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E’ in gioco la libertà

di Giuseppe Basini*

Bisogna fare attenzione alle analogie formali perché, al di là delle differenze anche grandi di contesto, significano sempre qualche cosa, quando le si interpretino correttamente.

E qui mi riferisco al nostro Secondo dopoguerra e alla situazione politica attuale.

Tenendo conto della pur enorme differenza di una disastrosa guerra appena perduta (allora volevamo ripartire, oggi siamo preoccupati dal futuro), vi è però un punto in comune oggi con il Dopoguerra.

E cioè l’esistenza di due schieramenti che, dopo una forzata coabitazione, si affrontano presentando una realmente diversa concezione del Mondo in una campagna elettorale per molti versi drammatica.

Lo scontro tra liberal-democratici e social-comunisti che ebbe allora per protagonisti principali la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista italiano, si ripropone adesso con altre forze, ma con lo stesso schema: da una parte chi vede una Società aperta di cittadini in grado di autodeterminarsi, liberi nei comportamenti, nel diritto alle garanzie costituzionali e alla proprietà privata e dall’altra chi crede ancora nello Stato-padrone, negli schemi collettivistici, nella necessità di guidare con autoritarismo le persone.

Lo si è visto appena ieri con la pandemia quando, con il Governo tutto a sinistra del Conte II, una malattia è stata trattata con provvedimenti di polizia ben prima che medici, fino alla mostruosità giuridica di sospendere i diritti costituzionali con semplici provvedimenti amministrativi.

Lo si vede ora con la richiesta – delle stesse forze – di patrimoniali, leggi che codifichino reati di opinione e tentativi di criminalizzare chiunque si opponga.

La sinistra attuale, inoltre, paga poi in più un altro scotto antico, quello della reazione viscerale dei massimalisti contro i riformisti, che ieri attaccava Filippo Turati, Giuseppe Saragat, Bettino Craxi e oggi Matteo Renzi, sì da rendere vecchia la linea del Partito Democratico, divisa tra la soporifera immagine di Enrico Letta e gli archeologici allarmi antifascisti degli Emanuele Fiano.

Letta tra l’altro, per lo zelo che mostra nel fare proprie quasi tutte le tradizionali stimmate del Pci-Partito Democratico della Sinistra, sembra più un ostaggio che un vero leader.

Ricorda un po’ la storiella del tenente che chiama il suo capitano: ho fatto prigionieri dieci nemici, bene portali qua risponde il superiore, non posso non mi lasciano andare.

Sembra prigioniero Enrico Letta.

O forse semplicemente è entrato talmente nella parte da essere indistinguibile dai compagni più antichi. Sorte che speriamo risparmi gli ultimi transfughi di Forza Italia, che sono finiti con Carlo Calenda il quale, da ex dirigente del Pd (come Renzi, peraltro), si è inventato un partito che, nel nome e nello spazio politico, sembra voler ricordare il defunto Partito d’Azione e si trova di fronte lo stesso dilemma: essere reggicoda del Pd o rischiare l’irrilevanza?

A noi del centrodestra, che europeisti e atlantisti lo siamo da sempre, risultano poi curiose le loro ultime posizioni in politica estera che, dopo decenni spesi contro la Nato e l’Unione europea, li hanno resi molto più antirussi con Vladimir Putin di quanto non fossero con i “compagni” Stalin e Leonid Breznev, così da far sospettare che siano oggi disposti a dire sempre e comunque sì alle potenze alleate (dalle sanzioni auto-punitive al patto di stabilità, dal costoso gas liquefatto alle migrazioni illegali) pur di far dimenticare il loro recente passato.

Comunque sia, l’Italia ha un bisogno drammatico di riprendere le condizioni di sviluppo che solo un’economia libera può assicurare, di rendere certi i suoi cittadini di essere davvero tali nei loro diritti, di diminuire una tassazione insostenibile, di riprendere il suo posto a testa alta nei consessi internazionali, di difendere i suoi confini, di essere governata secondo gli schemi dell’economia di mercato e non di una distopia verde antiscientifica e oscurantista.

La mia convinta adesione al centrodestra e al suo elemento di coesione centrale – la Lega – è dovuta al fatto che, in presenza della sinistra più illiberale di tutto l’Occidente (che nelle sue radici non ha una Bad Godesberg, ma il Partito Comunista), solo il centrodestra mostra le caratteristiche per garantire una società liberale, secondo la grande tradizione del liberalismo italiano che è sempre stato avversario del dirigismo e dello statalismo delle sinistre.

Oggi non è davvero più tempo di dubbi o esitazioni.

Si tratta di difendere la casa comune, di assicurare uno sviluppo per le future generazioni e di assicurarlo nella libertà.

Anche se apparentemente con il sigillo del nuovo, la divisione politica è in realtà classica e articolata come sempre, tra destra e sinistra, tra libertà ed egualitarismo, tra iniziativa privata e statalismo, tra Stato di diritto e giustizialismo.

A sinistra, accanto alle ricorrenti pulsioni antidemocratiche proprie della loro tradizione, sempre pronta a chiedere divieti, scioglimenti di partiti, limitazioni allo Stato di diritto, vi è però una nuova minaccia che affida a un “grande fratello elettronico” (politicamente orientato) la regolamentazione occhiuta e incontrollabile di tutti noi.

Un grande fratello che è capitalistico, ma non liberale (e l’esempio più estremo è la Cina) e che ha la massificazione come strumento di dominio.

La speranza della vittoria finale della libertà, che grandi leadership come quelle di Ronald Reagan e Margaret Thatcher avevano fatto balenare per un attimo, era purtroppo solo tale.

L’eterna partita tra Sparta e Atene continua.

La libertà e la democrazia vanno come sempre difese e riconquistate da ogni generazione.

Il nostro compito è difenderle oggi, per noi e i nostri figli.

Al di là di ogni divisione, punto di vista o interesse personale, tutti al voto il 25 settembre.

Per la Lega, il centrodestra e, soprattutto, la Libertà.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita