita fecero discutere le sue dure prese di posizione contro l'Islam, in seguito agli attentati dell'11 settembre 2001 a New York, città dove viveva.

Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo.

L'apporto alla Resistenza italiana

Oriana Fallaci è la prima di quattro sorelle: Neera e Paola, anch'esse giornaliste e scrittrici, ed Elisabetta, figlia adottata dalla famiglia Fallaci.

Il padre Edoardo fu un attivo antifascista che coinvolse la figlia, giovanissima, nella resistenza con compiti di vedetta.

La giovane Oriana si unì così al movimento clandestino della Resistenza Giustizia e Libertà, vivendo in prima persona i drammi della guerra: nel corso dell'occupazione di Firenze da parte dei nazisti, il padre fu catturato e torturato a villa Triste dai fascisti comandati da Mario Carità, e in seguito rilasciato, mentre la Fallaci fu impegnata come staffetta per trasportare munizioni da una parte all'altra dell'Arno attraversando il fiume nel punto di secca dal momento che i ponti erano stati distrutti dai tedeschi. Per il suo attivismo durante la guerra ricevette a 14 anni, nel 1943, un riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano.

L'esordio nel giornalismo

Dopo aver frequentato il liceo classico Galileo, la Fallaci si iscrisse alla facoltà di medicina che lasciò ben presto per dedicarsi al giornalismo esortata dallo zio Bruno Fallaci, egli stesso giornalista e direttore di settimanali.

Conosce anche Curzio Malaparte, che considerò come un suo maestro.

Esordì al Mattino dell'Italia centrale, quotidiano di ispirazione cristiana, dove si occupò di svariati argomenti, dalla cronaca nera, alla cronaca giudiziaria al costume. Fu licenziata dal quotidiano perché si rifiutò di scrivere un articolo contro Palmiro Togliatti, come le aveva ingiunto il direttore.

Successivamente la Fallaci si trasferì a Milano per lavorare al settimanale Epoca di Mondadori allora diretto da suo zio Bruno Fallaci che, per non favorirla, le affidava degli "incarichi infami".

Nel 1951 venne invece pubblicato il suo primo articolo per L'Europeo, per il quale si occupava di modernità, mondanità, ma anche di cronaca nera.

Nel luglio 1956 Oriana Fallaci giunse per la prima volta a New York per scrivere di divi e mondanità. Da quest'esperienza venne tratto il suo primo libro, “I sette peccati di Hollywood”, dove racconta i retroscena della vita mondana di Hollywood. La prefazione del libro è scritta da Orson Welles.

Di ritorno da Hollywood, la Fallaci incontrò Alfredo Pieroni, corrispondente da Londra per La Settimana Incom illustrata.

Tra i due ebbe inizio una relazione e nella primavera del 1958 la Fallaci scoprì di aspettare un figlio dall'uomo.

Nel maggio 1958, a Parigi, la Fallaci ebbe un aborto spontaneo e lei stessa rischiò la vita. Il 28 giugno si reca a Londra per incontrare per l'ultima volta Pieroni. In piena depressione, tentò il suicidio ingerendo una grande quantità di sonniferi.

Gli anni sessanta

Nel 1961 realizzò un reportage sulla condizione della donna in Oriente che poi diventa il primo vero successo editoriale della Fallaci scrittrice, “Il sesso inutile”.

Nel 1962 esce “Penelope alla guerra”, la prima opera narrativa in cui racconta la storia di Giò, una ragazza italiana che si reca a New York per il suo lavoro di soggettista, dove incontrerà persone del suo passato.

Alla vigilia dello sbarco americano sulla Luna la Fallaci partì per gli Stati Uniti d'America per andare ad intervistare astronauti e tecnici della NASA.

Nel 1965 pubblicò il libro “Se il sole muore”, diario di quest'esperienza che la scrittrice dedica a suo padre.

