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La storia di un antico quartiere

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli    email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La storia di Borgo Marino, uno dei più antichi quartieri di Pescara è lunga e silenziosa, fatta di fatica e passione, solidarietà e fatalità che ha creato una comunità tuttora coesa e forte, che non vuole disperdersi né disperdere il patrimonio di tradizioni marinare che con essa è cresciuto.

L’Associazione “Borgo  Marino”, presieduta da Francesco Palestini, dopo anni di pazienti ricerche di foto, lettere, testimonianze e filmati, trovati nelle case dei marinai o portate da vedove, figli, nipoti o dagli stessi uomini di mare cresciuti nel borgo, ha realizzato un video “Borgo Marino nel cuore”: 40 minuti di ricostruzione della vita del Borgo, opera del regista Raoul Verzella che ha messo insieme tutti  i documenti  del passato unendoli  a frammenti di filmati dell’Istituto Luce e a  interviste e  riprese del borgo oggi.

L’esamina di queste testimonianze  ha permesso di arricchire la storia del borgo, dagli inizi del secolo ad oggi, di nuovi interessanti tasselli.

La zona dell'odierno quartiere marinaro si popolò probabilmente a seguito di un fenomeno migratorio a carattere locale che fece registrare la massima intensità tra il 1900 e il 1910, e che oggi si trova in una fase decisiva della sua involuzione.

Si è potuto accertare tra l’altro il fatto che le famiglie di pescatori o di armatori di  Borgo Marino hanno sempre meno indirizzato i giovani al mestiere che fu degli avi, per cui non è difficile prevedere che, purtroppo, questa situazione farà giungere presto all'ultimo capitolo quel bellissimo esaltante brano di storia cittadina che è "l'epopea marinara "

Le origini

Non è possibile stabilire con certezza quando sia sorto a Pescara il borgo dei pescatori sia quello a sud che quello a nord del fiume in quanto sono poche le testimonianze scritte, anche di natura privata e quelle orali non consentono di risalire oltre i ricordi personali entro l’arco di un secolo.

Si suppone comunque che già in epoca classica il mare abbia favorito la formazione di insediamenti stabili sulla costa presso la foce del Pescara considerato scalo importantissimo (specie ai tempi di Diocleziano) per gli scambi con la Dalmazia.

Esso  rimase attivo col nome di Ostia –Aternum fino al tempo dei Bizantini e delle crociate, quando la località assunse il nome di Piscaria, che la connotava come zona pescosa.

Ma,una volta interrotti i rapporti con la costa dalmata per effetto delle invasioni barbariche in Occidente, lungo le nostre coste indifese si verificò un fenomeno di desertificazione,  da cui conseguì  l’arresto anche dell’attività marinara  di minore entità in seguito all’arroccamento degli abitanti sulle alture, mentre sulla sponda destra del fiume scomparvero i resti dell’antica Aternum con la costruzione della fortezza fatta erigere nella seconda metà del 1500 da Carlo V a difesa del suo regno nell’Italia meridionale.

La pesca, in seguito a queste vicende, divenne poco redditizia per i gravami feudali, ma neppure dopo il 1806 l’abolizione dei diritti feudali poté incoraggiare la formazione di nuclei abitativi sulla costa che presentava plaghe paludose:la “Palata” sulla destra del fiume e la “Vallicella” sulla sinistra.

Inutili risultarono i lavori fatti eseguire da Ferdinando I di Borbone che fece prosciugare e riempire gli avvallamenti  e le opere di svuotamento mediante un canale a mare;  la zona divenne ugualmente dominio della malaria mietendo molte vittime, come ricorda, nelle “ Novelle della Pescara” e in “Primo Vere”,  Gabriele D’Annunzio che resta per questo periodo la più notevole fonte di notizie.

Il Vate dà i primi elementi per disegnare la storia della zona, infatti, descrive una delle occupazioni tipiche: l’incatramazione dello scafo e il rientro delle barche che attraccavano alla foce del fiume, il che fa capire che esisteva non un borgo vero e proprio  ma almeno una “stazione di barche” alla foce del fiume al lato sud.

Forse già da allora, su quella sponda familiare al poeta, esisteva qualche abitazione, non di più che poveri ripari, come si può evincere da un altro passo significativo per la storia dei pescatori tratto da “Terra vergine”: “ … col garbino quella notte con pioggia venne burrasca e il mare arrivava alle case con certi urli da far rabbrividire…”

Ma se abbiamo la voce del poeta sulla preistoria della marineria sud non altrettanto avviene per quella nord.

Per gli abitanti di Castellammare, tutti dediti all’agricoltura e distribuiti in abitazioni sparse sui colli, la pesca era un’attività accessoria praticata saltuariamente.

Solo intorno al 1880 si può congetturare il primo insediamento stabile accanto al fiume.

Il popolamento di Castellammare una volta preso l’avvio fu più rapido, anche se più disordinato e, soprattutto  dopo la costruzione della stazione ferroviaria, la cittadina fece registrare un notevole flusso di abitanti.

I primi pescatori di Castellammare Adriatico comunque non abitavano a Borgo Marina.

Ma il nostro borgo si ambienta, almeno agli inizi, nella Contrada Vallicella infatti, sfogliando i registri del Comune di Castellammare Adriatico all'anno 1868, al numero d'ordine 29,  leggiamo che  Salvatore  Pagliaro, figlio di  Pasquale, di anni  31, di condizione «marinaro», domiciliato nel comune  di Castellammare  (Contrada Vallicella), si era recato  in Municipio per registrare la nascita di un figlio al quale aveva imposto il nome di Pasquale.

Salvatore  Magliaro  è  il  primo  abitante  dunque  della  zona  che ufficialmente denuncia la condizione di uomo di mare.

