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La battaglia di Iwo Jima

Molti tra i carri statunitensi sbarcati vennero immobilizzati dai difensori (nel D+1 ne vennero persi trenta in totale), ma contribuirono al fuoco di copertura delle ondate di marine che avanzavano; tra essi, la versione Sherman M4A3R3 dotata di lanciafiamme presente in otto o nove esemplari, si rivelò assai utile e distrusse parecchi fortini.

Nel corso dei feroci combattimenti diverse navi si avvicinarono fino a 200-300 metri alla costa per concentrare il fuoco, senza tuttavia ottenere apparenti risultati. Alla fine della giornata l'avanzata era stata di appena 200 metri.

Alle 09:00 del 21 febbraio le portaerei di squadra USSEnterprise, USS Saratoga, USS Lexington e USSHancock, che avevano operato nel Task Group 58.5 durante il raid del 16-17 febbraio sul Giappone, arrivarono nei pressi dell'isola per sostenere i marine sbarcati: la Saratoga venne distaccata a proteggere le portaerei di scorta (dette jeep).

Tutte le portaerei lanciarono pattuglie aeree di combattimento per intercettare eventuali attacchi giapponesi e anche velivoli antisommergibili; tuttavia intorno alle 16:30 circa venticinque aerei nipponici passarono tra le maglie degli intercettori, scambiati per amici. La scorta della Saratoga, resasi conto dell'abbaglio, si gettò sui giapponesi e alle 16:50 abbatté due Mitsubishi A6M Zero; nove minuti dopo altri sei sbucarono d'improvviso dalle nuvole basse e si buttarono sulla nave, che fu investita da tre bombe e quattro kamikaze. Alle 18:42 cinque altri apparecchi tentarono di finirla: quattro furono abbattuti ma l'ultimo sfuggì al tiro contraereo, centrò con la bomba il ponte di volo e si gettò sulla portaerei, rimbalzando sulla fiancata.

La Saratoga dovette essere ritirata con 123 tra morti e dispersi, 192 feriti e gravissime devastazioni.

Più o meno alla stessa ora la portaerei di scorta USS Bismarck Sea venne colpita da due kamikaze e l'incendio generato raggiunse il deposito di siluri: la nave saltò in aria e dovette essere abbandonata dopo venti minuti; affondò dopo tre ore assieme a tutti gli aerei e 218 morti per alcune fonti, 119 morti e 99 feriti secondo altre.

Un'altra portaerei di scorta, la USS Lunga Point fu presa di mira da quattro aerosiluranti, uno dei quali dopo aver lanciato il siluro tentò di schiantarsi sulla nave, sfiorando l'isola e strisciando sul ponte di volo prima di finire in mare; nel corso dell'attacco anche la nave da sbarco LST-477 venne lievemente danneggiata[87] mentre il posamine USS Keokuk ebbe 19 morti e parte della batteria antiaerea da 20 mm di destra distrutta.

Le portaerei misero in aria le pattuglie aeree notturne ma non si verificò nessun altro attacco.

A terra il 21 febbraio fu caratterizzato dalla lenta e sanguinosa progressione del 28º Reggimento attraverso la fascia di opere fortificate ai piedi del Suribachi, profonda 700 metri: gli scontri furono di grande violenza e nonostante l'intervento dei cannoni navali e di gruppi aerei la resistenza giapponese non sembrò risentirne; i combattimenti vennero inoltre resi ancor più confusi da una fitta e continua pioggia.

Soltanto alle 18:00 circa la base del monte fu raggiunta da alcuni elementi del reggimento, che alla data lamentava il 75% delle perdite.

La notte fu punteggiata da tentativi d'infiltrazione giapponesi, soprattutto sull'ala destra del reggimento, e da brutali scontri corpo a corpo trascinatisi fino alle prime luci dell'alba.

Più a nord, supportati dall'aviazione e dai carri armati, il 26º, 27º e 23º Reggimento raggiunsero infine la linea "O-1" nella costa occidentale, mentre a est, sulle cave, i progressi furono ancora minimi.