Per scrivere il libro incontrò il capo progetto della missione, lo scienziato tedesco Wernher von Braun, colui che durante la seconda guerra mondiale aveva progettato per la Germania nazista i missili V2, poi lanciati su Londra e su diversi altri obiettivi europei.

Nel 1967 si recò in qualità di corrispondente di guerra per L'Europeo in Vietnam.

Ritornerà nel paese dell'Indocina dodici volte in sette anni raccontando la guerra criticando sia i Vietcong e i comunisti, sia gli statunitensi e i sudvietnamiti, documentando menzogne e atrocità, ma anche gli eroismi e l'umanità di un conflitto che la Fallaci definì una sanguinosa follia.

Le esperienze di un anno di guerra vissute in prima persona vennero raccolte nel libro “Niente e così sia” pubblicato nel 1969.

A metà del 1968 la giornalista lasciò provvisoriamente il fronte per tornare negli Stati Uniti a seguito della morte di Martin Luther King e di Bob Kennedy e delle rivolte studentesche di quegli anni.

In un passaggio di “Niente e così sia” irride «i vandalismi degli studenti borghesi che osano invocare Che Guevara e poi vivono in case con l'aria condizionata, che a scuola ci vanno col fuoristrada di papà e che al night club vanno con la camicia di seta».

Il 2 ottobre 1968, alla vigilia dei Giochi olimpici, durante una manifestazione di protesta degli studenti universitari messicani contro l'occupazione militare del campus dell'UNAM, oggi ricordata come il massacro di Tlatelolco, la Fallaci rimase ferita in Piazza delle tre culture a Città del Messico da una raffica di mitra.

Morirono centinaia di giovani (il numero preciso è sconosciuto) e anche la giornalista fu creduta morta e portata in obitorio: solo in quel momento un prete si accorse che era ancora viva.

La Fallaci definì la strage come «un massacro peggiore di quelli che ho visto alla guerra».

Come corrispondente di guerra seguì anche i conflitti tra India e Pakistan, in Sud America e in Medio Oriente.

Nel 1969 tornò negli USA per assistere al lancio della missione Apollo 11: il resoconto di quell'esperienza è raccolto nel libro “Quel giorno sulla luna” pubblicato nel 1970.

Il comandante dell'Apollo 12, Charles Conrad, alla vigilia del lancio, si recò a New York per incontrare la Fallaci e chiederle un consiglio riguardo alla frase da usare al momento di mettere piede sulla Luna. Poiché Neil Armstrong aveva detto: «Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l'umanità», la fiorentina consigliò, data la bassa statura di Conrad, la frase: «Sarà stato un piccolo passo per Neil, ma per me è stato proprio lungo».

Il comandante, che portò con sé sulla Luna una foto di Oriana bambina con la madre, disse proprio questa frase una volta giunto sul satellite.

Gli anni settanta e l'incontro con Panagulis

Il 21 agosto 1973 la giornalista fiorentina conobbe Alexandros Panagulis, un leader dell'opposizione greca al regime dei Colonnelli, che era stato perseguitato, torturato e incarcerato a lungo.

Si incontrarono il giorno in cui egli uscì dal carcere: ne diventerà la compagna di vita fino alla morte di lui, avvenuta in un misterioso incidente stradale il 1º maggio 1976.

Nel 1975 la Fallaci e Panagulis collaborarono alle indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini, amico della coppia. La Fallaci sarà la prima a denunciare il movente politico dell'omicidio del poeta.

Lo stesso anno uscì il primo libro di Oriana Fallaci diverso dall'inchiesta giornalistica, “Lettera a un bambino mai nato”, dedicata al figlio, poi perso, che aspettava da Panagulis.

Fu un grande successo editoriale della scrittrice e vendette 4 milioni e mezzo di copie in tutto il mondo. La storia di Panagulis verrà raccontata dalla scrittrice nel romanzo “Un uomo”, pubblicato nel 1979, oltre che in una lunga intervista, poi raccolta in “Intervista con la Storia”.

La Fallaci ha sempre considerato l'incidente di Panagulis un vero e proprio omicidio politico, ordinato da politici che avevano fatto carriera con la giunta militare.

