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Renata Anguissola nasce nel 1893 a Resina, in provincia di Napoli, dalla relazione fra Gabriele D'Annunzio e Maria Gravina Cruyllas sposata al conte Guido Anguissola.

di Elisabetta Mancinelli

Renata “Cicciuzza” unica figlia amatissima da Gabriele D’Annunzio.

La sua educazione venne affidata nel 1903 al prestigioso Collegio di Poggio Imperiale a Firenze dove ricevette un’ottima formazione culturale. La decisione venne presa dal padre che voleva sottrarsi ai frequenti contrasti con la madre naturale e favorita finanziariamente dall’attrice e amante del poeta: Eleonora Duse che promise di pagare anticipatamente tre annualità della retta del collegio.

Renata, profondamente amata dal padre, che la chiamava affettuosamente “Cicciuzza”, viene ricordata per la sua vicinanza ed assistenza al padre nel periodo in cui era in convalescenza a Venezia, nella “Casetta rossa”, per l'incidente all'occhio destro verificatosi dopo un ammaraggio brusco nelle acque di Grado, nel 1916.

A lei si deve la trascrizione e il riordino dei cartigli scritti dal Poeta bendato, utilizzati in seguito per la redazione del Notturno, pubblicato nel 1921.

Durante la permanenza alla “Casetta rossa”, ormai al termine della sua immane fatica, la coraggiosa giovinetta, incontrò l’uomo della sua vita un ufficiale di marina Silvio Montanarella con cui si sposò.

Questa felice unione le consentì di vivere in piena serenità, circondata dall’affetto di nove figli, i restanti anni della sua esemplare esistenza.

Renata muore nel 1976 e viene sepolta nei giardini del Vittoriale.

Sopra la tomba su una lapide sono incisi questi versi tratti dal Notturno che il padre le dedica:

“La sirenetta appare sulla soglia

porta un mazzo di rose

è un angelo che si distacca

da una cantoria fiorentina

quando parla il mio cuore si placa”

L’amore e la tenerezza reciproci tra il vate e Renata

Renata, la figlia prediletta dal vate, non veniva chiamata col suo vero nome sia dal padre che dai biografi che da lei stessa.

Gabriele usava per lei dei vezzeggiativi: Cicciuzza, Sirenetta, la dolce e ingenua creatura de La Gioconda ed aveva nei suoi confronti una infinita tenerezza.

Anch’ella   ebbe verso il padre fino all’ultimo grande dedizione, abnegazione e pazienza in special modo nella sapiente opera di riordino ed interpretazione dei dieci miglia cartigli che compongono Il Notturno.

La dolce Sirenetta permise dunque la creazione del libro: un vero e proprio “commentario delle tenebre” che ebbe il consenso unanime dei critici anche i più severi.

Dalla lettura delle pagine dell’opera si evince il ruolo che   questa eccezionale creatura ebbe nel ripercorrere   il doloroso cammino compiuto dal padre Gabriele

La scena dell’opera si apre col poeta bendato e immobile, ma folgorato dal divino furore creativo, gli è accanto la piccola Cicciuzza, allora ventitreenne nella veste di infermiera alla quale affida l’arduo compito: di approntare e ordinare i suoi innumerevoli foglietti ciascuno dei quali conteneva a volte un rigo ma molto spesso due e anche tre che si intersecavano e si sovrapponevano tra di loro.

Ma un duro e inatteso colpo venne inferto a Renata da un doloroso episodio che la turbò profondamente: la caduta misteriosa del padre Gabriele dalla finestra del Vittoriale avvenuta il 12 agosto del 1922.

Anche in questa occasione, come sei anni prima, Renata accorse al capezzale del padre per dargli quella compagnia e quel conforto che gli occorreva.

Ma al Vittoriale in quel periodo c’era tanta gente, uomini e donne che cercarono a tutti i costi, per loro particolari interessi, di allontanare dal poeta la figlia prediletta che, dopo aver trascorso l’estate con lui insieme ai suoi figli, scomparve all’improvviso e non si parlò più di lei.

