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La battaglia di Iwo Jima

I primi provvedimenti presi dal generale Kuribayashi furono tesi a riorganizzare l'arcaico sistema difensivo dell'isola che aveva trovato al suo arrivo.

Dopo aver evacuato a fine luglio la popolazione civile, in quanto avrebbe comportato un inutile spreco di viveri[44], cominciò a elaborare i primi piani difensivi assieme al contrammiraglioToshinosuke Ichimaru, giunto il 10 agosto: il generale e il suo stato maggiore, memori delle battaglie passate, sapevano che né rifugi di superficie, né casematte sulle spiagge potevano resistere a lungo a un intenso cannoneggiamento; decisero di fissare il fulcro della difesa attorno al monte Suribachi e sull'altopiano di Motoyama, lasciando poche forze sulla costa e tenendo il grosso della guarnigione pronto per ricacciare in mare gli attaccanti, colpiti dal fuoco d'infilata.

Gli ufficiali della marina si opposero a tale tattica, volendo invece fortificare pesantemente le spiagge prospicienti l'aeroporto n. 1 e combattere lì gli statunitensi; dopo alcune discussioni, ad agosto Kuribayashi permise alla marina di realizzare tali difese e distaccò un battaglione per presidiarle.

Entro il gennaio 1945 il generale aveva adottato il piano definitivo: volendo sfruttare al massimo la conformazione del terreno e le ristrette dimensioni dell'isola, Kuribayashi vietò i grandi contrattacchi alla testa di ponte, le vane cariche banzai e le ritirate; la guarnigione doveva asserragliarsi nelle opere di difesa, infliggere il massimo delle perdite e morire sul posto. Organizzò quindi due linee fortificate.

La prima era orientata secondo un asse nord-ovest - sud-est: dalle scogliere sulla costa settentrionale, correva a sud includendo l'aeroporto n. 2, poi piegava a est attraverso il villaggio di Minami e terminava nell'area accidentata detta East Boat Basin, a destra delle spiagge da sbarco; era formata da cinture di casematte e bunker in grado di coprirsi a vicenda, traeva vantaggio dal terreno ed era coadiuvata da una parte dei carri, interrati e mimetizzati.

La seconda iniziava alcune centinaia di metri prima di Punta Kitano a nord, attraversava l'incompiuto aeroporto n. 3 e il villaggio di Motoyama, piegando infine a sud tra Punta Tachiiwa e l'East Boat Basin; questa linea conteneva poche fortificazioni artificiali poiché i giapponesi sfruttarono intelligentemente l'aspra natura del terreno. Infine fece del monte Suribachi un settore difensivo semindipendente, assegnato al 312º Battaglione fanteria: l'istmo sarebbe stato difeso dal fuoco incrociato proveniente dall'altopiano a nord e dalle armi installate nel vulcano, tra le quali apparati lanciarazzi.

Si preoccupò anche di addestrare le truppe a lanciare contrattacchi locali (anche con carri armati) coordinati con l'artiglieria.

Il 1º dicembre il generale emanò una serie di ordini operativi a tutte le unità che imponevano di collaudare entro l'11 febbraio 1945 la praticità delle fortificazioni esistenti e di migliorarle, se necessario, moltiplicando gli ostacoli anticarro (fossi, terrazzamenti, ostruzioni), rinforzando le trincee di fuga e collegamento, creando trincee "di attesa" da sfruttare in combattimento ravvicinato e per la fuga, edificando opere difensive a protezione degli acquartieramenti.

Gli ordini puntualizzavano che oltre la metà del tempo a disposizione doveva comunque essere dedicata a frequenti esercitazioni.

In ottemperanza al piano, il generale Kuribayashi ordinò che si scavasse una rete di elaborati tunnel che fungessero da collegamento tra i principali fortilizi e da ricovero per le truppe durante gli inevitabili attacchi aerei preparatori.

A tal proposito furono inviati sull'isola degli ingegneri minerari per verificare la fattibilità del piano e nel caso progettare il sistema di gallerie: vista la friabilità della roccia vulcanica si procedette rapidamente allo scavo.

Il 25% della guarnigione fu distaccato a scavare chilometri di gallerie disposte su vari livelli: permettevano la comunicazione tra le caverne naturali con quelle scavate dai giapponesi, affiancate da diverse camere sotterranee in grado di contenere anche 300-400 persone.