All'alba le pesanti perdite avevano seriamente intaccato la capacità operativa dei reggimenti sbarcati; per contro, la resistenza giapponese non dava alcun segno di cedimento nonostante l'avanzata statunitense, che comunque era in alcuni punti ben lontana (rispetto alle ridotte dimensioni dell'isola) dalla linea "O-1"; le truppe non dormivano da tre notti e si cibavano esclusivamente di razioni K, integrate a volte da razioni C (a base di cibo precotto) non riscaldate e poca acqua.

Alle 05:00 il 21º Reggimento sbarcò a rilevare l'esausto 23º, che andò a costituire una riserva a nord-est dell'aeroporto n. 1, mentre il 26º Reggimento aveva già rilevato il 27°.

Le condizioni meteorologiche rimasero pessime e la pioggia battente complicò l'inoltro di uomini e rifornimenti.

Senza i carri, impantanati nel fango, e i cannoni della marina, resi inefficaci dal maltempo, i fanti del 28º Reggimento non migliorarono le prestazioni dei giorni precedenti e il Suribachi rimase ancora in mano giapponese, tuttavia i marine riuscirono a isolarlo completamente e si poté constatare una certa diminuzione del volume di fuoco; alcuni ufficiali intravidero con i binocoli soldati nipponici suicidarsi sull'orlo del cratere.

Lungo il fronte dell'altopiano di Motoyama i giapponesi poterono avvantaggiarsi di precisi tiri precalcolati e l'avanzata non fu uniforme, facendo trovare alcuni reparti con i fianchi scoperti: il 26º Reggimento era avanzato di circa 400 metri ma dovette fermarsi per attendere i reparti alle ali.

Per contro il 21º Reggimento, nonostante un nutrito supporto di fuoco, incontrò una tale e accanita resistenza che in alcuni punti era avanzato di soli 50 metri.

Alle 17:00 gli venne ordinato di fermarsi e prendere posizione per la notte, aspettando un probabile contrattacco operato dal 145º Reggimento di fanteria giapponese. In precedenza, il 3/25 aveva dovuto fronteggiare una carica di circa duecento giapponesi usciti dalle postazioni sotto il fuoco dei razzi, stroncandola con varie mitragliatrici ben piazzate. Altre cariche di minore entità vennero rintuzzate dal 2/25, che ebbe a soffrire perdite a causa del tiro preparatorio dei mortai nipponici.

Il mare agitato e la montante risacca resero sempre più difficile, se non impossibile, sbarcare mezzi o evacuare feriti (in tre giorni di battaglia la 4ª e 5ª Divisione Marine avevano totalizzato rispettivamente 2.517 e 2.057 tra morti e feriti).

L'equipaggio dello LST 807 scelse volontariamente di rimanere sulla spiaggia per agire da nave ospedale e durante la notte medici e infermiere curarono oltre duecento feriti con sole due perdite.

Si riuscì poi a far approdare il 24º Reggimento della 4ª Divisione per rimpiazzare il 25°, messo in riserva.

Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio la Task Force 58 riprese il largo con obiettivo l'area di Tokyo, lasciando in zona le sole portaerei di scorta, i cui velivoli dovettero eseguire i pattugliamenti antisommergibile, gli attacchi all'isola di Chichi-jima a nord, ricerca e soccorso dei piloti abbattuti: la molteplicità di tali compiti costrinse a diminuire l'appoggio tattico alle truppe a terra e a destinare alla caccia notturna il piccolo Task Group 58.5 formato dalla portaerei Enterprise, da due incrociatori e dalla 54ª Squadriglia cacciatorpediniere di scorta.

All'alba del 23 febbraio una pattuglia di quattro uomini s'inerpicò sul Suribachi silenzioso; fu raggiunta alle 10:37 da una squadra di quaranta uomini della compagnia "E" del tenente H. G. Schrier, appartenente al 2/28, che vinse la sporadica resistenza finale di pochi giapponesi sul crinale nordest.

Alle 11:00 fu innalzata una piccola bandiera statunitense assicurata a una tubatura trovata sul luogo, che intorno alle 14:30 fu sostituita da un'altra più grande, in modo da conservare la prima per il battaglione: la bandiera fu alzata da sei uomini e l'atto venne immortalato dal fotografo della Associated Press Joe Rosenthal nella famosa immagine Raising the Flag on Iwo Jima.