Successivamente, tal Vincenzo  Valori  fu  Filippo,  appare anch'esso rubricato quale «marinaro»;  e più  tardi ancora,  Francesco Paolo  Pennese  fu Nicola e tal Giuseppe Supplizi sono indicati con la qualificati “ marinari”.

Tutti questi antenati  dell’odierna  marineria pescarese abitavano in Contrada Vallicella che probabilmente  si estendeva dall’attuale via Venezia fino a via Marsala, e precisamente lungo la parte Nord-Est di tale zona.

Viceversa, la  Borgo Marina di allora va identificata nelle poche casupole che erano sparse tra il bosco del barone De Riseis e le limacciose rive della  Pescara.

D'altra parte, la qualifica di «marinaro» non chiarisce a sufficienza se gli abitanti di Contrada Vallicella fossero pescatori oppure naviganti, anche se pare più probabile quest'ultima qualifica, perché da studi compiuti si è potuto stabilire che il conte Ignazio Brina di Pescara a quell'epoca, era proprietario di due trabiccoli  coi  quali si dedicava al trasporto del caffè e dello zucchero, collegando l'Abruzzo alla Romagna.

Le imbarcazioni

Molti scrittori di cose marinare fanno in proposito una gran confusione ed anche D’Annunzio nei suoi scritti confuse i vari tipi di battelli.

In realtà  le imbarcazioni usate erano principalmente queste ed avevano specifiche caratteristiche.

Le paranze erano  scafi di circa venti metri di lunghezza, larghi cinque metri o poco più.

Avevano un solo albero sulla mezzaria ed erano costruiti per resistere in mare anche quando infuriava la tempesta

I barchitti erano  scafi leggermente più piccoli, avevano due alberi e operarono a San Benedetto e Pescara.

I trabaccoli erano piccoli bastimenti mercantili da carico a due alberi verticali.

Le marotte  infine erano battellini completamente chiusi e muniti di piccole feritoie attraverso le quali passava l’acqua marina o del fiume e vi si conservavano i capitoni vivi per porli in vendita vari mesi più tardi e perlopiù nel periodo natalizio.

Le prime famiglie

Nonostante gli studi condotti, non si è riusciti a stabilire quale nucleo famigliare mettesse per primo il piede sulla sponda sinistra del fiume.

Forse si trattò degli Spina, forse dei La Galla.

Può anche darsi che essi vi giungessero in compagnia della famiglia degli Ammirati, soprannominati “Murate”  Sappiamo, comunque, che furono queste le prime famiglie ad abitare la zona di  Borgo Marina.

Molti marinai dei trabaccoli, residenti in Contrada Vallicella, trovarono in seguito imbarco sui barchitti, completando cosi gli equipaggi giunti da San Benedetto del  Tronto e, successivamente, da Silvi.

Essi furono sollecitati ad imbarcarsi, essendo pratici della zona, dei venti, delle correnti e dei temporali. Questo episodio stabilì, un precedente di tale importanza, che ancor oggi l'ingaggio dei pescatori avviene soltanto su “chiamata» dell'armatore.

Per tradizione,un pescatore non offre mai i propri servigi, anche a costo di soffrire la fame, perché offrendosi menomerebbe il suo prestigio.

Questi  marinai coraggiosi, giunti dai vari centri delle Marche e da Silvi, Giulianova e Tortoreto, trovarono qui una maggiore possibilità di vendere il prodotto della pesca ma soprattutto, un attracco che migliorava enormemente le condizioni del loro lavoro.

Infatti, nei paesi di origine, il lavoro dei pescatori si svolgeva in condizioni precarie a causa della mancanza di porti.  In sostanza, la fatica più penosa dei marinai aveva inizio proprio quando la giornata di pesca era finita e gli scafi tornavano a riva.

Allora, bisognava tirare le pesanti barche in secco. L'operazione veniva effettuata a mezzo di argani manovrati a mano.

Nei mesi invernali, l'operazione di approdo assumeva spesso aspetti drammatici, coi giovani che dovevano  gettarsi a nuoto per facilitare il passaggio dello scafo dal mare alla terraferma.

Naturalmente, la notte per riprendere il largo si doveva provvedere alla operazione inversa, e  cioè al  varo dei natanti, tra sforzi inauditi e memorabili inzuppate.

Al contrario, col trasferimento, delle barche sulla riva della Pescara, i pescatori ottennero  l’accesso  ad un approdo comodissimo, e le condizioni del loro lavoro ne risentì in maniera benefica.

Già nel 1875 la consistenza della flottiglia locale era di almeno cinque paia di barchitti, che appartenevano alle famiglie La Galla, Spina, Ammirati.

Montanaro e al dr. Spirilli, che aveva affidato il comando delle sue imbarcazioni a certo Mastrangelo detto anche  “Cazzotto» (è facile intuire il perché).

Queste notizie sono state fornite dalla  signora Liliana, moglie di Giovanni D’Antonio, detto “chiattone” e comandante del peschereccio Alba Costanza.

Dopo l’arrivo della famiglia Spina a  Borgo Marina, anche nella Marina Sud si armarono due barchitti   (o due paranze) da parte delle famiglie D’Antonio,  detti “li cucciune” e della famiglia Di Giovanni, loro cugini.

Dopo di loro sulla sponda sud del fiume arrivarono le paranze della famiglia Papponetti .

L'epopea marinara della nostra gente era cominciata..

Essi incontrarono sulla loro strada, indifferentemente la fortuna o la morte.

Giunsero a riva i primi carichi di “ pesce nostrano “ ma anche i primi lutti.

Nella pagina dedicata ai personaggi e alla storia di Pescara  continueremo la ricostruzione storiografica di uno dei più antichi quartieri della città: Borgo Marino.