La morte dell'amato compagno segnò indelebilmente la vita della scrittrice.

All'attività di reporter hanno fatto seguito le interviste a importanti personalità della politica, le analisi dei fatti principali della cronaca e dei temi contemporanei più rilevanti.

Tra i personaggi intervistati dalla Fallaci: re Husayn di Giordania, Võ Nguyên Giáp, Pietro Nenni, Giulio Andreotti,Giorgio Amendola, l'arcivescovo Makarios, il citato Alekos Panagulis, Nguyễn Cao Kỳ, Yasser Arafat, Mohammad Reza Pahlavi, Hailé Selassié, Henry Kissinger, Walter Cronkite, Federico Fellini, Indira Gandhi, Golda Meir, Nguyễn Văn Thiệu, Zulfiqar Ali Bhutto, Deng Xiaoping, Willy Brandt, Sean Connery, Mu'ammar Gheddafi e l'ayatollah Khomeini (durante l'intervista la Fallaci lo apostrofò come «tiranno» e si tolse il chador che era stata costretta ad indossare per essere ammessa alla sua presenza.

L'irritato Khomeini fece riferimento alla giornalista in un discorso successivo, chiamandola "quella donna" e indicandola come esempio da non seguire).

Alcune di queste interviste sono raccolte nel libro “Intervista con la Storia” uscito nel 1974.

Nel 1976 sostenne le liste del Partito Radicale, anche per le loro campagne femministe.

Nel 1981 intervista Lech Walesa

Consegnandole la laurea honoris causa in letteratura, il rettore del Columbia College[chi?] di Chicago la definì uno degli autori più letti ed amati del mondo.

Ha scritto e collaborato per numerosi giornali e periodici, tra cui: New Republic, New York Times Magazine, Life, Le Nouvel Observateur, The Washington Post, Look, Stern, e Corriere della sera.

Insciallah e il trasferimento a New York

Nel 1990 uscì il romanzo Insciallah in cui la scrittrice coniuga la ribalta internazionale con il racconto. Il libro è ambientato tra le truppe italiane inviate dall'ONU nel 1983 a Beirut. La Fallaci ottenne dall'allora ministro della Difesa Spadolini di essere accreditata presso il contingente italiano.

Il libro si apre con il racconto del primo duplice attentato suicida dei kamikaze islamici contro le caserme americane e francesi che causò 299 morti tra i soldati.

È l'ultima volta della Fallaci come inviato di guerra. Dopo l'uscita di Insciallah la scrittrice si isolò andando a vivere a New York, in un villino a due piani nell'Upper East Side di Manhattan.

Qui iniziò a scrivere un romanzo la cui lavorazione, durata per tutti gli anni novanta, venne interrotta dai fatti dell'11 settembre 2001.

In questo periodo scoprì di avere un cancro ai polmoni che lei più tardi definirà «L'Alieno».

Dopo l'11 settembre

I suoi libri e articoli sulle tematiche dell'11 settembre hanno suscitato sia elogi sia contestazioni nel mondo politico e nell'opinione pubblica.

Attraverso essi la scrittrice denuncia la decadenza della civiltà occidentale che, minacciata dal fondamentalismo islamico, ritiene incapace di difendersi.

La Fallaci riteneva che la crescente pressione esercitata negli ultimi anni dall'immigrazione islamica verso l'Europa, e l'Italia in particolare, unita a scelte politiche, a suo parere discutibili, e all'aumentare di atteggiamenti di reciproca intolleranza, fosse la dimostrazione della veridicità delle sue tesi.

Secondo la sua opinione, staremmo assistendo ad un pianificato tentativo del mondo musulmano di islamizzazione dell'Occidente, basato su quelle che a suo parere erano le strutture portanti del Corano, e sarebbe testimoniato da oltre un millennio di conflitti e ostilità tra musulmani e cristiani, tentativo che dovrebbe inevitabilmente portare ad uno scontro di civiltà.