Per evitare che il personale rimanesse intrappolato sottoterra, tutte le opere furono dotate di accessi multipli, scale e passaggi comunicanti, alcuni a fondo cieco per eventuali intrusi; gli ingressi che davano alla superficie furono scavati in modo da ridurre gli effetti delle esplosioni nelle vicinanze; una particolare cura fu dedicata alla ventilazione, poiché in molte delle opere sotterranee erano presenti esalazioni di zolfo.

I tunnel più profondi si trovavano 23 metri sotto la superficie e molti avevano anche l'illuminazione elettrica o a olio.

In contemporanea fu varato l'ambizioso progetto di creare un enorme tunnel che collegasse tutte le varie camere e grotte, per un totale di 38 chilometri, ma al momento dello sbarco solo una porzione di 5 chilometri era stata completata.

Il personale giapponese impegnato profuse il massimo sforzo: oltre al pesante lavoro fisico, gli uomini erano esposti a temperature di 30-50 °C così come ai vapori di zolfo, che li obbligavano a indossare maschere antigas; in molti casi un lavoratore doveva essere sostituito dopo solo cinque o sette minuti.

Allo stesso tempo i 1.233 membri del 204º Battaglione navale da costruzione lavorarono alle fortificazioni in superficie, per le quali si sfruttò la cenere vulcanica, presente in abbondanza sull'isola, mista a calcestruzzo.

I lavori iniziarono nell'ottobre 1944: furono edificate centinaia di casematte, fortini e postazioni blindate interrate a mezzo, comunicanti mediante la rete di tunnel e capaci di coprirsi a vicenda per tutta la lunghezza dell'isola; molte posizioni erano protette da tre metri di cemento armato ed erano quindi in grado di resistere anche a cannoni navali di grosso calibro.

Davanti alle postazioni vennero elevate ulteriori protezioni con mucchi di sabbia vulcanica di circa 15 metri di altezza, che lasciavano a ogni installazione uno stretto campo di tiro (l'efficacia del tiro incrociato non fu comunque diminuita proprio grazie al numero complessivo delle opere fortificate).

Particolare attenzione venne dedicata ai campi di aviazione per poter contrastare efficacemente eventuali aviosbarchi, provvedendo inoltre a circondarli con fossati anticarro.

Furono infine disseminate migliaia di mine e tutti i sentieri furono posti sotto il tiro incrociato di cannoni anticarro.

Le fortificazioni di Iwo Jima erano la più alta espressione delle tecniche giapponesi in fatto di difesa statica: la loro efficienza, riconosciuta anche degli esperti statunitensi che visitarono il luogo, non ebbe eguali in nessun'altra posizione insulare che sostenne uno sbarco durante la guerra.

I lavori furono rallentati dalla necessità di riparare i danni inferti agli aeroporti dai raid aerei, una circostanza che inficiava inoltre le sessioni d'addestramento; tuttavia, essendo le piste fondamentali per ricevere rifornimenti e munizioni (le rotte marittime erano troppo soggette alla minaccia aerea e dei sommergibili), tali interventi furono demandati a una parte importante della guarnigione.

Più a sud, sulla collina 382, i giapponesi eressero una stazione radio e meteorologica.

Nelle vicinanze, su un punto elevato a sud-est della stazione, un enorme fortino fungeva da quartier generale per il colonnello Chosaku Kaidō, comandante dell'artiglieria[30].

Il principale centro di comunicazione con il Gran quartier generale imperiale fu installato appena a sud del villaggio di Kita: era una grande casamatta in cemento armato, con mura spesse 15 metri e soffitto di 30 metri, a protezione di una camera lunga 50 metri e larga 20; servita da un tunnel lungo 150 metri scavato a più di 20 metri di profondità, ospitava circa venti radio con un operatore ogni due o tre apparecchi.

Il generale Kuribayashi fece inoltre preparare un posto di comando secondario per sé e per lo stato maggiore della "Forza navale terrestre" a circa 450 metri a nord-est di Kita.

Il 24 giugno 1944 il viceammiraglio Joseph J. Clark condusse autonomamente un raid aereo sull'isola, che riteneva un possibile punto d'appoggio per Saipan, sulla quale si stava combattendo: l'attacco distrusse sessantasei velivoli e danneggiò gli aeroporti.

