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La Figlia di Iorio

Opera pittorica di Francesco Paolo Michetti

La grande tela raffigurante «La Figlia di Iorio» di metri 5,50 per metri 2,80 è una delle più importanti opere pittoriche dell'artista Francesco Paolo Michetti, realizzata nel 1895 nel Cenacolo di Francavilla al mare,  e nello stesso anno esposta alla Biennale di Venezia.

Nel 1896, La Figlia di Iorio fu acquistata da Ernest Seeger per la Galleria Nazionale d'Arte di Berlino.

Nel 1932, fu esposta alla XVIII edizione della Biennale di Venezia, nel Padiglione italiano; la notò Giacomo Acerbo ministro abruzzese, il quale ne propose l'acquisto all'Amministrazione provinciale di Pescara.

Dopo lunghe e difficoltose trattative il dipinto fu acquistato e ancora oggi è esposto in un'ampia sala del Palazzo della Provincia di Pescara.

La famosa tragedia pastorale di Gabriele D'Annunzio con lo stesso titolo vide la luce nove anni dopo, nel 1904.

Stesso tema quindi trattato dai due artisti che insieme rimasero fortemente impressionati e turbati da una scena che si presentò loro nella piazzetta di Tocco da Casauria, paese natìo di Francesco Paolo Michetti: quella di una giovane donna urlante, scarmigliata, inseguita da una folla di mietitori ubriachi e provati dal sole.

Infatti, se diverse erano state le ambientazioni e i paesaggi che fecero da sfondo ai vari studi e bozzetti eseguiti prima di giungere all'idea finale della presente opera michettiana, unico era sempre stato il tema: una giovane, bella, nascosta in un ampio scialle, che passa rapidamente davanti a gruppi di persone disposte in modi diversi, che si fermano a guardarla con espressioni contrastanti di ammirazione, di desiderio, di compassione e di scherno.

Durante i vari soggiorni ad Orsogna, Michetti produsse numerosi schizzi e bozzetti del paesaggio circostante che successivamente utilizzò per la realizzazione dell'opera; difatti, il profilo della Majella è quello che realmente si può ammirare solo da Orsogna.

Il personaggio femminile de "La figlia di Iorio" è Mila di Codra, per la quale ha posato come modella l'orsognese Giuditta Saraceni che allora aveva 19 anni.

Al tempo della realizzazione l'opera presentava una colorazione fresca, delicata, con forti contrasti chiaroscurali e con calde tonalità che purtroppo ora ha perduto: i contorni, le ombre, fusi con i rilievi, sono quasi evanescenti.

Resta però valida l'intelaiatura dell'opera nella sua costruzione scenica, nell'espressione dei personaggi ancora evidente in tutto l'insieme pittorico.

La nota predominante del quadro resta la figura della donna che attira subito l'attenzione; l'artista ha voluto coprirla con un ampio manto rosso vermiglio, che ben si fonde con la veste della stessa intonazione cromatica riuscendo a creare un'armonica fusione di un'unica e viva tonalità.

Pennellate di bianco mettono in luce ed in risalto il petto, sorretto da due sostegni che si incrociano e la sottana di candido lino sporgente dalla lunga veste.

Pesanti calze nere nascondono le gambe creando un equilibrio tonale con le sopraccalze di lana bianca che danno evidenza e risalto ai semplici calzari, molto in uso tra le genti di campagna; le stringhe delle «chiochie» si allacciano, si avvolgono e si incrociano intorno alle caviglie modellate.

Le poche linee del volto dal profilo semplice e perfetto e dalla bocca appena schiusa fanno intravedere la singolare bellezza della donna; orecchini in pesante oro, a cerchio, completano l'incorniciatura del volto.

La donna incede con passo lungo, rapido, sicuro; sembra voglia allontanarsi dal gruppo di persone che, in diversi atteggiamenti osservano il suo corpo.

Non vuole vedere e non desidera essere vista: con le mani apre il manto che la nasconde, appena il necessario per scoprire una parte del suo bel viso e per scorgere avanti a sé la strada da percorrere.

Si ha l'impressione di vederla scomparire dalla scena da un momento all'altro, verso l'albero fiorito che, in contrasto, sembra accoglierla con il suo simbolico candore o ricordarle il candore perduto.