Pur continuando ad esprimere opinioni anticlericali e dichiarandosi ne La forza della ragione "atea-cristiana", dichiarò pubblicamente la sua ammirazione verso papa Benedetto XVI, che l'ha ricevuta a Castel Gandolfo in udienza privata il 27 agosto 2005.

L'incontro doveva rimanere segreto, ma la notizia è stata resa pubblica tre giorni dopo l'incontro, mentre i contenuti del colloquio non sono mai stati resi noti.

Nel marzo 2005 il quotidiano Libero lanciò una raccolta di firme affinché il Presidente della Repubblica conferisse alla Fallaci il titolo di senatrice a vita. Vennero raccolte oltre 75.000 firme.

La morte

La Fallaci è deceduta a Firenze il 15 settembre 2006 a 77 anni, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute dovuto al cancro che da anni l'aveva colpita. Era suo preciso desiderio morire nella città in cui era nata: «Voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l'Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata». Per permetterle di ritornare in Italia in modo riservato Silvio Berlusconi le mise a disposizione un aereo privato.

Non fu possibile però, data l'inadeguatezza del luogo ad ospitare una persona in precario stato di salute, far alloggiare la Fallaci nella torre del Mannelli. La scrittrice è stata ricoverata nella clinica Santa Chiara, dove poi morì.

Oriana Fallaci è sepolta nel cimitero degli Allori, di rito evangelico, ma che ospita anche tombe di atei, musulmani e ebrei, a Firenze nel quartiere del Galluzzo, nella tomba di famiglia accanto ad un cippo commemorativo di Alekos Panagulis, suo compagno di vita. Con labara sono stati sepolti una copia del Corriere della Sera, tre rose gialle e un Fiorino d'Oro (premio che la città di Firenze, con grandi polemiche, non aveva voluto conferirle), donatole da Franco Zeffirelli.

Per sua espressa volontà, larga parte del suo grande patrimonio librario è stato donato, insieme ad altri cimeli come lo zaino usato dalla scrittrice in Vietnam, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, il cui rettore era allora monsignor Rino Fisichella, amico personale della scrittrice, che le stette vicino in punto di morte. Nell'annunciare la donazione, Fisichella ha definito questo come l'ultimo regalo a papa Benedetto XVI per il quale la scrittrice nutriva «un'autentica venerazione».

Il romanzo che la Fallaci aveva smesso di scrivere dopo gli attentati dell'11 settembre è stato pubblicato il 30 luglio 2008. Il libro, intitolato “Un cappello pieno di ciliegie”, è una saga familiare che attraversa la storia italiana dal 1773 al 1889.

Polemiche e controversie

Nel periodo 2001-2006 le sue forti prese di posizione provocarono diverse polemiche e reazioni in Italia ma non solo.

No-global e sinistra

Nel novembre 2002 la scrittrice volò in Italia per opporsi alla autorizzazione della manifestazione organizzata dai no-global a Firenze per il timore che si potessero ripetere i fatti del G8 di Genova del 2001. Incontrò l'allora ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, l'allora segretario DS Piero Fassino e l'allora prefetto di Firenze Achille Serra. La Fallaci pubblicò una lettera aperta sul Corriere della Sera, nella quale chiese ai fiorentini di listare la città a lutto al passare dei manifestanti.

Il corteo dei no-global non passò per le vie del centro storico (solo la manifestazione inaugurale si tenne in piazza Santa Croce) e si risolse senza incidenti di rilievo.

Secondo la Fallaci, la manifestazione si è svolta senza incidenti grazie al servizio d'ordine della CGIL che è riuscito a "narcotizzare i gruppi facinorosi del caotico movimento detto no-global".

La scrittrice ha poi ricordato i trascorsi nella Repubblica Sociale Italiana di Dario Fo, presente alla manifestazione con la moglie Franca Rame.

Durante il corteo vennero anche esposti cartelli di insulti rivolti alla scrittrice. Dal palco Franca Rame la definì una terrorista.