Dopo aver trattato nella prima parte delle origini, delle prime famiglie marinare e delle imbarcazioni tipiche ci occuperemo  degli insediamenti  dalle baracche alle case in muratura, della  marineria in costante ascesa e della realizzazione del porto canale di fondamentale importanza sia per la sicurezza dell’approdo dei pescatori che per l’incremento dei traffici commerciali.

I primi insediamenti

Intorno agli anni ’80-90 si comincia a formare l’insediamento “marinaro” che ebbe carattere spontaneo senza un piano che lo collegasse ai progetti di urbanizzazione che i due comuni di Castellammare e Pescara andavano elaborando. Gli amministratori non si occupavano infatti delle  zone appartate della città ma soltanto delle aree centrali che erano  costituite da una parte, a Pescara, dalla nuova arteria: via Gabriele D’Annunzio,

dove sorgeva  buona parte degli stabilimenti industriali (legno, chimica farmaceutica, alimentare e dolciaria) e dove si teneva settimanalmente il mercato e dall’altra, a Castellammare, dalla fascia compresa tra l’attuale via Ravenna e viale Bovio: area commerciale e residenziale intorno alla stazione e sul mare.

Così le zone lungo il fiume furono abbandonate allo spontaneismo della marineria la quale obbedì esclusivamente alle regole di un mestiere “slegato” dalla terra ferma, che imponeva di vivere all’aperto sulla spiaggia, sulle sponde del fiume, sulle banchine in modo da non perdere d’occhio il mare, elemento essenziale per la sua esistenza.

La cura delle barche non permetteva di dare spazio alle spese per le abitazioni ridotte al minimo: vere e proprie baracche. La stesse donne, che si occupavano  delle cure domestiche  ma anche della vendita del pesce, non avevano pretese per le loro case vuote di uomini, tanto più che i figli, ancora bambini, se ne  allontanavano per diventare “murè”:  ragazzi addetti ai lavori più umili di bordo, tra cui quello di svegliare la ciurma, che venivano  trattati malissimo, perché così voleva la tradizionale dura legge del mare. Non era loro consentito di rispondere ai richiami dell’equipaggio e la loro età variava dagli otto ai dodici anni.

Tutto il quartiere di conseguenza assunse all’inizio una fisionomia povera.

Un documento molto significativo del borgo marinaro di Castellammare dell’epoca ce lo fornisce Amy Mac Donald una viaggiatrice  nel suo diario “Negli Abruzzi”.

La scrittrice non apprezzò nulla della giovane cittadina dell’epoca (1901) che definisce  un agglomerato di “baracche” povere costruzioni di centri di lavoro e una delle stazioni balneari più polverose e rumorose che avesse mai conosciuto”.

In cambio la Mac Donnell, come D’Annunzio ( “Rientran lente da le liete pésche sette vele latine, e portan seco delle ondate fresche di fragranze marine”: Primo Vere) rimase colpita dallo straordinario spettacolo che offriva la foce del fiume al rientro delle imbarcazioni  dalla pesca, immagini dal  fascino particolare sottolineato dal contrasto con le abitazioni.

“…. Dal mare, o da qualche parte tra cielo e terra, arrivano le barche simili a grandi uccelli dalle piume sgargianti di colore cremisi, rossastro, arancione .. giallo oppure multicolori con spruzzi d’indaco e pennellate di verde pallido… si avvicinano alla costa come se fossero attirate dagli sguardi delle donne che seggono sulla spiaggia accanto alla secca.

Allora quelle che in lontananza sembravano ali di uccelli si trasformano gonfiate dal vento in vele di imbarcazioni di legno che ondeggiano sul mare, altere come se trasportassero un imperatore col suo seguito…

Fanno il loro ingresso trionfale lungo il fiume disponendosi in ordine, come in una cerimonia: esse procedono a due a due ed ogni coppia di barche ha colori diversi e disegni simili sulle vele…”

La pesca costiera, che pure era in grado di assicurare un prodotto abbondante grazie alle medie temperature dell’Adriatico  centrale  e alla ricchezza di ossigeno garantita dalla modesta profondità, fu presto abbandonata  o almeno alternata dai pescatori abruzzesi con spedizioni di largo respiro sempre più frequenti  verso nuovi orizzonti .

Ancora una volta la testimonianza di D’Annunzio ne “La vergine Anna” ci soccorre  alludendo a viaggi verso la Grecia di ortonesi che riportavano carichi di fichi secchi e di uva di Corinto.

“Luca partiva per un porto della Grecia sul trabaccolo Trinità di Don Giovanni Camaccione.

Siccome egli aveva nell'animo un segreto pensiero, prima di navigare vendé le masserizie e pregò i parenti d'accogliere Anna nella casa fin che egli non tornasse.

Di là a qualche tempo il trabaccolo tornò carico di fichi secchi e d'uva di Corinto, dopo aver toccata la spiaggia di Roto.

Luca non era tra la ciurma; e si vociferò poi ch'egli fosse rimasto nel paese dei portogalli  con una femmina amorosa”

L’attrazione più pericolosa veniva dalle coste dalmate alte e frastagliate protette da cordoni di isole dietro cui si acquattavano ricche prede .

Di notte o durante le tempeste occorreva procedere a lume di naso correndo il rischio di tragici errori. Comunque l’inizio della pesca più rischiosa coincise con l’aumento della richiesta, dei guadagni e  conseguentemente con il popolamento crescente sulla costa che poteva compensare in parte i pericoli.

Con il mercato allargato il borgo marinaro si sviluppò pur rimanendo appartato rispetto al “cuore” dei due centri urbani.

Conservò una connotazione particolare per il suo ritmo di vita regolato sull’orologio delle partenze e dei ritorni diverso dagli orari cittadini: immerso nel silenzio durante il giorno diventava animatissimo al tramonto, quando dalle barche veniva scaricato il pesce che, non potendo essere conservato richiedeva la vendita immediata.