La donna è quasi interamente nascosta dal manto: i pesanti vestiti coprono tutto il corpo.

L'artista non ha voluto ritrarre la femmina ammaliatrice, con le sue provocanti forme ma ha voluto dare l'immagine di una povera donna perduta che sente tutto il peso della sua sciagura e che cerca di fuggire di fronte a certe situazioni delicate ed imbarazzanti.

Per sua natura non è la donna procace, di mestiere, che invita con certi atteggiamenti del corpo e che adesca con sguardi significativi.

È una donna che ha creduto nell'amore e ne ha sentito tutta l'ebrezza.

Nella tela, inoltre, sono ritratti cinque uomini, seduti o sdraiati sul profilo di un'altura, che con i loro volti esprimono sentimenti diversi ispirati dall'improvvisa comparsa di questa donna che tutti ben conoscono.

Qui l'artista è riuscito ad ottenere con singolare efficacia una gamma di espressioni e di atteggiamenti: ogni figura ha una sua particolare funzione e nello stesso tempo crea un magistrale equilibrio in tutta la scena.

Sulla sinistra l'uomo disteso supino, che ha il viso dello stesso Michetti, come si può notare dai suoi autoritratti, ha uno sguardo malizioso, ostenta un'eleganza raffinata: sembra aver lanciato la sua offerta d'amore con un sottile ironico sorriso misto a nascosta bramosia, e ora quasi attende un consenso.

Secondo altri è Paolo De Cecco, assiduo frequentatore del cenacolo francavillese.

Più in alto, emerge su tutti la figura di un giovane dal volto attonito: è Aligi, il «pecoraio», che rimane stordito, trasognato, trasportato al di fuori della realtà, trascinato dalla visione della donna che l'ha stregato, come è evidente dai suoi grandi occhi dilatati che manifestano stupore e meraviglia dinanzi a tanta bellezza.

La disposizione delle gambe e dei piedi dà l'impressione che il giovane stia quasi per scattare per seguire la donna.

Il terzo uomo dalla folta ispida barba brizzolata ha un atteggiamento più calmo e seduto nel mezzo, sembra richiamare i suoi vicini alla compostezza e alla moderazione.

Un altro giovane, sdraiato, con le gambe incrociate verso l'alto e con la testa appoggiata alla mano destra, avvolto da un'artistica sciarpa colorata, quasi medita: ha lo sguardo trasognato e l'espressione di intimo desiderio, sembra emettere un leggero sospiro.

Accanto a lui c'è un altro giovane, dall'esile figura, tutto raccolto in se stesso con le mani strette tra le ginocchia che forse ha lanciato una frase d'invito accompagnata da un malizioso sorriso.

Altre due figure completano il quadro: nella parte più alta un uomo "tagliato" orizzontalmente e più in basso, a destra, una donna "tagliata" verticalmente.

Il pittore non ha voluto mostrare il volto dell'uomo per creare un'atmosfera di mistero ed ognuno può immaginare la sua espressione alla vista della donna in rosso.

Mentre, è ben evidente il volto della figura femminile che si volta a guardarla con curiosità, con meraviglia mista a tanta compassione e si scorge un'espressione di profondo turbamento.

Sullo sfondo si staglia nella sua possente maestosità la Majella madre, più precisamente le cime nevose del Morrone, che racchiude ed abbraccia tutta la rappresentazione.

Il suo delicato, modulato profilo è messo ben in risalto dal colore terso e luminoso del cielo azzurro e sereno.

Nell'insieme la colorazione è ben dosata in modo da dare maggiore risalto alle figure che si stagliano, con ritmica ondulazione, dal chiarore dello sfondo montagnoso e si legano mirabilmente con la parte inferiore densa di vibranti passaggi coloristici, ora chiari, ora scuri.

Infine, ogni figura è giustamente studiata nel disegno e nei colori, con tonalità adeguate, legate armoniosamente in tutto l'insieme, così da offrire una visione sobria, serena e completa e conferire l'equilibrio tonale di tutta la composizione.

Fonte: Restituto Ciglia, La figlia di Jorio, opera pittorica di F. P. Michetti, Pescara, Editrice Italica, 1977.