Inoltre Sabina Guzzanti ne fece un'imitazione caricaturale:

« Voi non conoscete la fatica di vivere a Manhattan al 38esimo piano, mentre, voi smidollati non avete avuto neppure il coraggio di sfasciare un bancomat. Amo la pace e l'amo tanto che sarei disposta a radere al suolo una città e a non fare prigionieri. Amo la guerra perché mi fa sentire viva. »

(Sabina Guzzanti - imitazione di Oriana Fallaci)

Dal pubblico arrivò la frase: «Ti venisse un cancro». E la Guzzanti rispose: «Ce l'ho già e ti venisse anche a te e alla tu' mamma».

La Fallaci rispose alla Guzzanti dichiarando:

« Giovanotta, essendo una persona civile io le auguro che il cancro non le venga mai. Così non ha bisogno di quell'esperienza per capire che sul cancro non si può scherzare. Quanto alla guerra che lei ha visto soltanto al cinematografo, per odiarla non ho certo bisogno del suo presunto pacifismo. Infatti la conosco fin da ragazzina quando insieme ai miei genitori combattevo per dare a lei e ai suoi compari la libertà di cui vi approfittate. »

E sul libro La forza della ragione la definì «un'imitatrice senza intelligenza e senza civiltà» e «un'oca crudele che mi impersona con l'elmetto in testa e deride la mia malattia».

Già nei suoi precedenti libri e articoli ci sono dure critiche verso il potere giudiziario, in particolare nell'aprile 2005, in un articolo su Il Foglio di Giuliano Ferrara, ha affermato che in Italia «lo strapotere dei magistrati ha raggiunto vette inaccettabili. Impuniti ed impunibili, sono i magistrati che oggi comandano. Manipolando la Legge con interpretazioni di parte cioè dettate dalla loro militanza politica e dalle loro antipatie personali, approfittandosi della loro immeritata autorità e quindi comportandosi da padroni». Ha accusato poi laSinistra Italiana la quale avendo compreso quale sia lo "strapotere" della magistratura "se ne serve senza pudore". Tale situazione, secondo la scrittrice, si sta verificando anche negli Stati Uniti: "In America, oggi, il rischio della dittatura non viene dal potere esecutivo: viene dal potere giudiziario".

Nel libro Oriana Fallaci intervista sé stessa - L'Apocalisse, la scrittrice fiorentina fa riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale n. 222/2004, la quale ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l'art. 14 della Legge Bossi-Fini, la quale prevedeva l'arresto obbligatorio per lo straniero trattenutosi nel territorio dello Stato a seguito del provvedimento di espulsione.

La Fallaci si dice incredula per la decisione della Consulta («Quei magistrati hanno perso il senno»), e ritiene che tale sentenza sia stata resa possibile dall'orientamento politico dei componenti della Corte: «Ho fatto una piccola inchiesta, ho scoperto che la maggior parte di loro sono diessini o simpatizzanti diessini, insomma persone allattate col latte dell'egemonia culturale, e l'incredulità è divenuta sgomento».

Comunismo

Ne La rabbia e l'orgoglio, riprendendo giudizi già espressi nei suoi scritti precedenti, Oriana Fallaci critica l'ideologia del comunismo, affermando, citando anche parole di suo padre, che esso «proibisce alla gente di ribellarsi, governarsi, esprimersi, arricchirsi, e mette Sua Maestà lo Stato al posto dei soliti re. Il comunismo è un regime monarchico, una monarchia di vecchio stampo. In quanto tale taglia le palle agli uomini. E quando a un uomo gli tagli le palle non è più un uomo diceva mio padre. Invece di riscattare la plebe il comunismo trasforma tutti in plebe. Rende tutti morti di fame».

Ha etichettato inoltre i sindacati italiani come «un feudo personale di Karl Marx», epiteto rivolto anche ad alcuni magistrati, colpevoli di difendere, a suo dire, gli islamici.