Allora una frenetica agitazione si impadroniva di tutti: uomini, donne e ragazzi che diventavano improvvisamente concorrenti nell’offerta del pesce e altrettanto rapidamente si riconciliavano per disporsi d’amore e d’accordo a sistemare la merce invenduta di porta in porta nelle case del quartiere.

Le abitazioni in muratura

Quando giunse l’agiatezza  furono costruite le prime abitazioni in muratura nei primi anni del 1900.

I marinai operarono da soli in ambedue le zone adeguandosi ai modelli architettonici che avevano a portata di mano.

Quella a nord assunse una forma più articolata e mossa, non per una maggiore agiatezza economica (i “boss” del commercio del pesce erano tutti a P.N).

Si formò così  un abitato di forma pressoché quadrilatera compresa tra le attuali strade parallele al lungomare Matteotti, via Puccini fronteggiata dalla proprietà De Riseis (oggi Parco), via Bologna e le due perpendicolari costituite dal lungo fiume Paolucci e via Manzoni che ne costituivano il confine.

Entro questa area attraversata da via Gobetti si disegnò un reticolo di viuzze tracciate senza ordine per rispondere solo ad esigenze pratiche di raggruppamenti familiari.

La tipologia degli edifici eretti lungo questi tracciati è segnata buona parte da un “modello”  povero costruito inizialmente con l’utilizzo di pietre poggiate l’una sull’altra legate da un impasto di sabbia e calce molto semplice, ripetuto più tardi anche quando si passò ai muri in mattone.

Esse si addossavano le une alle altre senza soluzione di continuità indistinguibili tra loro per il profilo estremamente nudo ed erano composte di due soli vani: la cucina su cui si apriva la porta d’ingresso e la stanza coniugale che accoglieva anche i figli man mano che venivano al mondo e finché si sposavano.

Un angolo di questa, separato da una semplice tenda, era riservato ai “rustici” servizi i cui liquami confluivano nei pozzi neri, sostituiti dalle fognature solo dopo il secondo dopoguerra.

Questo  “modello” rivela la condizione economica e sociale  del marinaio che non possedeva la barca e lavorava su quella altrui.

Ma non mancò il “modello” agiato ( riferibile al secondo momento della storia dei pescatori che coincide con l’inizio del ‘900) costituito dalle case degli armatori che invece si componevano di un piano terra destinato a cantina-ripostiglio e di un primo piano cui dava accesso una scala interna se davano sulla strada o una rampa esterna se davano sulle corti.

Esse presentano molto spesso interessanti esempi di architettura urbana che va dallo stile eclettico a cavallo del secolo a quello più ricercato riscontrabile in alcuni stabili di Castellammare risalenti ai primi 20-25 anni del ‘900.

Particolari apprezzabili compaiono nelle cornici di alcune finestre di via Galiani lato est con motivi di  stile floreale e conchiglie.

Il borgo non presenta tracce di edifici o locali destinati ad attività commerciali o artigianali salvo il forno col nome di “Vulcano” e una cantina oggi sostituita da un ristorante di pesce.

Ci si sarebbe aspettati di trovare magari i resti di un arsenale invece esisteva solo un piccolo impianto di alaggio per modeste riparazioni, tutte le barche venivano “armate” a San Benedetto o a Porto Civitanova.

Anche la tela per le vele proveniva dall’esterno, in genere da Silvi e alla confezione provvedevano i nostri pescatori che la tagliavano in lunghi triangoli su cui, dopo averli stesi sulla strada dipingevano i simboli secondo la capacità e l’estro, le reti provenivano invece da San Benedetto intrecciate con spago e canapa e perciò non facilmente riparabili .

Tuttavia sicuramente non tutto roseo doveva essere quel mondo per diversi motivi.

Uno di questi erano le inondazioni: una piaga il cui ricordo si tramandava di padre in figlio, da nonno a nipote ed entrava nelle pagine letterarie e nelle testimonianze storiche locali per i danni diretti che provocavano cui si aggiungevano quelli indiretti per la sospensione forzata di ogni attività, sicché i giorni di quei disastri tornano ancora nei racconti delle vicende collettive.

Le strade dei rioni erano ancora in terra battuta (furono asfaltate dopo il 1940) e soggette a diventare acquitrinose per la pioggia o ad essere sommerse dalle inondazioni del fiume che portavano l’acqua nelle case fino ad una quarantina di centimetri, senza che i cumuli di sacchetti pieni di sabbia eretti dagli stessi pescatori a difesa delle case potessero trattenerle.

Apparve allora ben chiara la necessità di provvedere alla difesa della foce non solo con opere di drenaggio ma con la creazione di strutture stabili a mare sulla foce stessa, scogliere o altri manufatti in grado di contrastare la spinta dei venti di nord-est che, rigettando indietro i detriti solidi raccolti dal fiume Pescara nel suo corso, contribuivano ad alzare il livello del fiume in epoca di piogge autunnali o di scioglimento delle nevi.

Il porto

Era l’idea del porto che cominciava ad affacciarsi all’orizzonte mentale dei pescatori i quali, tra l’altro, prima che fossero costruite le banchine erano costretti a farsi rudimentali ponteggi: due pali, una tavola e un intreccio di canne per fissarvi le barche.

Nei primi  anni del 1900 dall’Abruzzo partirono molte richieste al governo per  far decollare il porto canale anche perché a Pescara Portanuova andava affermandosi una borghesia molto attiva che, puntando sull’industria e sul commercio, tentava la scommessa della produzione propria da smerciare.

I più “illuminati” fautori del nuovo indirizzo economico furono i fratelli Bucco titolari di un’azienda chimico-farmaceutica e gli imprenditori tra cui Teofilo D’Annunzio, Mezzopreti, Muzii e de Riseis.

