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Tito BoeriIl numero uno dell'Inps tra i papabili per un esecutivo tecnico

di Gian Maria De Francesco*

E Padoan va all'attacco

L'intervista «politica» del ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, concessa ieri a Repubblica, si è contraddistinta anche per un attacco abbastanza violento al presidente dell'Inps, Tito Boeri.

Un comportamento non certo nelle corde del pacioso titolare del Tesoro. Le «proposte di riforma della previdenza che proprio lui ha presentato nei mesi scorsi avrebbero creato dei problemi importanti di appesantimento della spesa e messo a rischio i conti pubblici», ha dichiarato Padoan.

Si tratta di un'affermazione non del tutto veritiera: la proposta Boeri di flessibilizzazione dell'età pensionabile e di assegnazione di un reddito di sussistenza agli esodati è sì costosa, ma presupponeva un ricalcolo su base contributiva di molti trattamenti in essere, un procedimento che avrebbe garantito fino a 100 miliardi di risparmi se applicato estensivamente.

Perché allora tanto accanimento. Perché al convegno dei Giovani imprenditori di Confindustria Capri venerdì scorso, Boeri ha criticato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti e, per interposta persona, il premier Matteo Renzi.

«Un Paese che smette di investire sui giovani è un Paese che non ha grandi prospettive di crescita e in tale direzione questa legge di Bilancio fa poco», ha detto il numero uno dell'Inps parlando, tra l'altro, nel luogo più renziano che oggi ci sia come un'assise confindustriale dell'era Boccia.

Non sfugge, pertanto, che tale smarcamento - per un battitore libero come Boeri - possa risuonare in ambienti romani come un'autocandidatura per il post-Renzi.

Il professore bocconiano, in fondo, ha tutte le carte in regola per guidare un esecutivo tecnico: è liberal, è un economista europeista, piace all'establishment (in primis all'ingegner Carlo De Benedetti) e non è direttamente coinvolto politicamente.

Cosa che non si può dire degli altri aspiranti al soglio di Palazzo Chigi: il «defenestrato» Enrico Letta (desideroso di sottoporre Matteo al più crudele dei contrappassi) e il rampante Carlo Calenda sono entrambi del Pd.

Il primo si è formato alla scuola di Beniamino Andreatta, mentre il secondo lo si potrebbe definire di «rito montezemoliano».

Boeri, inoltre, ha il vantaggio di non essere stato direttamente coinvolto. È a capo dell'istituto previdenziale pubblico e la sua nomina è governativa, ma con il governo è ormai da un anno che non c'è più feeling.

La riapertura alla concertazione con il sindacato decisa da Renzi è la negazione delle teorie più decisioniste di Boeri.

Inoltre il numero uno dell'Inps non ha precedenti esperienze come Mario Monti, anch'egli desideroso di rientrare in gioco (al servizio non troppo segreto di Frau Angela), e come lo stesso Pier Carlo Padoan.

Che se non dovesse rientrare all'Ocse potrebbe riproporsi come driver di un esecutivo tecnico.

Quell'attacco a mezzo Repubblica può, in fondo, interpretarsi anche così. Il 4 dicembre non è ancora arrivato, ma la lista di riservisti già si allunga.

*www.ilgiornale.it

tuti pazzi per la Civita

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