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L'allarme del professor Angelo Raffaele Meo

di Federico Guerrini*

“Chi segue l'ambito della ricerca e dei progetti industriali, come faccio io da anni, si rende conto che ci stiamo afflosciando”.

 

È un grido di allarme, quello del professor Angelo Raffaele Meo, pioniere dell'informatica e decano della ricerca scientifica in Italia.

 

Un monito che prende le mosse da alcuni dati presenti, ad esempio, nell'Annuario Scienza e Società 2012 della società Observa, di recente pubblicato da Il Mulino.

 

Da esso si evince, fra l'altro che, nella speciale classifica del numero dei ricercatori su 1000 occupati, l'Italia occupa la trentaquattresima posizione su trentacinque paesi – giusto davanti all'Argentina - con la metà dei ricercatori di paesi come la Corea, la Slovenia, l'Estonia, per non parlare dei paesi del Nord Europa.

 

 “Tanto per fare qualche esempio – prosegue Meo – la Nuova Zelanda ha 10,8 ricercatori per migliaio di occupati, l'Islanda 18 e noi soltanto otto. Siamo indietro non solo rispetto a paesi come quelli del Nord Europa, tradizionalmente molto attenti a investire in questi ambiti, ma anche a nazioni cosiddette “minori” come la Slovenia”.


 Prosegue quindi la tendenza evidenziata anche da studi precedenti, come l'Innovation Union Competiveness Report del 2011 dell'Unione Europea, che, prendendo in esame il periodo 2000 – 2009 evidenziava un modesto incremento nella percentuale di investimenti in innovazione del Bel Paese, dal 1,05 % del prodotto interno lordo di inizio millennio all'1,27 % del 2009.

Nello stesso periodo, la media europea di crescita nel settore era dell'1,9 %. “Gli ultimi due anni hanno visto acuirsi ancor di più la forbice – spiega Meo – la ricerca da noi oggi rappresenta solo l'1.1% del Pil contro il 2.2% degli altri”.

Se si allarga lo scenario al contesto extraeuropeo, il quadro si fa ancora più fosco, anche per via delle leggi particolarmente stringenti adottate dall'Ue; a differenza di quanto accada in altri paesi, tipicamente i paesi dell'Est, dove viene finanziata non solo la parte “teorica” di ricerca e sviluppo, ma anche la realizzazione del prodotto vero e proprio, in Europa la ricerca è considerata soltanto quella volta all'acquisizione di nuove conoscenze.

“Viene spesata anche la costruzione dei prototipi – racconta il professore – ma soltanto se ci si ferma a quello a quelli pre-competitivi, senza arrivare al manufatto industriale”.

Altro indicatore interessante: l'indice di innovativà, un parametro proposto da studiosi come Giovanni Zanetti dell'Università di Torino, pari al rapporto del contributo percentuale alle esportazioni dei prodotti "science based" diviso l'analogo contributo dei prodotti maturi.

Il nostro indice è pari alla metà di quello spagnolo, un quarto di Francia e Germania, un quinto del Regno Unito, per non parlare, come al solito, dei paesi del Nord. Secondo Meo, “quei dati sono strettamente correlati con gli indici dello sviluppo economico e con i valori degli investimenti in ricerca e sviluppo.

Ad esempio, nell'ultimo decennio il prodotto interno lordo del nostro Paese è cresciuto poco meno della metà della media europea, e così pure gli investimenti in ricerca e sviluppo sono stati meno della metà della media europea. Stupisce perciò che, nel dibattito delle ultime settimane sugli interventi per la crescita economica, il Presidente del Consiglio, membri del Governo ed autorevoli economisti hanno parlato prevalentemente di liberalizzazioni e quasi mai di ricerca. Mi domando perchè. In passato, si teorizzava che dalla crisi economica si esce con investimenti in ricerca e sviluppo. Perché oggi non se ne parla più?”.

Non è solo il mondo accademico ad avere l'acqua alla gola: uno degli aspetti più gravi della situazione della situazione italiana è rappresentato dal fatto che la spesa in ricerca e sviluppo del settore privato è bassissima (0.7% del PIL, contro una media Ocse pari a 1.6%).

“È un dato facilmente rilevabile – commenta il professore - anche senza bisogno di consultare le statistiche: basta guardarsi intorno e adoperare un po' di senso comune per constatare come quasi tutti gli elettrodomestici della mia casa, e delle case degli italiani, vent'anni fa erano di produzione nazionale e oggi sono tutti fatti all'estero”.

Che fare, dunque? Una soluzione potrebbe essere quella di incentivare l'innovazione aumentando le disponibilità degli strumenti di finanziamento della ricerca industriale come il Fondo per le Agevolazioni della Ricerca e il Fondo per l'Innovazione Tecnologica.

“Certamente, si tratta di aiuti di stato – chiosa Meo - ma, per la conoscenza acquisita sul campo, sono certo che gli aiuti di stato messi in campo dagli altri paesi europei sono ricchissimi, mentre nei paesi dell'Est non soltanto la ricerca ma anche lo sviluppo sono finanziati dai governi nella quasi totalità delle spese.

Incidentalmente, le spese in ricerca e sviluppo, se correttamente disciplinate, sono costituite prevalentemente da spese di personale, che diventeranno fattori di sviluppo economico ancora prima di divenire innovazioni di prodotto e processo”.

*www.lastampa.it

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