A dare una spinta all’operazione fu la politica giolittiana che sosteneva la media portualità.

Su pressione dell’on. Giuseppe De Riseis (e dei pescatori), sotto il Regno di V. Emanuele II,  il 14 luglio 1907  iniziarono  i primi lavori  per il nuovo porto-canale e per i due moli guardiani su palafitte su  progetto di fine '800 dell'ingegner Tommaso Mati, rivisto  successivamente dall'ing. Lo Gatto.

Il porto di Pescara fu concepito come scalo principalmente ad uso della numerosa flottiglia peschereccia, proveniente da S. Benedetto del Tronto e da Silvi,oltre che locale, che aveva posto le basi nel fiume nella seconda metà dell'800. Tale progetto era nato su richiesta della marineria per ovviare alla bassa profondità dei fondali alla foce del fiume e alla necessità di creare un ingresso in acque più profonde e quindi più sicuro. Nacque così il porto-canale, con due moli guardiani,di 500 metri verso nord-est, su palafitte.

Questo tipo di costruzione insieme ad altri  impianti portuali su bassi fondali sabbiosi, sarà poi ripreso dall’ing. Colombo nel suo “Manuale dell’ingegnere” del 1939, che è considerato tuttora come la Bibbia degli ingegneri.

Inizialmente lo scalo pescarese si attrezzò per accogliere navi di piccolo e medio tonnellaggio, oltre a fornire supporto alle attività di pesca che già erano attive nel centro adriatico. Il porto mostrò subito segnali di sviluppo dando inizio alla crescita economica della città.

Durante la Prima Guerra Mondiale lo scalo registrò una battuta d'arresto, dovuta alla pressoché totale mancanza di traffici commerciali causata dalla presenza in Adriatico della Marina Austriaca.

Nel periodo tra i due conflitti mondiali il porto di Pescara ottenne punte di elevato sviluppo, in linea con la fenomenale crescita della città, diventando il porto più trafficato tra Ancona e Bari, soprattutto grazie agli interventi decisivi di D’Annunzio e Acerbo, mossi l’uno da motivi affettivi e l’altro dall’interesse a far convergere nel porto i prodotti della ricca zona agricola di Loreto, di cui era originario, utilizzando la ferrovia Penne Pescara.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, nella primavera del 1944, il porto fu quasi completamente distrutto dai tedeschi, in ritirata dalla città.  Nel dopoguerra furono avanzati vari progetti di ricostruzione, le banchine vennero concepite per offrire un migliore approdo commerciale, e i fondali vennero dimensionati attorno ai 5 metri.

Quello che era un semplice approdo per le "paranze a vela" diventò pian piano un porto frequentato regolarmente da navi mercantili di piccolo e medio tonnellaggio, che ne fecero il porto più importante dell’Adriatico, fra Bari e Ancona.

Al semplice ma grande traffico peschereccio si aggiunse anche un piccolo traffico mercantile e soprattutto di derivati del petrolio.

Le paranze a vela pian piano vennero sostituite dai pescherecci a motore, il cui primo esemplare fu “l’Audace” della famiglia Spina, prima barca a motore del dopoguerra nel porto di Pescara. Contemporaneamente le altre paranze dismisero l’attrezzatura velica, mantenendo solo gli alberi di maestra o di trinchetto e montarono i motori dei carri armati degli alleati.

Queste barche venivano chiamate "babbozzi”.

Il porto di Pescara rimaneva tuttavia  sempre un piccolo porto se confrontato con la realtà italiana.

Negli anni ’60 si diede l’avvio all’operazione Tiziano: un traghetto passeggeri con chiglia bassa, costruito apposta per fare servizio nel porto di Pescara che effettuava regolare collegamento con la Iugoslavia tutto l’anno.

Nel frattempo (anni’90) le palafitte dei due moli guardiani, dopo un secolo di efficiente lavoro a protezione del porto e per impedire la risacca dentro lo stesso, avevano bisogno di manutenzione.

Si sarebbe dovuto intervenire sulle stesse lasciando intatta la progettazione  dei primi del secolo, che aveva protetto il porto e assicurata la navigazione per tutto questo tempo.

Sotto l’esigenza di aumentare anche il traffico merci, per permettere l’attracco a navi anche di grosso tonnellaggio, mercantili o passeggeri, e la spinta delle forze economiche e industriali locali, si cercò una soluzione per ingrandire le strutture portuali o comunque di migliorarle.

Le richieste delle forze economiche suddette sfociarono in un nuovo progetto.

Storie dentro

La terza e ultima parte della storia di uno dei più antichi quartieri della città: Borgo Marino è dedicata alle “storie di dentro” relative alla vita dei pescatori, alle fatiche, al tempo libero, alla vita di banchina e all’universo femminile estremamente rilevante per la molteplicità delle funzioni svolte dalle donne “marinare”.

Questa ricostruzione (grazie anche alla ricerca compiuta da Gorgoni, Spedicato e Campione)  riproduce le voci degli abitanti del rione attraverso una biografia di gruppo, un confronto di voci raccolte in colloqui o da documenti.

Le fonti sono quindi costituite da racconti e ricordi densi di parole, fatti gesti ed eventi reali e immaginari. Uno spazio parlante popolato di semplici esistenze: uomini costantemente lontani e donne stabili e presenti; un mondo fatto di partenze e ritorni, di “marinari” stretti nei loro rapporti caldi ma nello stesso tempo gelosi e competitivi e talvolta ostili nei riguardi delle altre marinerie.

Se ne evince un cosmo comunitario, un paesaggio geografico ed esistenziale scandito da un duro lavoro che è insieme rito di rinascita e esperienza di m

Memorie di fame e di fatiche

I ricordi più antichi descrivono un mondo ostile fitto di “catapecchie malsane”, assediato dalla miseria, denso di famiglie numerose e affamate.