A partire dal mese di agosto i B-24 della 7ª Forza aerea cominciarono regolari attacchi che furono affiancati da voli di ricognizione, da caccia e da rapide incursioni notturne; dall'8 dicembre la 7ª Forza aerea intraprese il programma di bombardamento preliminare lanciando quotidiani attacchi sulle Isole Vulcano e in particolare su Iwo Jima, che durò fino al 18 febbraio 1945 per un totale di settantaquattro giorni (solo l'8 dicembre furono sganciate più di 800 tonnellate di bombe su Iwo Jima).

Tra l'inizio di dicembre e la fine di gennaio 1945 altre incursioni furono condotte dai bombardieri North American B-25 Mitchell dello squadrone VMB-625 dei Marine, che si accanì contro il traffico navale giapponese attivo nelle ore notturne: l'unità rivendicò ventitré affondamenti.

Dal 31 gennaio la 7ª Forza aerea eseguì in media trentadue sortite al giorno esclusivamente su Iwo Jima con la priorità di distruggere gli aeroporti, seguiti dalle casematte armate di cannoni e dalle difese fisse.

Questa imponente preparazione fu nel complesso poco efficace: i B-24 operarono da alta quota a scapito della precisione, mentre il traffico marittimo non fu del tutto impedito.

Le massicce incursioni indussero i giapponesi a scavare passaggi e fortificazioni ancora più in profondità e le opere difensive rimasero per lo più intatte.

Il piano originale relativo al bombardamento navale prevedeva l'intervento di una divisione di incrociatori a partire dall'11 febbraio 1945, coadiuvati dal 16 da sette vecchie corazzate e da altri sei incrociatori.

Il generale Schmidt, insoddisfatto, richiese dieci giorni di cannoneggiamento eseguito da una divisione di incrociatori e tre corazzate: riteneva tale preparazione vitale per infliggere gravi danni alle solide difese giapponesi, ma gli ammiragli Turner e Spruance respinsero sia questo, sia altri appelli di Schmidt.

La marina concesse tre giorni di bombardamento pre-sbarco, perché l'ammiraglio Turner ritenne vi fossero "limitazioni sulla disponibilità delle navi, difficoltà di rimpiazzo delle munizioni e la perdita della sorpresa".

Il 24 novembre il generale Schmidt reinoltrò la richiesta di un ulteriore giorno di bombardamento che venne approvata da Turner ma rigettata dall'ammiraglio Spruance. Inoltre a pochi giorni dal D-Day, le corazzate USS Washington e USS North Carolina, moderne navi armate con una batteria principale da 406 mm, vennero ritirate dall'operazione e aggregate alla Task Force 58 diretta in Giappone per un'incursione su Tokyo..

A partire dal 16 febbraio 1945 la Task Force 52 fu incaricata del bombardamento, ma il primo giorno fu deludente e inconclusivo a causa del maltempo.

Il 17 febbraio (Dog Minus Two - "giorno dello sbarco meno due") una flottiglia di dodici LCI, convertite in cannoniere con l'aggiunta di mortai, razziere e cannoni da 40 e 20 mm, iniziò a battere le posizioni a terra da una distanza di circa 900 metri.

Appena sparata la salva di razzi, i battelli vennero presi sotto il fuoco di batterie ben nascoste tra le pendici del Suribachi e undici vennero colpiti: l'LCI-474 affondò, due vennero immobilizzati (LCI-441 e 473), cinque furono colpiti gravemente allo scafo e all'armamento (LCI-438, 449, 457, 466 e 471) e due altri (LCI-450 e 469), sebbene riparabili, furono del pari messi fuori combattimento; due subirono lievi danni e solo l'LCI-348 rimase indenne.

Tra gli equipaggi si contarono centosettanta tra morti e feriti.

Il cacciatorpediniere USS Leutze, accorso per aiutare gli LCI, fu anch'esso preso di mira ed ebbe sette morti a bordo.

Le batterie vennero ridotte al silenzio dai tiri della vecchia corazzata USS Nevada (le corazzate antiquate venivano usate per il bombardamento navale e le nuove come scorta ai gruppi da battaglia delle portaerei), che arrivò a brevissima distanza dalla costa per meglio concentrare il fuoco.