Islam e rapporti con la politica italiana

Sempre nel 2002 la scrittrice fiorentina venne citata in giudizio in Svizzera dal Centro Islamico e dall'Associazione Somali di Ginevra, dalla sede di Losanna di SOS Racisme e da un cittadino privato, per il contenuto ritenuto razzista de La rabbia e l'orgoglio.

Nel novembre 2002 un giudice svizzero emise un mandato d'arresto per la violazione degli articoli 261 e 261bis del Codice Penale Svizzero e ne richiese l'estradizione o, in alternativa, il processo da parte della magistratura italiana. L'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli respinse la richiesta ricordando loro che la Costituzione Italiana protegge la libertà di espressione. L'episodio è menzionato nel suo libro La forza della ragione.

In un'intervista pubblicata sul The New Yorker nel maggio 2006, la Fallaci si dichiarò indignata per la costruzione di una moschea a Colle Val d'Elsa dichiarando: «Se sarò ancora viva andrò dai miei amici di Carrara, la città dei marmi. Lì sono tutti anarchici; con loro prendo gli esplosivi e lo faccio saltare per aria. Non voglio vedere un minareto di 24 metri nel paesaggio di Giotto, quando io nei loro paesi non posso neppure indossare una croce o portare una Bibbia. Quindi, lo faccio saltare per aria!».

La Federazione Anarchica Italiana si dissociò dalle parole della Fallaci dichiarando come fosse opportuno «non millantare amicizie o comunanza d'intenti con gli anarchici di Carrara o di qualunque altro posto nel mondo» e definendo la Fallaci «guerrafondaia».

La Fallaci nell'intervento dichiarò inoltre di non amare i messicani, ricordando il modo orribile con cui venne trattata dalla polizia messicana del 1968, quando, ferita durante la manifestazione di protesta contro le Olimpiadi, venne spedita in obitorio ancora viva. A tal proposito dichiarò: «Se mi puntassero una pistola e mi dicessero di scegliere chi è peggio tra i musulmani e i messicani avrei un attimo di esitazione; poi sceglierei i musulmani perché mi hanno rotto le palle».

L'articolo poi riporta l'ammirazione e interviste ad Anna Magnani, Greta Garbo e Federico Fellini e molte altre.

Tratta anche della visione e opinione della politica italiana. Affermò di non aver votato per le elezioni politiche del 2006 né in Italia, né per posta da New York. Dopo aver definitoRomano Prodi e Silvio Berlusconi «due fottuti idioti», riguardo al voto ha detto: «Perché la gente si umilia votando? Io non ho votato. No! Perché ho una dignità. Se a un certo punto mi fossi turata il naso e avessi votato per uno di loro mi sarei sputata in faccia».

All'interno del libro La forza della ragione scrisse una lettera aperta indirizzata a Gianfranco Fini. Con dure parole lo paragonò a Palmiro Togliatti a suo dire «Il comunista più odioso che abbia mai conosciuto», anticipando le future analogie intellettuali con alcuni temi della sinistra (come il voto agli immigrati): «Signor Fini, ma perché come capolista dell’Ulivo non si presenta Lei?». Nella stessa lettera inoltre definì con le parole «velenoso livore» il trattamento che la sinistra dedica a Silvio Berlusconi.

Alcuni giorni prima delle elezioni politiche del 2006 era circolata in rete una dichiarazione di voto firmata con il nome Oriana Fallaci in cui l'autore dichiarava il proprio sostegno a Silvio Berlusconi. La giornalista ha smentito di esserne l'autore che ha invece "vigliaccamente usato il suo nome".

Nell'ultimo libro della trilogia, "La Trilogia di Oriana Fallaci", Oriana Fallaci intervista sé stessa - L'Apocalisse, (gli altri due libri sono La rabbia e l'orgoglio e La forza della ragione), "Intervista a sé stessa", la scrittrice fiorentina ha ripercorso i suoi rapporti con la politica, dalla richiesta fattagli da Pietro Nenni di candidarsi per un seggio in Parlamento come indipendente nelle file del Partito Socialista Italiano, alla profonda critica verso lo schieramento di centro-sinistra della Seconda Repubblica. Proprio in virtù della sua vecchia vicinanza al movimento Giustizia e Libertà, al PSI, ma anche al Partito Radicale (per le elezioni del 1976 dichiarò di votare per i radicali a sostegno delle battaglie per i diritti civili), Oriana Fallaci peraltro ha sempre rifiutato di essere etichettata come simpatizzante della destra: «[...] io non potrei mai schierarmi con la squadra di calcio che ha nome Destra»

Nelle pagine dello stesso libro dedicate a Silvio Berlusconi, la scrittrice ha ripreso i giudizi espressi nei libri precedenti: «Ne La rabbia e l'orgoglio gli ho dedicato un capitoletto impietoso, quasi villano».

Nonostante dica che Berlusconi «nasce dal merito, figlio dell'intelligenza» afferma che «quell'uomo è troppo presuntuoso».

Ha più volte ribadito tuttavia di non voler essere associata a quello che definisce il "cannibalismo" degli avversari di centro-sinistra «che cianciano di democrazia ma in fondo al cuore sono democratici quanto io son musulmana».[40] Nell'ambiente politico degli anni 2000 uno dei suoi pochi amici era il futuro segretario del PSI Riccardo Nencini.

In una lettera scritta nel 2000 a Chicco Testa e resa nota dal Riformista, Oriana Fallaci, nonostante si fosse sempre autodefinita una partigiana non risparmia critiche sull'assassinio di Giovanni Gentile fatto dalla Resistenza italiana, e seppur indirettamente definisce quegli antifascisti che lo assassinarono dei 'cacasotto'. Scrive infatti "l’assassinio di Gentile fu una carognata ingiusta e vigliacca. Gentile non era fascista. Che gli antifascisti furono dei «cacasotto» perché uccisero un grande e inerme filosofo mentre non ebbero il coraggio di sminare i ponti di Firenze che i tedeschi avevano minato."

Eutanasia, gay e aborto

Nell'articolo sulla moschea di Colle Val d'Elsa la Fallaci espone anche la sua personale contrarietà all'aborto, (« [...] a meno di non essere violentata e messa incinta da unOsama bin Laden o da un Zarqawi»; è da ricordare che invece era favorevole all'esistenza della legge italiana sull'interruzione di gravidanza, data la sua partecipazione attiva al dibattito prima del 1978) e alle adozioni gay, affermando che la maternità appartiene alle donne.

Criticò la cosiddetta "lobby gay" (« [...] come i mussulmani vorrebbero che tutti diventassimo mussulmani, loro vorrebbero che tutti diventassimo omosessuali»), pur dichiarando che l'omosessualità in sé non la turbasse affatto (uno dei suoi migliori amici fu Pier Paolo Pasolini, omosessuale dichiarato.

Nel 2004 la Fallaci si schierò contro l'eutanasia relativamente al caso di Terri Schiavo, presentando le sue posizioni con un articolo apparso su Il Foglio, e contro il referendum abrogativo della legge sulla procreazione medicalmente assistita, con un articolo pubblicato dal Corriere della sera.

Rapporti con la religione

Oriana Fallaci si dichiarò sempre atea e ammiratrice dell'illuminismo, ma negli ultimi anni della sua vita si riavvicinò alla Chiesa cattolica, tramite l'amicizia personale con Rino Fisichella e il cardinale Joseph Ratzinger, il futuro papa Benedetto XVI.

Ammorbidì le sue posizioni anticlericali, aderendo, in funzione antislamica, anche ad alcuni aspetti della dottrina sociale della chiesa, come sui temi etici (in particolare negli articoli scritti nel bienno 2004-2006, riguardanti l'aborto e l'eutanasia). Inoltre fu considerata una neocone teocon, che difendeva i simboli cristiani come simboli occidentali, pur non convertendosi mai, nemmeno in punto di morte, e rimanendo "atea-cristiana", come si autodefinì[49]. Difese, attraverso i suoi scritti, gli ebrei e il diritto ad esistere dello Stato d'Israele, condannando fermamente l'antisemitismo.