E’ illuminante a questo proposito la testimonianza di Eva P.

“Eravamo i più bassi, per carità, … se il vento non tirava la barca non camminava … sennò non avevi da mangiare- io mi ricordo il padre mio andava dai motori più grandi andava a prendere i tozzi di pane e li riportava a noi,.. quando eravamo piccoli…”

Altre precisazioni vengono da Mario e Arturo R.  che caricano di emozionalità quel passato remoto.

Mario ricorda: “Allora si guadagnava un soldo, … purtroppo sacrifici dentro sacrifici a stento andai avanti avevo moglie e tre figli, non riuscivo neanche a darle la mesata per vivere per mantenere la barca”

Arturo conferma: “ Avevamo fame - io facevo il murè a dieci anni a casa non c’era niente, io abitavo alla Marina Sud, allora mia madre mi faceva un panino- prima che arrivavo a bordo a questa barchetta piccola questo panino me lo mangiavo io, me lo mangiavo subito per la grande fame del giorno avanti fino alla sera, quando mia madre faceva la spesa comprava qualcosa la chiudeva a chiave nella cassapanca perché io mio fratello e mia sorella eravamo tutti affamati, chi prima trovava la chiave se lo mangiava questo pezzo di pane una frutta allora ci prendevamo le botte. Invece ora per farli mangiare… vede com’è cambiato il mondo? Sottosopra al contrario…”

I tempi dell’infanzia e dell’adolescenza sono descritti quasi tutti uguali segnati da un precoce ingresso nell’età adulta e vengono raccontati come periodi scanditi da giornate dure che cominciano presto e finiscono tardi.

Domenico C. ricorda “ Ho iniziato a lavorare che avevo otto anni, il pomeriggio andavamo in mare si rientrava la mattina alle quattro e poi il giorno alle otto andavo a scuola; a quei tempi era così, .. a bordo si dormiva e non si dormiva e poi non c’erano le cuccette si dormiva sopra le tavole con un pezzo di tela per coprirsi..”

Nella descrizione della propria immagine al passato quasi tutti i testimoni sono concordi nell’identificare l’abbandono della scuola come una sorta di metaforico rito di iniziazione al lavoro, un’evitabile sequenza a cui nessuna famiglia poteva sottrarsi.

Imparare il mestiere significava seguire regole precise e adeguarsi ad un copione che non consentiva deroghe o interpretazioni personali. Molte testimonianze descrivono con dovizie di particolari la condizione del pescatore stretto fra sacrifici e disagi, solitudine e duri ritmi lavorativi.

Duilio C. ricorda “ Coi pescherecci era duro il lavoro, come era duro per i contadini a terra si lavorava tutto fisicamente… adesso sono tutti motorizzati”  Narciso C. “ Più che altro era che non ci sta libertà.. si è sempre condizionati, che se magari uno domani vuole andare in un posto,però siccome deve andare in mare non ci può andare… Non è come l’operaio che magari dice ci vediamo domenica o lunedì… noi non possiamo dirlo, se il tempo è cattivo ci vediamo, non si possono far programmi”

Ma a dispetto di queste dichiarazioni dei testimoni hanno anche aggiunto che al mare, a questo padre-padrone tanto esigente e tiranno quanto intrigante e affascinante, non avrebbero mai rinunciato, esattamente come non avrebbero mai rinunciato ad un lavoro modellato sullo schema di un viaggio, fatto di distacchi mai definitivi e di rientri sempre provvisori, di paura di morte e di speranza di vita.

Tommaso C. esprime bene questo grande amore per il proprio lavoro “ Io il pescatore lo amo, questo mi ha portato la strada- il pescatore per me è la prima categoria -per me personalmente- e io-pescatore- non rimpiango mai –papà pescatore- mio nonno pescatore- quello  altro nonno pescatore- mio fratello pescatore- l’altro fratello pescatore- la razza è tutta di pescatori..”

Nicola B. testimonia  “Se mi fermo muoio, campo un altro anno e non di più perché mi annoio”.

Uno solo è l’accadimento che può spezzare irrimediabilmente l’intimità con il mare: la malattia.

Allora ci si deve adattare e seguire la sorte.

La barca rappresenta  il mezzo che consente di sopravvivere che palesa il riscatto da una originaria condizione di bisogno che fa da sfondo ad uno stile di vita fatalistico fondato sulla fatica e la competizione. E’ la barca lo spazio nel quale si è incontrata e sfuggita la morte quella morte che  coglie a tradimento e si presenta in veste assurda di fronte a testimoni spesso impotenti.

Domenico C. ricorda quei momenti così: “…Era il mese di febbraio, avevo 23 anni a bordo della Siriana era forza 7-8  una tempesta e stavamo selezionando il pesce a bordo … a tre miglia dal porto di Pescara, un’ondata ha riempito lo scafo e mi si è portato in mare  e ho dovuto lottare un quarto d’ora ..mezz’ora con la morte ..i colpi di mare mi buttavano sotto … allora al posto di nuotare ho fatto il morto…”

E ancora Tommaso C. racconta: “ Io non ho avuto mai paura – le buferate sì, l’Orinoco la barca che avevamo non era idonea per la navigazione, appena varata andiamo in mare col tempo cattivo, a quaranta miglia da Pescara –una colonna di mare mi ha fatto uscire dalla cuccetta come una cannonata – ci eravamo rovesciati quasi – siamo tornati a terra”.

Le imbarcazioni fino al secondo dopoguerra erano a vela e richiedevano abilità, ed esperienza personale per essere governate a dovere.