Poco prima anche l'incrociatore pesante USS Pensacola e la vecchia corazzata USS Tennessee erano stati colpiti: l'incrociatore ebbe la centrale informativa di combattimento distrutta e il vicecomandante ucciso insieme ad altri sedici membri dell'equipaggio, mentre la corazzata registrò solo lievi danni.

Secondo quanto sottolineato dal rapporto del comandante della Task Force 52 contrammiraglio Blandy, «alla fine del secondo giorno di bombardamento, era evidente dai resoconti del fuoco e dalle fotografie che era stata conseguita una distruzione relativamente limitata».

Nel frattempo le acque dell'isola vennero bonificate dalle mine e squadre di demolitori subacquei vennero sbarcate da unità leggere per minare le ostruzioni costiere.

Durante queste operazioni, il 17 febbraio, la squadra UDT-15 sbarcata dal cacciatorpediniere di scorta USS Blessman fu presa sotto il fuoco delle mitragliatrici giapponesi, con un morto tra gli incursori.

Il 18 febbraio il Blessman e il cacciatorpediniere USS Gamble furono colpiti da aerei nipponici: il Blessman ebbe 42 morti e 29 feriti e il Gamble 5 morti e 9 feriti.

Il terzo giorno di fuoco la nebbia e la pioggia limitarono notevolmente il lavoro degli artiglieri. Schmidt si lamentò: "Abbiamo avuto solo circa tredici ore di supporto di fuoco durante le trentaquattro ore di luce diurna disponibile".

Nel corso del bombardamento vennero impiegate 14.250 tonnellate di munizioni, il 30% in più delle 10.965 tonnellate utilizzate contro l'isola di Saipan; il rapporto tra i diversi consumi aumenta quando si considera che Iwo Jima si estende per soli 21 chilometri quadrati, oltre cinque volte meno di Saipan.

Ciononostante l'ammiraglio Turner riconobbe nel suo rapporto che, per quanto fosse stato fatto un grande tentativo di distruggere tutti i cannoni giapponesi, l'obiettivo non era stato raggiunto a causa del gran numero di pezzi e in particolare per la solidità delle fortificazioni[68]. Oltretutto i lavori sull'isola furono solo rallentati, sì che alle 450 installazioni difensive individuate prima del bombardamento se ne aggiunsero altre trecento, localizzate tre giorni prima dello sbarco.

Il 5 febbraio 1945 gli operatori radio sull'isola comunicarono al generale Kuribayashi che i segnali in codice dei velivoli statunitensi avevano subito un cambiamento inquietante. I sommergibili giapponesi avevano rilevato movimenti in entrata e uscita dalle Marianne e dall'atollo di Ulithi dall'inizio alla metà di febbraio 1945.

Il 13 febbraio un velivolo di ricognizione della marina giapponese riferì di centosettanta navi statunitensi in navigazione verso nord-ovest, provenienti da Saipan.

Secondo un'altra fonte tuttavia gli statunitensi lasciarono Saipan solamente il 15 febbraio, dopo due rinvii dovuti alla mancanza di navi da trasporto, dirottate sulle Filippine.

In ogni caso tutte le truppe giapponesi sulle Isole Ogasawara furono poste in stato d'allerta.

La mattina del 16 febbraio la forza di protezione ravvicinata, la Task Force 54 dell'ammiraglio Rogers, si presentò dinanzi Iwo Jima ed eseguì un primo bombardamento dell'isola: nel corso dell'operazione a ogni nave dotata di cannoni pesanti fu assegnata una specifica area da cannoneggiare per massimizzare gli effetti del tiro.

Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio giunse (assieme all'Indianapolis con a bordo l'ammiraglio Spruance) la Task Force 58 dell'ammiraglio Mitscher reduce da un'incursione sul Giappone avvenuta il 16 e 17 febbraio: oltre a fornire copertura aerea, alle 02:00 del 19 febbraio i cannoni delle corazzate North Carolina e Washington e degli incrociatori leggeri Birmingham e Biloxi aprirono all'unisono il fuoco su Iwo Jima.

Iniziava la parte anfibia dell'operazione, cui erano state assegnate oltre ottocento navi di tutti i tipi, molte delle quali con meno di sei mesi di vita: ad esempio dei trasporti d'attacco che avevano a bordo la 4ª e 5ª Divisione, solo uno non era alla sua prima missione.