Il 28º Reggimento condusse poi un rastrellamento finale e il 25 febbraio il Suribachi fu dichiarato sotto controllo; tuttavia ancora per due settimane piccoli gruppi di soldati giapponesi, armati di cariche esplosive o granate, continuarono a uscire di notte dagli intricati sotterranei per distruggere i posti di comando dei Marine.

Il genio procedette quindi a una metodica opera e distrusse o murò 380 tra grotte, anfratti e ingressi sopprimendo le ultime resistenze giapponesi.

Il generale Kuribayashi non si aspettava una caduta così repentina del Suribachi e criticò aspramente i sopravvissuti che avevano raggiunto le posizioni a nord, infiltratisi tra le linee statunitensi grazie alla fitta rete di gallerie.

Frattanto il segretario alla marina Forrestal, ancora a bordo della Eldorado, venne portato con un mezzo da sbarco insieme al generale Smith, al viceammiraglio Louis Denfeld (vicecapo del Bureau of Naval Personnel) e al contrammiraglio Mills (vicecapo del Bureau of Ships) sulla spiaggia, dove ancora piovevano granate: parlò con le truppe che inizialmente non credettero alla sua identità.

In contemporanea alla conquista del Suribachi erano continuati gli scontri sull'altopiano di Motoyama e nonostante i violenti tiri giapponesi, i rifornimenti affluivano ora con regolarità anche se fortemente ostacolati dalla risacca.

I generali Schmidt e Cates sbarcarono e decisero con il generale Rockey, arrivato a terra il giorno prima, che la 3ª Divisione Marine avrebbe mantenuto il centro del fronte, affiancata a sinistra dalla 5ª Divisione e a destra dalla 4ª; tutti i carri armati vennero riuniti sotto il comando unico del tenente colonnello William Collins della 5ª Divisione.

La linea del fronte rimaneva comunque molto labile, sicché i marine avevano marcato delle linee sul terreno per guidare l'appoggio aereo (ancora garantito dai cacciabombardieri imbarcati sulle portaerei) e sul retro delle divise avevano tracciato strisce fluorescenti per permettere un rapido riconoscimento da parte dei commilitoni.

Nel pomeriggio, volendo impedire ulteriori attacchi kamikaze, le portaerei di squadra disponibili vennero inviate nel Task Group 58.5 a martellare gli aeroporti in Giappone, lasciando laEnterprise al largo dell'isola.

La nave operò contro le isole Ogasawara a nord di Iwo Jima, dalle quali la ricognizione aveva individuato provenire attacchi kamikaze.

Alle 08:00 del giorno D+5, cioè cinque giorni dopo lo sbarco, i cannoni della corazzata USS Idaho e dell'incrociatore pesante Pensacola iniziarono a battere rispettivamente le zone a nord e nord-est dell'aeroporto n. 2, seguiti alle 08:45 dagli obici piazzati a terra. Alle 09:00 il tiro navale fu sostituito dai cacciabombardieri imbarcati sulle portaerei di scorta che colpirono le stesse zone con bombe e razzi.

Era l'inizio di una giornata di intensi attacchi, condotti principalmente dal 21º Reggimento con appoggio di carri armati e artiglieria: i carri si diressero lungo due strade di raccordo tra l'aeroporto n. 1 e n. 2 scelte come direttrici d'attacco, ma le mine e un preciso fuoco di armi anticarro distrussero vari corazzati sulla strada più a ovest, che venne quindi abbandonata; anche quella a est era tuttavia irta di ordigni e solo dopo un estenuante lavoro di sminamento dodici carri riuscirono a raggiungere la pista dell'aeroporto n. 2, sparando senza sosta sulle postazioni giapponesi a nord.

Nonostante le pesanti perdite, alle 12:00 il 21º Reggimento era riuscito a conquistare alcune fortificazioni nipponiche con brutali e costosi assalti alla baionetta, che per tre volte erano stati vanificati da un pesante fuoco d'artiglieria.

L'avanzata venne misurata in termini di metri, ma verso le 13:00 l'ala sinistra del reggimento si ricongiunse con il 26º Reggimento della 5ª Divisione, che si trovava sulla sinistra. Il 3/21 rimase però troppo esposto in avanti e subì altre perdite.

Alle 13:30, dopo una seconda preparazione di artiglieria navale, il 21º Reggimento lanciò un attacco coordinato con i mezzi corazzati alla cintura di casematte nella parte nord della pista, fanaticamente difesa dai giapponesi, riuscendo a portare la Compagnia K sulla collina a nord del centro della pista.