Le condizioni di lavoro dei pescatori allora erano molto dure: erano assoggettati alle intemperie metereologiche e sprovvisti di mezzi tecnici che  agevolassero i loro gesti  “allora dovevi fare tutto a mano” dice GinoC.”

Man mano che le barche si trasformano  si assiste a un ineluttabile progresso  “A bordo – sulla barca mia- ho un bottone- lo premo e la barca va diritta da sola-invece prima c’era la ruota del timone.

Dopo è arrivata la cabina e le catene- dopo il timone idraulico e poi la radio trasmittente addirittura” racconta Arturo R.

Il miglioramento dagli anni ’50 in poi per questa attività è stato sempre crescente con un avanzamento sia dal punto di vista retributivo sia nelle modalità  di espletamento del lavoro che diventa sempre più confortevole. L’ acquisizione al diritto al riposo settimanale ha avuto un andamento graduale: prima arrivano le licenze, poi segue l’interruzione solo per il sabato e la domenica, attualmente nella categoria il riposo comincia dal giovedì sera fino alla domenica sera.

Il tempo libero e la vita di banchina

La rilevanza che la vita di banchina occupa  e occupava nel  quotidiano dei pescatori salta subito agli occhi.

L’attrazione esercitata dalla banchina in maniera particolare dai vecchi è irresistibile, l’attaccamento a quel tratto di porto destinato all’attracco delle imbarcazioni nel tempo libero è per loro vitale; esigenze lavorative e motivazioni direttamente legate al bisogno di socializzazione si confondono.

Non c’è una netta divisione fra tempo di lavoro e tempo libero.

E’ un luogo che soddisfa il bisogno di integrazione, di appartenenza e di sicurezza, uno spazio territoriale in cui il passato, il presente e la propria esperienza personale si integrano.

Racchiude in sé dunque una coscienza collettiva formatasi nella frequentazione di un medesimo spazio e soddisfa il bisogno di appartenenza, identificazione e riconoscimento di un proprio status sociale.

Diverse e significative sono le testimonianze sull’importanza vitale della vita di banchina.

Mario D. afferma  “Per me personalmente la banchina è la casa -è il mio mondo la banchina- io faccio casa e banchina –non vedo altro all’infuori della banchina- se devo andare fuori ci vado sì ma sempre col pensiero di ritornare subito in banchina”.

Carmine D. e Romeo D. pongono l’accento su una certa chiusura nella propria comunità ed esprimono il bisogno di autoprotezione riconfermato da molti.

“Sì -c’è l’amicizia con la gente di terra ma mi trovo meglio con l’ambiente dei pescatori-  I pescatori non si sanno staccare dal porto – anche per chiacchierare- anche per passare il tempo. Il mare non si lascia mai- e dove vai? Dove non conosci nessuno?”.

Per Narciso C. la vita di banchina è anche l’occasione e la possibilità di tenere viva la memoria collettiva della comunità di appartenenza.

“Si ricordano le cose del passato- Sono cresciuto là - ci conosciamo tutti – vado là appunto per spassarmi un po’ con gli amici- per ricordare i tempi passati -i tempi duri- che ce ne sono molti che non si ricordano.

Ma in banchina si va anche per esercitare la competitività del mestiere spesso anche esasperata.

Ercole C. descrive in modo esplicito i meccanismi concorrenziali che scattano sulla banchina: “In banchina ci si va per sapere dell’avversario- a parte che si deve riordinare la barca per andare in mare- se ci vai di sabato – ci vai per un altro motivo- si va per sapere dell’avversario- per esempio: Ercolino ha pescato al banco- ha fatto bei soldi”- Allora uno si va ad assicurare se questo Ercolino ha pescato in quella zona e ha preso quel pesce- si va a ragionare – si va a esplorare..”

La famiglia  e  l’universo femminile

La famiglia nella comunità  dei pescatori viene considerata continua a rappresentare un caposaldo nell’esistenza, un rifugio, un luogo di intimità e affettività, un universo fondato sulla spontaneità e sulla naturalezza. Nella famiglia si strutturano rapporti parentali, si allevano figli ma questa è anche fonte di lavoro e di accumulo economico.

Essa svolge un ruolo molto importante di conforto morale nell’espletamento delle attività marinare che molto spesso è disagevole .

“Se non ci fosse la mia famiglia- non starei qui a lavorare- non avrei fatto quella vita” (Narciso C.).

La famiglia, dunque, che emerge dalle testimonianze appare come un luogo privilegiato: parte dai rapporti più naturali e con le sue vicende tocca dimensioni profonde.

Probabilmente i figli dei pescatori sono i primi a non raccogliere l’eredità paterna.

Se fino a venti anni fa questo mestiere è stato tramandato di generazione in generazione, oggi, nelle famiglie di Borgo Marino,  solo circa la metà dei figli dei testimoni intervistati ha seguito l’attività paterna, il resto lavora in altri settori e quelli che hanno scelto di continuare il loro  lavoro sono stati orientati in scuole specializzate.

Si rileva la scelta precisa di far avere ai figli un livello di istruzione  migliore e che  scelgano strade lavorative differenti

Il ruolo spettante alla donna nella famiglia è tradizionale con tutte le connotazioni di femminilità e di dipendenza economica.

La divisione gerarchica del lavoro nell’ambito familiare assegna al marito il compito del sostegno economico e alla moglie l’amministrazion domestica.

Ma col tempo, come in altri ambiti, anche nella comunità marinara l’attività svolta dalle donne diviene solo un’estensione del lavoro già svolto in famiglia; esse partecipano allo sforzo comune occupandosi molto spesso anche della vendita del pesce che prima avveniva sulla spiaggia con i panari e successivamente in banchina quotidianamente.

Poi con l’andare degli anni e l’avvento delle barche di maggiori dimensioni è divenuto sempre meno necessario che le donne gestissero la vendita del pesce.