Sotto la copertura delle Task Force 54 e 58 e dei velivoli decollati dalle portaerei, alle 08:59 il primo marine mise piede sull'isola; allo sbarco presenziava anche il Segretario alla marina statunitense James Forrestal, imbarcato sulla nave comando del generale Smith, la Eldorado.

La prima ondata sbarcò e si attestò sulla spiaggia senza ostacolo da parte dei difensori, per ordine espresso del generale Kuribayashi.

Tuttavia la cenere vulcanica, che ricopriva il terreno appena dietro le spiagge, costituì una difficoltà imprevista e rallentò parecchio gli statunitensi: la pendenza in uscita dalla spiaggia era dai 40° ai 45° e i mezzi, anche gli LVTP cingolati, affondavano e neppure i bulldozer riuscirono a spostare i trattori anfibi insabbiati; le truppe che sbarcavano sprofondavano fino oltre le caviglie e anche diversi carri armati rimasero immobilizzati nella cenere.

In mare la situazione era del pari difficile: la forte risacca gettava i mezzi da sbarco più piccoli sulla spiaggia, facendoli intraversare e provocando loro danni che spesso non erano riparabili; presto i natanti avariati e ammassati sulla battigia complicarono lo sbarco e causarono a loro volta danni alle eliche e alle carene degli anfibi che seguivano.

A terra, frattanto, venne posata una cinquantina di metri di grelle carrabili (il Marsden o Marston matting, dal nome della città dove venne prodotto inizialmente) che permisero l'uscita da una spiaggia, poi arrivarono altri mezzi in grado di posarne altre e presto 13 chilometri di strade temporanee permisero di spostarsi nell'interno.

Verso le 10:00 l'accumulo di uomini e mezzi arenatisi sulla spiaggia persuase il generale Kuribayashi a dare l'ordine di aprire il fuoco; la simultanea reazione della guarnigione provocò notevoli perdite sia tra i marine che tra gli equipaggi dei mezzi da sbarco, presi sotto tiro da parte di cannoni, mitragliatrici e mortai fino ad allora rimasti silenziosi posizionati dal Suribachi all'East Boat Basin.

All'estrema sinistra dello schieramento statunitense, nella Green Beach, la cenere vulcanica lasciava il posto alle rocce e alle pietre del Suribachi, dando modo al 28º Reggimento del colonnello Harry B. Liversedge di avanzare per isolare il vulcano, dove lo attendevano i 2 000 soldati nipponici del colonnello Kanehiko Atsuchi.

Nella corsa per raggiungere la costa ovest di Iwo Jima il 1/28 incontrò la tenace resistenza del 312º Battaglione indipendente di fanteria annidato in bunker e casematte, che tuttavia non riuscì a impedire ai marine di isolare il Suribachi verso le 10:35.

Le posizioni vennero consolidate entro sera con l'aiuto di alcuni carri armati. Il 27º e 23º Reggimento invece, sbarcati nelle spiagge "rosse" e "gialle", incontrarono maggiori difficoltà e inizialmente non riuscirono a compiere grandi progressi ma, complice il fondamentale aiuto dei Seabees (i genieri della marina), verso le 11:30 furono in grado di raggiungere il perimetro meridionale dell'aeroporto n. 1, senza tuttavia riuscire ad andare oltre a causa della feroce opposizione giapponese.

Contemporaneamente, nella Blue Beach 1 il 25º Reggimento del colonnello John Lanigan iniziò una manovra su due fronti inviando il 1º Battaglione verso l'interno e il 3º verso nord-est, ad assaltare e scalare le cave che dominavano l'East Boat Basin.

Qui i giapponesi opposero una resistenza fanatica: dei novecento soldati sbarcati alle 09:00, dopo le 14:00 ne rimanevano in grado di combattere circa centocinquanta. L'appoggio di alcuni carri armati e l'intervento di un bulldozer permisero ai marine di superare la spiaggia, ma vennero fermati da un campo minato posizionato nelle vicinanze.