Alle 14:15 una seconda compagnia la raggiunse supportata dai carri, che vennero presi sotto il fuoco di artiglieria e mortai; i danni maggiori di questo sbarramento vennero però subiti dalla fanteria, mentre le mine che si rendevano visibili, anche per gli spostamenti d'aria delle bombe, venivano fatte detonare dai mitraglieri dei carri.

Dopo vari attacchi e contrattacchi giapponesi effettuati con bombe a mano, alle 16:00 le compagnie che erano avanzate, una fino all'estremità ovest della pista est-ovest (l'aeroporto n. 2 era costituito da due piste intersecantisi, orientate a est-ovest e nordest-sudovest, quest'ultima la principale con alle estremità delle piazzole per far girare gli aerei), si prepararono per la notte e tre compagnie del 21° (I e K del 3º battaglione,

E del 2º Battaglione) dovettero essere rifornite dopo il buio da un rimorchio trainato da un carro armato guidato da due marine a piedi muniti di torce.

A causa della pressione giapponese venne ordinato il ripiegamento delle compagnie più esposte ma anche lo sganciamento non fu un'impresa facile e solo alle 22:00 la compagnia G del 3º Battaglione rientrò sotto la protezione delle artiglierie statunitensi, ricongiungendosi al 2º e 1º Battaglione, quest'ultimo inizialmente in riserva e appena gettato in battaglia[29].

A fine giornata il 21º teneva una linea che lambiva l'inizio della pista principale, ne teneva il raccordo centrale tra le due piste congiungendosi a destra con il fronte del 24º Reggimento, che dalla Charlie-Dog Ridge(Charlie e Dog erano le lettere "C" e "D" dell'alfabeto fonetico militare statunitense e rappresentavano le lettere dei quadratini che contrassegnavano il rilievo nella mappa di controllo del fuoco; Ridge vuol dire "cresta") proseguiva verso un prolungamento semicircolare delle alture, presto battezzato "l'anfiteatro", fronteggiando il villaggio di Minami deviando poi perpendicolarmente verso la costa. Davanti ai marine la 2ª Brigata mista giapponese e gli uomini rimasti "appiedati" del 26º Reggimento carri avevano imperniato un fitto sistema di fortificazioni e casematte, i cui approcci da ovest erano o protetti dal tiro dei loro cannoni o costellati da numerosi crateri vulcanici, che impedivano l'uso dei carri.

Il 24º era arrivato a questi risultati dopo vari assalti iniziati nella mattinata: l'avanzata progredì fino alle 11:25, quando il 2º e il 3º Battaglione furono investiti da un improvviso e massiccio fuoco proveniente dalla Charlie-Dog Ridge; l'avanzata si bloccò subito e fu richiesto l'appoggio dell'artiglieria navale, che non poté intervenire tanto i marine erano vicini ai bunker nipponici.

Furono dunque utilizzati gli obici da 105 mm e i mortai da 81 e da 60 mm che iniziarono a martellare le posizioni giapponesi; nel corso del duro combattimento si rivelò molto utile anche il cannone M3 da 37 mm, leggero ma accurato. Alle 17:00 i marine erano progrediti di oltre 400 metri eliminando il saliente nella zona dell'aeroporto[109], un risultato eccezionale per gli standard della battaglia.

I reggimenti di artiglieria sbarcati concentrarono il fuoco dei loro obici M1 da 155 mm a supporto dell'avanzata dei carri sotto il coordinamento generale del centro controllo del fuoco del 13º Reggimento, totalizzando undici missioni di fuoco di gruppo e quaranta di battaglione nella giornata; inoltre durante l'attacco il comandante del 5º Battaglione carri agì da osservatore di tiro avanzato.

La 3ª Divisione era nel frattempo sbarcata al completo, seguita dal proprio comando con il generale Erskine.

Il 12º Reggimento artiglieria della 3ª Divisione iniziò a sbarcare nel tardo pomeriggio e continuò l'operazione il giorno dopo, terminandola solo il 1º marzo. Il bilancio delle perdite statunitensi dopo i primi sei giorni era di 7 758 tra morti, feriti e dispersi; di questi, 5 338 dal 20 al 24 febbraio tra cui 773 morti in combattimento, 3 741 feriti, 261 morti in seguito alle ferite riportate, 5 dispersi e 558 crollati per stress da combattimento.