Quello dei pescatori è un mestiere strutturato in maniera tale da lasciare poco spazio al tempo libero che non consente grandi fughe al di fuori del proprio habitat.

Il tempo quotidiano  viene per lo più speso all’interno del borgo è giocoforza che la conoscenza amorosa finisca con lo svilupparsi nell’ambito del proprio quartiere.

Le mogli dei pescatori molto spesso ma non necessariamente sono dello stesso ambiente di provenienza e hanno stretti legami di parentela con altri pescatori.

Più della metà dei soggetti intervistati ha sposato una donna conosciuta fin dall’infanzia, cresciuta con lui vicina di casa  “Siamo cresciuti insieme fin da ragazzi” racconta Duilio C. Narciso C. conferma   “Abitavamo là alle case dei pescatori -quelle di Mussolini-

Abitavamo là eravamo tutti conosciuti -tutti amici- e sai da cosa nasce cosa”.

Tuttavia la scelta della moglie non risulta legata ad obblighi particolari né sottoposta  vincoli correlati alla propria comunità di appartenenza come avveniva in passato in altri ambienti  sociali.

Avveniva anche lasciando spazio ad aspirazioni affettive ed emotive come testimonia Gino P. “Un giorno andavo a prendere acqua alla fontana- là mi sono innamorato - Andavo a prendere l’acqua con la conca di rame e lei l’andava a prendere….

Dopo parecchi mesi che si facevano questi incontri…ci incontravamo appositamente per rivedere lo sguardo dell’uno e lo sguardo dell’altro….”

Anche Olga D. racconta: “Una sera andavo allo spaccio a prendere le sigarette a mio padre -lui stava davanti alla cantina a chiacchierare con gli amici- Mi ha visto – e ha chiesto informazioni su di me. Mi mandava i bigliettini …. Lasciava i bigliettini e fuggiva con paura che io non li accettassi - poi quando l’ho visto – mio marito- mi è subito rimasto simpatico- era proprio il tipico pescatore.

Le mogli dei pescatori sono state conosciute casualmente al ballo, tramite amici o parenti; sembra che la centralità dell’amore come fondante del matrimonio si riconfermi anche nell’ambito di questa comunità.   A differenza di altri contesti, il momento del matrimonio, pur costituendo un nodo fondamentale nella vita,  non è minimamente sottoposto all’autorità dei familiari più anziani e a specifici calcoli economici.

L’assenza quasi totale del marito nella gestione domestica ha da sempre contraddistinto  questa comunità ma è stata accettata dalle donne con rassegnazione   in modo energico.

Naturalmente  dovevano  affrontare da sole momenti delicati quali il parto che spesso era gestito tra donne e non di rado i bambini conoscevano il padre, se era in navigazione su barche mercantili, solo mesi dopo.  Antonietta M. racconta a questo proposito: “Quando ho avuto le figlie mio marito non c’è mai stato- era sempre in mare. Quando rientrava erano già nate- già tutto fatto.

Non era necessaria la presenza del marito quando le mogli partorivano- era un caso se ci si trovavano. ..

Anche perché in molte famiglie se ne facevano tanti”.

Anche la cura e l’educazione dei figli e la gestione del tempo libero era di conseguenza compito loro ; raramente il padre è il genitore primario.

Significative sono le testimonianze di donne che raccontano di aver fatto di tutto:  “da infermiere, da sarta, da barbiere “( Olga D.)

Le donne finiscono quindi con lo spendersi totalmente nella cura familiare senza un margine di tempo per i propri bisogni personali. Da sottolineare infine la  continua tensione, soprattutto  quando le condizioni del mare si facevano minacciose, e si spingevano  sulla spiaggia sperando che il mare, che determinava sempre nel bene e nel male la loro esistenza, riportasse sani e salvi i loro cari.

Due figure tipiche di donne “marinare”: La Garibalda e Grazia la Marinara.

Nell’ambito di una comunità può accadere che emergano personaggi particolari che vengono conosciuti e ricordati da tutti.

Anche Borgo Marino ha due figure che ci portano a fermare l’attenzione.

La prima: La Garibalda era una donna dal carattere battagliero che ha imposto la sua personalità fino a contrassegnare un determinato aspetto caratteriale  (“Mi sembri una Garibalda !” sta ad indicare un modo di essere e di fare vivace e battagliero).

Questa donna ha preso parte alla vita del Borgo e tutti ne conservano la memoria vendeva il pesce era  ‘Presidente’  del Pescara  calcio, andava  allo stadio faceva il tifo e ha vissuto fino a tarda età.

La seconda: Grazia la Marinara era mezzo uomo mezza femmina, aveva il ristorante Centrale  portava “il tuppo” un paio di scarpe grandi, dava l’immagine di una donna energica e dinamica, in modo estremamente autonomo si è imposta nella marineria pescarese.

Angelo B. così la ricorda “ Mi ricordo che quando passavi la vedevi- era grossa- un bestione- alta- la voce mascolina…tirava le reti- prendeva il pesce- aveva la barba e il petto- Quando è esistita Grazia  era  un’istituzione per Pescara come rispetto e come figura”.

Così viene ricordata questa donna a Borgo Marino e ci fa riflettere l’accettazione totale da parte di una comunità di una figura inusuale, con una forma di devianza, mentre spesso assistiamo a forme di esclusione che precludono a normali rapporti sociali.

I documenti  sono tratti da “Storia e storie di mare” di Lanzetta, Spedicato e Campione, dall’Archivio di stato, dall’ Associazione “Borgo Marino” e da “Pescara le immagini e la storia” di Pasquale De Antonis e Renato Minore .

Le immagini sono tratte dal patrimonio fotografico di G.Marchesani che ne autorizza la pubblicazione.

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