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Macché largo ai giovani, oggi il futuro è degli over 60

di Giordano Bruno Guerri

Da hippy a mappie. Pensionati rampanti, altro che anziani. Sono in forma, guadagnano, hanno potere e successo. Hanno capito come invecchiare bene. Accettandosi

«Non vogliamo mica fare i mappie», mi dicevano durante le feste due amici, compagni delle elementari, incontrati dopo tanto tempo. Neanche sessantenni, ma prossimi alla pensione, la pensano sognanti, dopo una vita laboriosa.

L’elenco dei loro desideri e progetti è fitto e ameno: pittura, pesca, pro loco, fotografia di farfalle, qualche viaggio, cura dei figli già laureati ma da avviare alla carriera.

Tutto, tranne che continuare a lavorare. Ho scoperto così di essere un mappie, e la conferma mi è arrivata ieri, con una notizia d’agenzia proveniente da New York.

Dopo gli hippie negli anni Settanta, gli yuppie negli anni Ottanta, e i successivi, meno celebri, dinky (doppio reddito e nessun figlio), si suppone che il decennio appena iniziato sarà proprio quello dei mappie, da «mature, affluent, pioneering people». Ovvero gli ultrasessantenni, già in pensione, che riescono a rimanere sulla cresta dell’onda, magari riciclandosi in attività diverse da quelle che hanno svolto per tutta la vita. Il termine è nato in Svezia dove ormai la categoria è talmente numerosa da disporre di una rivista dedicata a loro, M Magasin.

«Siamo tanti, siamo curiosi, vogliamo ancora influenzare e partecipare a ciò che succede. Eravamo hippie, poi yuppie, ora siamo mappie», ha spiegato il direttore della rivista. «La ragione del fenomeno» ha incalzato l’esperta di un istituto di ricerca svedese, «è che la gente ora vive più a lungo ed è in buona salute. Ci si sposa ora più tardi, si hanno figli in tarda età e la nuova mezza età non sono più i quaranta ma i cinquanta e i sessanta». Tutto vero, tutto giusto, ma c’è da chiedersi: a) quali dimensioni potrà assumere il fenomeno; b) quali effetti avrà, specialmente per i più giovani.

Se non era difficile diventare hippy (bastava volerlo), già fare lo yuppie fu più complicato: occorrevano intraprendenza e capacità di successo; i dinky, con il loro doppio reddito e nessun figlio, non hanno lasciato particolari segni, se non nei consumi abbondanti, tanto è generica la categoria. Quanti saranno i mappie nostrani? In realtà, come le altre categorie, sono sempre esistiti, con altri nomi o con nessun nome; la storia è piena di ultrasessantenni di successo e che hanno lavorato fino alla morte.

In futuro, con l’aumento dell’istruzione e delle opportunità, oltre che della salute e della durata media della vita, diventeranno ovviamente sempre di più. Ma non ci sono soltanto note allegre: possiamo anche supporre che, con pensioni sempre meno adeguate a un buon livello di vita, mettersi a «mappeggiare» diventerà spesso una necessità. Mentre il vero mappie, a quel che capisco, sarà tale per scelta e per piacere. Poi ci saranno anche gli incroci, i casi misti, come per esempio, il mio.

Non credo che la pensione sarà sufficiente e a mantenere il mio attuale livello di vita (cui tengo non poco), ma anche se fosse il contrario, di certo non rinuncerò a lavorare in proprio, finché la testa mi terrà.

Prima di tutto perché so per certo che da ora in poi potrò dare il meglio della mia professionalità di scrittore e di manager culturale, grazie all’esperienza, alla conoscenza, alle capacità accumulate finora. Perché rinunciarvi? Sarebbe uno spreco per me e per la società. E così per tanti altri.

Benvenuti ai mappie nostrani, dunque.Come al solito, tuttavia, c’è un «ma». L’aumento degli ultrasessantenni - e oltre - produttivi, sarà di inevitabile inciampo all’affermarsi delle nuove generazioni; i quarantenni che spingono per affermarsi e prendere i posti di comando dovranno battersi sempre più duramente, e spesso rinviare la conquista dei vertici, in molti settori della società.

Fu per questo che un quarantenne di successo, Luca Iosi, anni fa lanciò l’idea di un «Patto generazionale» per cui - a sessant’anni - gli aderenti avrebbero abbandonato le loro cariche per fare largo ai giovani. Molti sottoscrissero, non so quanti manterranno la promessa. Di certo l’età della giovinezza, come quella della vecchiaia, è destinata a prolungarsi. Gli studi e le specializzazioni postuniversitarie diventeranno sempre più lunghi, si spingerà sempre oltre il momento di entrare nel mondo del lavoro, come l’età in cui si continuerà a definirsi «ragazzo».

E in tutto ciò non ci sarebbe niente di male, anzi: giovani sempre più preparati e anziani sempre più produttivi. Purché, ovviamente, la società e lo Stato mettano in grado di lavorare chi vuole cominciare a farlo presto. Sarà un compito dei più saggi fra i mappie.
www.giordanobrunoguerri.it
  

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