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La città si deve ascoltare per non essere abbandonata

di Fulgenzio Ciccozzi

Nella sala convegni BPER ex Carispaq, venerdì alle 18,00, si è tenuta all’Aquila una conferenza  che ha visto come relatore il cultore di storia aquilana Sandro Zenodocchio.

Nell’incontro, organizzato dall’associazione PANTA REI, sono state formulate delle ipotesi e posti dei dubbi circa l’origine del toponimo della città, che la storiografia locale vuole legato alla località di Acculi (odierna Rivera).

Luogo in verità scarsamente difendibile da eventuali aggressioni, poiché posto in un pendio, e poco allettante per poter assumere caratteristiche urbane più evolute per via delle terreno scosceso, rinchiuso, tra l’altro, in uno spazio limitato.

L’esimio erudito, invece, quantomeno apre una discussione portando esempi e riferimenti che pongono il nucleo originario della città, più su, verso la piazza del mercato, nel cuore dell’odierno asse viario “Corso Federico-Corso Vittorio Emanuele”, che segna ipoteticamente una linea di confine tra l’area amiternina e quella forconese.

Proprio quel punto di “comodo”, in cui le curve di livello delimitano zone limitrofe poste sommariamente sulla stessa altitudine, favorisce, in maniera del tutto naturale, lo sviluppo di un insediamento demico più o meno sparso.

Sul colle di Accula, che le carte farfensi citano come toponimo già nel 1005 (dal Liber Largitorius) e nel 1069 (Regesto Farfense), sin dai tempi remoti, ebbe inizio un primitivo processo di aggregazione spontanea che solo centinaia di anni dopo, nella seconda metà del “Duecento”, eleverà l’agglomerato urbano, attraverso le vicende ben note, a rango di civitas.

Processo in cui gli equilibri di potere tra papato e impero, ed economici (industria della transumanza e fine dell’economia curtense) ebbero senz’altro il loro inconfutabile peso.

Le cancelleIl riconoscimento a civitas venne suggellato con il trasferimento della Diocesi di San Massimo da Forcona, nel 1257, e poi, sul finire del XIII secolo, con il “Privilegio” di Carlo II D’Angiò.

Il re, oltre a confermarne il carattere demaniale, chiarì che i censimenti e i tributi venissero corrisposti non dai singoli “locali”, come sino ad allora era stato preteso, bensì in capo alla città medesima.

Con quel documento, emanato dopo l’evento Celestiniano, Aquila acquisì personalità giuridica e divenne nei due secoli successivi quella magnifica citade che ne fece uno dei centri  più importanti del Regno angioino.

Durante l’intervento si è anche formulata l’ipotesi che l’antica Prifernum potesse sorgere nel luogo ora occupato dall’Aquila.

Tale congettura non è stata avvalorata dallo Zenodocchio, il quale, attraverso un attento studio della Tabula Peutingeriana,  colloca tale insediamento addirittura in località di Assergi.

Al di là delle opinioni espresse nella conferenza (in cui è intervenuto anche monsignor Orlando Antonini), che per essere avvalorate avranno bisogno di ulteriori studi ed approfondimenti, si è voluto sottolineare l’importanza della conoscenza dei luoghi in cui si è poi identificata la città.

Luoghi del popolo (piazza del Mercato, le botteghe dei pescivendoli meglio note come le Cancelle, Fonte Rivera…), luoghi di potere, palazzi nobiliari e chiese.

I reperti archeologici e architettonici, che man mano stanno emergendo grazie ai lavori della ricostruzione, aiutano senz’altro a disseppellire il passato.

Un passato che denota comunque un’origine “urbana” (anche se in forma sparsa e rudimentale) antecedente al 1254.

La città che sta riemergendo dalle sue rovine merita di essere “ascoltata”, per non essere abbandonata.

E indugiare nei posti più reconditi, oltre che tra i suoi palazzi più vistosi, aiuta a riscoprirla.

Questi incontri, se vogliamo, sono un invito a portare i nostri figli nel cuore dell’Aquila, senza lasciarsi per nulla intimorire dal dolore che la infiamma, perché è attraverso la sua storia che si formeranno  i futuri cittadini e si consolideranno i legami con la città!

Vedi anche: L'Aquila story

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