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Antonio CanovaL'opera d'arte in frantumi per un capriccio della politica.

di Fabrizio Arnhold*

Un’opera d’arte distrutta in onore di una mostra più politica che culturale.

L’Uccisione di Priamo, bassorilievo in gesso di Antonio Canova, è andato in frantumi mentre gli addetti al trasporto lo staccavano dal muro dell’Accademia d’Arte di Perugia per spedirlo ad Assisi, alla mostra “Canova”.

Dopo due mesi, ancora, rimane da chiarire se saranno possibili eventuali interventi di recupero.

Di certo, invece, c’è la perdita definitiva di uno dei pochi esemplari noti dell’episodio omerico che insieme ad altre vicende dalla letteratura classica ispirarono una serie di bassorilievi firmati dal Canova.

Poco importa che l’opera d’arte fosse assicurata per 700mila euro.

I soldi, in questi casi, perdono di valore d’innanzi allo splendore distrutto.

Ogni tentativo di restauro non riconsegnerà mai il bassorilievo nella sua pienezza originale.

Si è trattato di un incidente, certo, ma era davvero necessario staccare il gesso del muro dell’Accademia di Perugia? L’opera era diretta ad Assisi, a poco più di venti chilometri di distanza.

Spostarla dalla sua sede per portarsela ad un tiro di schioppo.

A meno che la destinazione finale, la mostra organizzata ad Assisi con la collaborazione della gipsoteca Canoviana di Possagno, non abbia un retrogusto politico.

Il presidente della fondazione Canova Onlus è Giancarlo Galan, ex ministro dei Beni culturali e presidente della commissione Cultura della Camera.

Tutto ruota attorno alla politica, figuriamoci l’arte. “La mostra di Assisi non ha un progetto scientifico, non ha una linea culturale”, ha spiegato il critico d’arte Tomaso Montanari dalle colonne de Il Fatto Quotidiano.

“E’ un’antologica da cassetta che sarebbe giustificata dal fatto che il fratello di Canova aveva possedimenti in Umbria”. Sullo sfondo c’è la candidatura di Perugia-Assisi 2019 a capitale della cultura europea.

In realtà ci sarà stato sicuramente più di un motivo, anche squisitamente culturale ed artistico a giustificare l’allestimento del percorso canoviano.

Ma, giusto ricordarlo, il bassorilievo frantumato (donato dal fratello di Antonio Canova, Giambattista Sartori Canova, all’Accademia d’Arte di Perugia nel 1829) doveva essere uno dei pezzi forte della mostra.

Invece i pezzi sono diventati cocci e la scenetta epica è stata sostituita da una gigantografia che resterà esposta per tutta la durata dell’esposizione, ossia fino al prossimo gennaio.

Si fa di necessità virtù.

Tanto che il sindaco di Assisi, Claudio Ricci, subito dopo il fattaccio aveva ringraziato per “tutta questa pubblicità nazionale che sta portando molti visitatori ad Assisi”, ricordando anche che “l’incidente avvenuto al calco in gesso (quindi ad una copia, ndr) si è verificato in Perugia presso l’Accademia delle Belle Arti e che l’opera sarà restaurata come doveroso”.

Sulla possibilità di rimettere insieme i pezzi, come detto, rimane più di un dubbio.

Ma è anche vero che l’esemplare andato distrutto è stato tratto dall’originale custodito al Museo Correr di Venezia.

Insomma l’arte in Italia dovrebbe avere un po’ più di dignità. Piegarsi meno ai voleri, spesso all’opportunità, delle lobby perché è proprio il patrimonio artistico a dare ancora un po’ di lustro al Belpaese. Il Mibac (Ministero dei Beni e delle Attività culturali), con a capo Massimo Bray, come riporta il Fatto, “ha stoppato la terrificante mostra di Roma Barocca prevista a Pechino e annullato l’esibizione commerciale del San Giovannino di Michelangelo alla Galleria Borghese”.

Un primo passo, a voler essere ottimisti, verso il rinnovamento dell’intero sistema.

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