Il 24 febbraio vennero inoltre messe in mare le boe di ancoraggio per gli idrovolanti da pattugliamento marittimo e da trasporto, il primo dei quali arrivò tre giorni dopo a causa del maltempo. La base rimase attiva fino all'8 marzo.

Con la messa in sicurezza dell'area di sbarco, più truppe ed equipaggiamento pesante giunsero sull'isola e l'invasione procedette verso nord per catturare il resto di Iwo Jima.

Continuarono i frequenti attacchi soprattutto notturni, per cui dalle navi venivano sparati proiettili illuminanti in modo da far stagliare le eventuali sagome di giapponesi in avvicinamento e negare l'effetto sorpresa.

Peraltro un certo numero di giapponesi parlava inglese, per cui i marine sentivano vicino alle loro linee voci che in inglese chiamavano i loro "compagni", per poi rivelarsi come giapponesi.

Per le necessità logistiche era imperativo poter disporre delle spiagge a ovest, scartate come aree di sbarco per la pericolosità del moto ondoso ma che si prestavano, in determinate condizioni meteo, a sbarcare materiali dagli LCI e da altre piccole unità, soprattutto se le sovraffollate spiagge a est erano battute da un vento da oriente che alzava una temibile risacca.

Queste spiagge erano però ancora soggette al tiro delle postazioni nipponiche scavate nelle alture a nord-ovest dell'aeroporto n. 2, che dovevano quindi essere distrutte; inoltre bisognava quanto prima liberare molte delle navi trasporto truppe perché destinate al programmato sbarco a Okinawa.

Si rendeva infine necessaria un'avanzata coordinata delle tre divisioni per evitare di impegnare ulteriori truppe a coprire i fianchi esposti delle unità avanzate: alla 5ª Divisione posta alla sinistra dello schieramento statunitense, infatti, venne ordinato di attestarsi perché si trovava già circa 360 metri oltre le linee tenuta dalla 3ª Divisione, dislocata alla sua destra, al centro dello schieramento.

A destra, invece, la 4ª Divisione cozzò contro nuove e formidabili postazioni difensive giapponesi: benché preceduti dal solito tiro preparatorio aeronavale, a fine giornata i marine erano avanzati di soli 90 metri al prezzo di cinquecento perdite.

La zona attaccata dalla 4ª Divisione era costellata da casematte e postazioni, che rendevano ogni tentativo d'avanzata talmente sanguinoso da venire denominate collettivamente the Meatgrinder ("il tritacarne"): i cardini della difesa erano la collina 382 (alta appunto 382 metri), il già citato "anfiteatro", il cosiddetto Turkey Knob(traducibile come il "pomo del tacchino", una collina sormontata da un imprendibile fortino) e il villaggio di Minami.

Alle 09:30 le batterie principali di una corazzata e di due incrociatori iniziarono un tiro di ammorbidimento delle posizioni giapponesi nell'area della 3ª Divisione, appoggiate dall'artiglieria a terra e da un bombardamento aereo con ordigni da 500 libbre (circa 220 chili).

Subito dopo il 9º e 21º Reggimento, appoggiati dai ventisei carri rimasti, iniziarono l'avanzata su un asse di attacco diretto verso il villaggio di Motoyama e il più distante aeroporto n. 3.

A bloccare loro la strada si trovavano le due colline "Peter" e "199-O" (nomi in codice statunitensi, il primo sarebbe stato dato in seguito); dopo cinque ore e pesanti perdite (quattrocento tra morti e feriti e nove carri), i marine erano avanzati meno di 100 metri.

Cannoni e mortai giapponesi martellarono le compagnie avanzanti nonostante il fuoco di controbatteriastatunitense uccidendo molti degli ufficiali, ma alla fine della giornata gran parte dell'aeroporto n. 2 era nelle mani dei marine.

26 febbraio

Al mattino l'avanzata riprese verso le due colline "Peter" e "Oboe", che dominavano il settore della 3ª Divisione; a questa fu assegnato il 50% del totale del supporto di fuoco disponibile, col restante diviso tra le altre due divisioni.