Femminismo

Ne La rabbia e l'orgoglio vengono espresse critiche al movimento delle femministe italiane, colpevoli di averla insultata anziché ringraziata: "d'avervi spianato la strada di aver dimostrato che una donna può fare qualsiasi lavoro". Le ha inoltre criticate per i recenti comportamenti: "Com'è che non organizzate mai una abbaiatina dinanzi all'ambasciata dell'Afghanistan o dell'Arabia Saudita o di qualche altro paese mussulmano?"

Calcio

Il 19 giugno 2004 viene pubblicato sulla Gazzetta dello Sport un breve commento della Fallaci all'episodio avvenuto durante il Campionato europeo di calcio 2004 in cui il calciatore italiano Francesco Totti sputa in direzione del danese Christian Poulsen. Nell'articolo la giornalista-scrittrice si rivolge a Totti dicendo: «capisco le necessità professionali, ma io non avrei chiesto scusa a nessuno. Erano tre ore che quel danese la prendeva a gomitate, pedate, stincate.»

Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte

Ha vinto il Premiolino nel 1961 per l'articolo "La sirena dei vent'anni" profilo della cantante Mina.

Il 30 novembre 2005 Oriana Fallaci ha ricevuto a New York il premio Annie Taylor per il coraggio del Center for the Study of Popular Culture ("Centro Studi di Cultura Popolare"). La scrittrice è stata onorata per "l'eroismo e il valore" che hanno fatto di lei «un simbolo nella resistenza contro il fascismo islamico e una combattente nella causa dell'umana libertà.» L'Annie Taylor Award (istituito in ricordo della prima persona che era riuscita a sopravvivere in un viaggio all'interno di una botte dalle cascate del Niagara) viene assegnato a individui che hanno mostrato e mostrano eccezionale coraggio in circostanze pesantemente avverse e di fronte a grave pericolo. David Horowitz, il fondatore del centro, motivando la premiazione, ha definito la Fallaci «un generale nella guerra per la libertà».

L'8 dicembre 2005 Oriana Fallaci fu insignita dell'Ambrogino d'oro, il più prestigioso riconoscimento conferito dalla città di Milano.

Su proposta del Ministro dell'istruzione Letizia Moratti il 14 dicembre 2005 il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi ha insignito Oriana Fallaci con una medaglia d'oro quale "benemerita della cultura".

Le sue condizioni di salute le hanno impedito di prendere parte alla cerimonia di consegna, in occasione della quale ha scritto: «La medaglia d'oro mi commuove perché gratifica la mia fatica di scrittore e di giornalista, il mio impegno a difesa della nostra cultura, il mio amore per il mio Paese e per la Libertà. Le attuali e ormai note ragioni di salute mi impediscono di viaggiare e ritirare direttamente un omaggio che per me, donna poco abituata alle medaglie e poco incline ai trofei, ha un intenso significato etico e morale».

Il 22 febbraio 2006 il presidente del Consiglio Regionale della Toscana Riccardo Nencini ha insignito la Fallaci della medaglia d'oro del consiglio stesso.

Nencini ha motivato la sua scelta dicendo che la Fallaci è una delle bandiere della cultura toscana nel mondo. Durante la premiazione, avvenuta a New York, la scrittrice ha raccontato del suo tentativo di creare una vignetta su Maometto, in risposta alla montante polemica sulle vignette apparse sui giornali francesi e olandesi, che raffiguravano Maometto. A proposito ha dichiarato: «Disegnerò Maometto con le sue nove mogli, fra cui la bambina che sposò a 70 anni,[55] le sedici concubine e una cammella col burqa. La matita, per ora, si è infranta sulla figura della cammella, ma il prossimo tentativo probabilmente andrà meglio».

Nel 2010 le è stato attribuito il Premio America alla memoria da parte della Fondazione Italia USA.

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