Ma questo episodio increscioso non ebbe durevoli effetti sui rapporti padre-figlia e nello tesso anno il 1925, essi tornarono ad essere quelli di sempre come testimoniano i numerosi telegrammi del poeta che annunziavano con la consueta affettuosità, l’invio di aiuti alla diletta figlia.

A testimonianza dello straordinario rapporto affettivo che il poeta nutrì per la figlioletta Renata vi sono innumerevoli documenti tra cui passi del Notturno e un carteggio ritrovato da Francesco Mazzoni, presidente della Società Dantesca di Firenze, tra le carte di Pio Rajna, illustre filologo che era stato prima insegnante e poi presidente del Collegio di Poggio Imperiale a Firenze, il celebre istituto che dal 1903 ospitò la figlia di D'Annunzio.

Alcune affettuose lettere indirizzate alla signorina Eva d’Annunzio Villa Mammarella Francavilla a Mare.

“Io verrò uno di questi giorni a rivederti. Sono molto afflitto da questa lunga assenza.

Tu sei la mia piccola ani ma dolce, e il tuo piccolo viso si affaccia dal calice d’ogni fiore ch’io guardi intorno a me.

Tutte le mie carezze! Papaletto tuo

“Cara cara Cicciuzza, ho ricevuto oggi la tua letteruzza e l’ho imparata a memoria. Scrivimene un’altra.

Il tuo papaletto lavora come un cane e qui il caldo è già grande.

Le paroline di Cicciuzza lo rinfrescano e lo consolano.

Tanti baci dolci su le tue ciglia lunghe.  Papaletto tuo. Roma 20 giugno 1898

“Cara cara Cicciuzza, Papaletto interrompe il lavoro per mandarti tre baci: uno sulla bocca, uno sulla fronte e uno su la mano. Temo che tu abbia bisogno di qualche cosa e ti mando un po’ di denaro. Abbraccia per me la mamma e non mi dimenticare. Il tuo papaletto”.

Roma 20 giugno 1898

“Cara cara Cicciuzza, scrivi una lettera lunga e dolce al tuo povero papaletto che è molto triste e da gran tempo non sa nulla di te. Che fai? Come stai? Diventi sempre più bella? Pensi a me? Che vuoi che ti mandi? Un’altra bambola o un’altra scatola di biscotti?

Abbraccia per me la mamma.

Ti do tanti tanti baci sul piccolo viso fiorito”.

Papaletto tuo.

La Capponcina… 3 ott. 1898

“Cara figlietta, non ti dimentico mai. Il tuo ritratto è presso il mio capezzale quando dormo, e su la mia tavola quando lavoro.

Ma la vita è triste e i cuori umani sono aridi e feroci.

Non v’è difesa, piccola anima mia! Avevo chiesto qualche cosa alla tua mamma.

Non ho avuto risposta.

E non posso far nulla per addolcirti la vita. Se tu volessi venire a vivere con me, sarei felice e i miei pensieri fiorirebbero come le erbe nella primavera. E tu rideresti e canteresti tutto il giorno nelle mie stanze e nel mio giardino. Ma io forse non merito ancora questa felicitĂ . Dio ti benedica e ti protegga, figlietta mia! Ti amo e soffro, ma tu non puoi comprendere. Dio ti protegga! Gabriele

La Capponcina 18 ottobre 1899

Dal “Notturno”

“La mia figlia ha due occhi bruni d’oriente, di quegli occhi saracini che fiorivano in Sicilia al tempo del soldato svevo. Talvolta quando si china all’improvviso verso di me, mi sembrano collocati nelle sue tempie come quelli dei palafreni che guatano dalle misure asiatiche. Una testa bianca piuttosto come il fiore del pesco, come una criniera crespa e bruna, difficile a essere divisa in trecce. Talvolta quando è seduta sopra un cuscino basso e taglia per me le liste di carta che stridono alquanto come le foglie secche di palma, mi viene in mente la fiore di Soria”

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