Alle 08:00 del 26 il 9º Reggimento riprese l'attacco dopo la stessa preparazione di artiglieria del giorno precedente, contro quelle che si erano rivelate le principali posizioni difensive giapponesi. Nonostante i reiterati attacchi, anche con carri lanciafiamme, i marine non registrarono alcun progresso fino a fine giornata.

A ovest la 5ª Divisione fece pochi progressi. A est, dove c'era la 4ª Divisione, il 25º Reggimento tornò in prima linea per rilevare il 24º, ma ancora una volta i marine non riuscirono a conquistare neanche 100 metri di terreno.

La coriacea difesa giapponese provocò inoltre la distruzione di altri undici carri armati.

Nel corso dei duri scontri gli statunitensi utilizzarono massicciamente la versione lanciafiamme del carro Sherman, il lanciafiamme portatile M2 e i bulldozer blindati. Gli Sherman (soprannominati "Ronson" o "Zippo") riuscivano a saturare i fortini col liquido bruciando vivi gli occupanti; subito dopo i fortini venivano fatti saltare con l'esplosivo per evitare che i giapponesi, utilizzando la fitta rete di tunnel che collegava le opere difensive, li rioccupassero.

Gli M2, formati da due serbatoi pieni rispettivamente di liquido e gas compresso come propellente, completavano l'opera e ne era assegnato uno per plotone, più uno di riserva per battaglione; i loro operatori erano pericolosamente esposti ai tiratori scelti, per cui quando lo rendevano possibile le condizioni del terreno si cercava di utilizzare i carri: un ufficiale la definì "la migliore arma individuale dell'operazione"

I tankdozer, come vennero chiamati i bulldozer blindati, precedevano gli Sherman per aprire la strada nel terreno vulcanico ricoperto di sabbia dell'isola che limitava i movimenti dei mezzi cingolati; spesso vennero utilizzati anche come diretto supporto alla fanteria.

27 febbraio

Al mattino del 27 l'attacco riprese. Il 1 e 2/9 vennero presi sotto il fuoco di mortai posti sul pendio opposto della collina "199-O"; dopo una mattinata infruttuosa, nel pomeriggio fu rinnovato l'attacco dopo una breve preparazione di artiglieria: l'intero aeroporto n. 2 e le colline che lo dominavano a nord caddero nelle mani degli statunitensi.

Molti giapponesi, approfittando delle caverne e dei tunnel di comunicazione, attaccarono alle spalle i marine fino a che i genieri non sigillarono una per una le aperture facendo saltare poi i bunker con l'esplosivo; il rastrellamento dell'area durò altri due giorni.

Altrove, la 5ª Divisione riuscì ad avanzare verso la collina 362-A, mentre a est la 4ª Divisione era ferma ai piedi della collina 382 e del Turkey Knob.

Solo il 2/25 fece progressi riuscendo a muoversi verso est nella zona non battuta dai giapponesi del Meatgrinder.

La giornata vide l'unico tentativo giapponese di rifornire la guarnigione dell'isola. Alcuni aerei riuscirono a paracadutare medicinali e munizioni, ma tre di essi vennero abbattuti dai caccia notturni statunitensi.

28 febbraio

Nell'ordine di operazioni del 28 febbraio, venne delineata come obiettivo una nuova linea di operazioni, denominata O-3 sulla mappa, che partiva dalla costa ovest a circa 900 metri a sud di Punta Kitano proseguendo a est e poi a sud-est, seguendo la linea delle creste che delimitavano l'altopiano di Motoyama, per poi congiungersi con la linea O-1 a Punta Tachiiwa.

L'ultimo giorno di febbraio fu particolarmente positivo per la 3ª Divisione. Rilevato l'esausto 9º Reggimento, il 21º si lanciò in avanti alle 09:00, dopo il consueto sbarramento di artiglieria che stavolta fu efficace, dando modo ai fanti di guadagnare terreno verso nord, per nulla ostacolati da alcuni degli ultimi Type 95 Ha-Go del 26º Reggimento carri, distrutti dall'aviazione o dai bazooka.

Leggi anche: La battaglia di Iwo Jima - Prima parte - La battaglia di Iwo Jima - Seconda parte - La battaglia di Iwo Jima - Quarta parte

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