L’eccidio di Bronte

Fu una strage di 16 civili, compiuto a Bronte, da rivoltosi contadini capeggiati da certi briganti e la conseguente repressione di un battaglione dell'esercito meridionale comandato da Nino Bixio che, dopo un processo sommario, condannò alla fucilazione l’8 agosto del 1860 cinque persone, sentenza eseguita all’alba del 10 agosto.

Dopo lo sbarco dei Mille nell'entroterra siciliano si erano accese molte speranze di riscatto sociale da parte soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti.

A Bronte, sulle pendici dell'Etna, nella provincia di Catania, la contrapposizione era forte fra la nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson, dalla proprietà terriera, dal clero locale e dalla società civile.

Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero diversi sbandati e briganti, tra i quali Calogero Gasparazzo, provenienti dai paesi limitrofi e scattò la scintilla dell'insurrezione sociale.

Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale.

Quindi iniziò una caccia all'uomo e ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, prima che la rivolta si placasse.

Il Comitato di guerra, creato in maggio per volere di Garibaldi e Crispi dopo l'eccidio di Partinico, allo scopo di evitare altre sanguinose rese dei conti, decise di inviare un distaccamento a Bronte per sedare la rivolta e fare giustizia in modo esemplare.

Per riportare l'ordine giunse un battaglione di garibaldini agli ordini di Nino Bixio.

I critici hanno colto le diverse sfumature degli intenti di Garibaldi, che probabilmente non erano solo volti al mantenimento dell'ordine pubblico, ma soprattutto a proteggere gli interessi dell'Inghilterra, Paese che fortemente sosteneva l'impresa dei Mille.

Quando Bixio iniziò la propria inchiesta sui fatti accaduti larga parte dei responsabili erano fuggiti altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l'occasione per accusare gli avversari politici.

Il tribunale misto di guerra in un processo durato meno di quattro ore giudicò ben 150 persone e condannò alla pena capitale l'avvocato Nicolò Lombardo, che era stato acclamato sindaco dopo l'eccidio, insieme ad altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri, Nunzio Samperi.

La sentenza venne eseguita mediante fucilazione il 10 agosto, all'alba.

12 agosto 1860, proclama originale di Bixio, successivo alla esecuzione:

Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti - Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti - Io lascio questa Provincia - i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!... Però i Capi stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone - Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî - Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se, guai agli istigatori e sovvertitori dell'ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto.

Randazzo 12 agosto 1860. IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO.

« Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò muoversi »

Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d'uno dei Mille)

Le Camicie Rosse di Nino Bixio dopo un processo sommario, fucilarono cinque uomini. Fu l'ultimo atto di disordini che avevano fatto 16 morti tra i civili.

E che erano scaturiti dalla rivolta dei contadini del paese siciliano.

Capeggiati da Nicola Lombardo, occuparono le terre dei latifondisti, volendo così accorciare i tempi delle promesse di Giuseppe Garibaldi: ripartire i poderi secondo giustizia. La ribellione delle «coppole» - i popolani - contro i «cappelli» - i grandi proprietari - montò tra la fine di luglio e i primi di agosto. I «comunali» o «comunisti», nel senso che difendevano gli interessi del Comune, distrussero edifici, commisero violenze.

Ci furono sedici morti tra i civili, e poi l'invasione della Ducea di Nelson, proprietà della famiglia dell'ammiraglio inglese.

Alla situazione incandescente mise mano Garibaldi.

Inviò Nino Bixio che con un tribunale misto di guerra, e un processo durato meno di quattro ore, giudicò 150 persone e ne condannò alla fucilazione cinque, tra le quali Lombardo.

La storiografia sudista, borbonica, fece di questi avvenimenti un chiodo per il j'accuse antigaribaldino.

E per oltre cent'anni Bronte significò infamia sabauda, Unità d'Italia costruita sulla violenza e sul sangue.

«La repressione si allargò a Niscemi e a Regalbuto. Bixio fece mattanza, eseguì solo lui 700 fucilazioni».

Ecco la vulgata, peraltro suffragata da tante altre efferatezze compiute dai piemontesi nel processo di unificazione.

Ma la vicenda dell'agosto 1860 va riletta. E non come fece, nel 1972, Florestano Vancini nel film «Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non raccontano» realizzato con la consulenza di Leonardo Sciascia.

Ora di Bronte i libri di storia raccontano. E i giorni dell'eversione e del giudizio sono a lungo sceverati nei corsi e negli studi delle cattedre universitarie.

Ma insomma, a Bronte chi aveva ragione, i garibaldini o le «coppole»?

Dice Romano Ugolini, direttore dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano: «Il nocciolo della questione è la protesta inglese per l'occupazione dei terreni di Nelson. Ci fu una precisa richiesta britannica di ripristinare la legge e Garibaldi non poté esimersi dall'ubbidire. Il 20 luglio aveva vinto a stento a Milazzo, aveva il problema di superare lo Stretto. Non poteva tirare la corda con gli inglesi. Perché nell'epopea trionfalistica dell'impresa garibaldina non si tiene nel debito conto che la spedizione dei Mille fu una guerra. E che le Camicie Rosse, se pur diventarono poi diecimila, affrontavano l'esercito del Regno delle Due Sicilie. Entrando a Napoli, liquidando i Borboni, Garibaldi avrebbe mutato l'assetto europeo. Non poteva permettersi l'ostilità del Regno Unito. Stava facendo l'Italia. Le decisioni di Bixio, rapide, brutali, si spiegano in questo contesto. Era un militare, usò un tribunale militare per giudicare i capipopolo».

Concorda lo storico Francesco Perfetti, ordinario di Storia Contemporanea alla Luiss: «Non si può condannare Nino Bixio. Garibaldi gli aveva chiesto di risolvere la crisi con gli inglesi. Ma a questa urgenza se ne aggiungeva un'altra, altrettanto se non più fondamentale.

La rivolta aveva assunto una valenza sociale. Si colpivano i cosiddetti "galantuomini", i latifondisti. Erano stati incendiati il teatro, le case, l'archivio comunale.

A Bronte era ormai caccia all'uomo, alla quale partecipavano anche delinquenti. Certo, ci furono violenze, arresti da parte dei garibaldini.

Ma alla fin fine Bixio diede l'ordine di fucilare cinque persone, se pure dopo un processo spiccio. Le vittime causate degli insorti furono molte di più. Di questo non tiene conto la storiografia coeva, borbonica. Che ha ovviamente alterato i fatti».

Alla luce delle successive ricostruzioni storiche si è appurato come Lombardo fosse totalmente estraneo alla rivolta ed invitato a fuggire da più parti si sarebbe rifiutato per poter difendere il proprio onore, mentre Nunzio Ciraldo Fraiunco era non capace d'intendere e di volere, malato di demenza.

Fonti: www.iltempo.it – http:// it.wikipedia.org