Stampa
Visite: 1177
 

Italia chiama USA

 

Scienziati “Insieme per la ricerca”

Scienziati che parlano alla società

Con due importanti iniziative in programma nei prossimi giorni, una rivolta – per così dire – verso l’alto, l’altra verso il basso. 



Nella prima, a Milano, all’Università Bocconi, il 21 settembre, gli scienziati guarderanno al potere politico.

Nella seconda, a Torino, quattro giorni dopo, guarderanno al grande pubblico, ai cittadini.

In entrambi i casi c’è una distanza da colmare.

Il potere politico in Italia, oggi più che mai, poco sa di scienza, trascura la ricerca ed emargina chi la fa.

Sull’altro versante, cittadini assillati da problemi di sopravvivenza o distratti dal rumore di fondo di televisioni e altri “circenses”, e in ogni caso poco preparati dalla scuola e spesso mal informati dai media, fanno i conti con una ignoranza scientifica molto comoda per la classe politica, che così sa di non dover rendere conto agli elettori del poco che fa per sostenere i ricercatori.

All’Università Bocconi il 21 settembre al convegno
“Insieme per la ricerca” scienziati italiani che lavorano negli Stati Uniti si incontreranno con i colleghi che lavorano nel nostro paese per mettere nero su bianco una proposta operativa al Paese.

A organizzare il convegno sono due giovani associazioni: “Gruppo 2003”, presieduta da Tommaso Maccacaro (che è anche presidente dell’INAF, l’Istituto nazionale di astrofisica) e l’ISSNAF, associazione presieduta da Vito Campese costituita nel 2007 per raccogliere gli sforzi e i suggerimenti di chi dagli Stati Uniti desidera mettere a disposizione del proprio paese di origine l’esperienza fatta al di là dell’Atlantico, in una migrazione culturale spesso non scelta liberamente ma subita a causa della situazione in cui versa la ricerca in Italia.

Punto di partenza sarà il ruolo che la scienza può svolgere nell’uscita dalla crisi finanziaria e industriale mondiale.

In questa direzione, negli Stati Uniti il presidente Barak Obama ha già dato segnali forti, primo fra tutti la concessione di finanziamenti pubblici anche alla ricerca sulle cellule staminali di origine embrionale, settore molto promettente che in Italia non solo è escluso dai finanziamenti ma in pratica “proibito” (a parte i limitati casi in cui i ricercatori operano su linee di cellule acquistate all’estero: tipico esempio di “scappatoia” all’italiana). Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania, Svezia e Danimarca a loro volta hanno dimostrato di puntare sulla ricerca non solo per uscire dalla crisi ma anche per mettere la propria industria in grado di competere efficacemente con paesi come Cina e India che possono giocare la carta di una manodopera a basso costo.

Di fronte a tutto ciò, l’Italia rimane ferma, anzi, taglia ulteriormente i fondi all’Università.

“Gruppo 2003” e Issnaf nella giornata di discussione alla Bocconi indicheranno al potere politico una via d’uscita mettendo al servizio delle istituzioni e in particolare al ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, la propria disponibilità e progettualità, con l’obiettivo di arrivare a una nuovo stile di governo in questo settore così cruciale per il futuro del nostro Paese.

Non si tratta di piangere sui “cervelli in fuga”.

Il problema non è che un certo numero di italiani vada a lavorare all’estero (la scienza per definizione non conosce confini nazionali) ma piuttosto il fatto che i nostri laboratori non sono altrettanto attrattivi per i ricercatori stranieri, sicché il saldo importazione/esportazione è fortemente passivo.

Formare un dottore di ricerca costa complessivamente 500 mila euro, e questa è la perdita economica secca, oltre alla mancata produzione scientifica, se poi si trasferisce all’estero.

Perché questo succeda è presto spiegato dai numeri.

Mentre l’Italia investe in ricerca circa l’uno per cento del prodotto interno lordo, la Svezia è al 3,7, gli Usa al 2,8, Germania e Francia al 2,2.

Così la Finlandia ha quasi 14 ricercatori ogni mille lavoratori, 10 la Svezia, 9 il Giappone, 8 Norvegia e Stati Uniti, quasi 7 Germania e Francia. L’Italia è in coda, con 2,8 ricercatori su mille lavoratori.

Passando al versante dei cittadini, la manifestazione di Torino rivolta al grande pubblico è
“La notte del ricercatore”, giunta alla quarta edizione: ed è la quarta volta che questa città riesce con il proprio progetto a ottenere un finanziamento europeo, collocandosi al terzo posto nell’Unione tra le città più sensibili al tema della scienza.

In decine di stand che occuperanno piazza Vittorio (la più grande d’Europa), ricercatori e divulgatori offriranno ai cittadini la possibilità di compiere in prima persona più di cento esperimenti di fisica, chimica, astronomia, biologia.

Un modo di fare scienza “giocando” che non deve stupire: perché lo scienziato vero è mosso proprio da una curiosità giocosa che lo spinge a interrogare la natura con le sue ipotesi e gli esperimenti che le mettono alla prova.

Punto di forza è stata la capacità di fare sistema. Alla “Notte del ricercatore” partecipano tutti i quattro atenei piemontesi, ci sono iniziative anche ad Alessandria, Biella Cuneo, Novara, Vercelli e Aosta, sono presenti quasi tutte le istituzioni scientifiche del territorio e iniziative divulgative come quelle di CentroScienza, Experimenta e del Planetario di Torino Infini.To.

PIERO BIANUCCI – La Stampa