Entro sera erano sbarcati 30 000 marine, schierati in una linea che andava dalla base del Suribachi alle estremità meridionali dell'aeroporto n. 1, finendo ai piedi delle cave. Non era stata raggiunta la linea "O-1" prevista nei piani, un obiettivo oggettivamente irrealistico. I marine passarono la notte nelle posizioni occupate sotto uno sporadico fuoco d'artiglieria, mentre i mezzi da sbarco facevano la spola verso le spiagge scaricando rifornimenti e imbarcando i feriti.

Il primo giorno di battaglia era costato oltre 600 morti e circa 1 900 feriti, oltre alla distruzione di buona parte dei carri armati sbarcati; la maggior parte delle perdite era stata sofferta dalla 4ª Divisione, con una media del 35% tra i propri reparti. Tuttavia era stata stabilita una testa di ponte profonda 1 000 metri e larga 4.000, dove presto sarebbero arrivati altri 40.000 soldati della forza da sbarco.

Alle 08:00 del mattino, mentre l'intero 28º Reggimento si preparava ad attaccare il Suribachi, i battaglioni 1/26, 3/27, 3/23, 2/24, 1/25, 2/25, e 3/25 (con aggregate due compagnie del 1/24) disposti da sinistra verso destra si misero in movimento verso gli aeroporti e il resto del dispositivo di difesa su una linea di spinta perpendicolare al nord-est; l'obiettivo era la linea "O-1" che divideva a metà l'aeroporto n. 2 secondo un asse nord-est.

Un compito difficile toccava alle unità poste inizialmente ad ovest, il 27º Reggimento della 5ª Divisione più il 1/26, che era sbarcato sulle spiagge "rosse" e doveva ruotare verso est, avanzando in terreno aperto sotto il fuoco; il reggimento poteva godere dell'appoggio dei carri Sherman del 5º Battaglione carri, e avanzò di 700 metri, anzi il 1/26 che era avanzato ulteriormente trovandosi in parte con i fianchi scoperti dovette indietreggiare di oltre 150 metri per la notte.

Per le 12:00 quasi tutto l'aeroporto n. 1 era in mano statunitense. Anche le posizioni giapponesi nelle cave stavano iniziando a cedere, tempestate dai colpi della corazzata Washington che avevano fatto crollare molte gallerie.

I marine procedettero verso l'aeroporto n. 2, difeso da una quantità di bunker interrati sotto una sabbia soffice che fermava i colpi e in modo da fare sporgere solo le armi: le installazioni potevano spesso essere distrutte solo da un colpo diretto e di grosso calibro. I primi due giorni di assalto all'aeroporto furono i più costosi in termini di perdite dell'intera operazione, tanto che il generale Smith fece preparare il 21º Reggimento della 3ª Divisione, fino ad allora tenuto in riserva sulle navi.

Il mare mosso e la spiaggia congestionata, tuttavia, impedirono al reggimento di sbarcare e dopo sei ore di attesa gli uomini tornarono a bordo delle navi.

L'appoggio di artiglieria fu fornito esclusivamente dalle navi e dal 13º Reggimento artiglieriadella 5ª Divisione, in quanto il 14º Reggimento artiglieria della 4ª Divisione, che aveva iniziato ad approdare alle 10:12 sulle spiagge Yellow 1 e Red 2, mise in batteria i pezzi del 3º Battaglione solo alle 17:18; il 4/14 perse metà dei suoi quattordici obici da 105 mm, andati distrutti sui sette DUKW che, partiti dalla LST-1032 alle 15:11, erano finiti sotto il fuoco giapponese.

I sette pezzi rimanenti giunsero sulla spiaggia Yellow 1 alle 22:30, dove altri due DUKW furono colpiti, e solo più tardi gli obici superstiti vennero messi in posizione di tiro.

Il 14º reggimento di artiglieria collaborò quindi con la fanteria per respingere un contrattacco notturno, sotto il fuoco delle navi e la luce dei razzi illuminanti.

Durante la giornata si svolse anche l'avanzata verso il monte Suribachi, che fu combattuta palmo a palmo.

Il fuoco dei cannoni era inefficace contro i giapponesi, nascosti nei numerosi bunker e fortini collegati dalla rete di cunicoli, quindi per stanare i difensori vennero usatilanciafiamme, granate e cariche da demolizione impiegate dal genio.

Leggi anche: La battaglia di Iwo Jima - Prima parte - La battaglia di Iwo Jima - Terza parte - La battaglia di Iwo Jima - Quarta parte

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