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La battaglia di Iwo Jima

Alle 13:00 la marina eseguì un altro massiccio sbarramento di fuoco e il 3º Battaglione colse l'attimo per conquistare il villaggio di Motoyama, dopo aver snidato le piazzole di mitragliatrici e i tiratori scelti giapponesi che lo difendevano.

In questo modo i Marine si aggiudicarono un terreno strategico che dall'alto aveva la visuale su tutto l'aeroporto n. 3.

A ovest la 5ª Divisione stava ancora confrontandosi con i cannoni anticarro e i mortai della collina 362-A. Due battaglioni del 27º Reggimento assaltarono la postazione con lanciafiamme, cariche da demolizione e carri armati, riuscendo addirittura a far arrivare qualche soldato in cima all'altura, salvo però dover indietreggiare subito dopo di fronte alla determinazione dei soldati nipponici.

Il 1º Battaglione, in ogni caso, fu in grado di avanzare di circa 270 metri verso la base della collina.

Nel primo pomeriggio la divisione perse circa un quarto delle sue riserve di munizioni quando un colpo d'artiglieria giapponese colpì un deposito vicino all'aeroporto n. 1, provocando un enorme boato senza tuttavia fare nessun ferito.

1-2 marzo

Sorprendentemente, quando il 21º Reggimento tornò in azione dopo una notte in vista dell'aeroporto n. 3, la resistenza giapponese fu debole e per le 12:00 del 1º marzo i primi marine stavano attraversando la pista principale.

Le truppe si arrestarono solo quando si imbatterono nelle colline fortificate 362-B e 362-C. Il 2 marzo la 3ª Divisione riuscì a coprire circa 450 metri di terreno privo di ripari fino alla base della collina 362-B, complice anche la copertura fornita dai carri armati, mentre il tentativo di prendere possesso della restate parte dell'aeroporto n. 3 venne vanificato dai soldati del tenente colonnello Nishi.

La collina 362-A nel settore della 5ª Divisione, invece, venne conquistata il 1º marzo dal 28º Reggimento inviato di rinforzo, reduce dalla conquista del Suribachi.

I giapponesi abbandonarono le posizioni ritirandosi attraverso un labirinto di gallerie verso le alture antistanti il villaggio di Nishi, raggiunto il giorno seguente dai Marine.

Proprio il 2 marzo perì il comandante del 2/28, tenente colonnello Chandler Johnson, probabilmente colpito da fuoco amico.

Dopo due settimane di combattimenti gli aeroporti cominciarono a essere operativi. Gli aerei da ricognizione OY-1 iniziarono le missioni il 1º marzo, quelli da trasporto atterrarono il 3 marzo, mentre il primo atterraggio di un B-29, in emergenza, avvenne il 4 marzo quando il Dinah Might del 9th Bomb Groupatterrò nell'aeroporto n. 1 per scarsità di carburante con i combattimenti in corso; il pilota contravvenì agli ordini e atterrò dal lato della pista ancora esposto all'artiglieria giapponese: subito preso di mira, caricò frettolosamente 7.600 litri di carburante e ripartì.

Oltre agli sporadici atterraggi dei B-29 in difficoltà, negli aeroporti n. 1 e 2 giunsero squadriglie di aerosiluranti Grumman TBF Avenger e due reparti di cacciabombardieri North American P-51 Mustang, il 15th Fighter Group su ottantadue unità che iniziò le missioni di supporto l'8 marzo e il 21st Fighter Group, schierato dal 22 marzo; atterrarono anche una dozzina diNorthrop P-61 Black Widow per garantire la difesa notturna.

Presero avvio inoltre le evacuazioni dei feriti per via aerea con grande sollievo dei congestionati ospedali da campo e sulle navi.

Entro l'11 marzo tutte le operazioni aeree sopra Iwo Jima erano operate da aerei basati a terra nei suoi campi d'aviazione.

Il disagio tra le truppe continuava invece a essere grande a causa del difficile terreno, dal quale si sprigionavano esalazioni solforose tossiche e temperature tali che una razione C sepolta sotto uno strato superficiale si cuoceva in quindici minuti.

Ciò rese inoltre impossibile rimanere nelle trincee individuali.

Frattanto, la mattina del 3 marzo, era stata infine presa la collina 382 con un violento attacco frontale.

A sinistra il 26º Reggimento era riuscito finalmente a conquistare la sommità della collina 362-B, passata di recente dalla zona d'operazioni della 3ª Divisione a quella della 5ª, mentre il 28º Reggimento aveva fatto ancora meglio prendendo possesso delle alture antistanti il villaggio di Nishi.

A quel giorno, gli Stati Uniti avevano subito circa 16 000 perdite totali, mentre a Kuribayashi rimanevano circa 7.000 soldati per difendere l'ultima parte di Iwo Jima.

Nonostante ciò, il 4 marzo il comandante giapponese comunicò a Tokyo di essere in grado di resistere, nella più pessimistica delle ipotesi, per altre tre settimane.

I Marine spesero il 5 marzo per riorganizzarsi e riposarsi in vista dell'attacco previsto per il giorno seguente; un cauto ottimismo convinse l'ammiraglio Spruance a lasciare la zona d'operazioni a bordo dell'Indianapolis per Guam, seguito dal 3º Reggimento della 3ª Divisione che mai aveva messo piede a Iwo Jima.

La catena di comando fu nuovamente cambiata il 9 marzo: il viceammiraglio Turner sciolse la Task Force 51 e passò il comando dell'operazione al comandante della Task Force 53, contrammiraglio Hill.

Il 6 marzo (D+15) fu ripresa l'offensiva su tutto il fronte per occupare la parte settentrionale di Iwo Jima: dopo uno dei più massicci tiri preliminari dell'intera battaglia effettuato da undici battaglioni di artiglieria dei Marine con pezzi da 105 e 155 mm e dai cannoni navali, la 3ª Divisione si lanciò all'attacco a ondate successive contro la linea di difesa nipponica arroccata sulle colline 362-C e 357.

La resistenza giapponese fu particolarmente feroce, nonostante le distruzioni inferte, sì che ogni ondata d'assalto lanciata dai reparti di tutte e tre le divisioni fu accolta da un intenso fuoco di armi automatiche e da gragnole di bombe di mortaio: alla fine del 6 marzo il 1/21 aveva completato l'avanzata più profonda della giornata, inferiore a 150 metri.

A sinistra, dove c'era la 5ª Divisione, nonostante il supporto di una corazzata con cannoni da 356 mm, di due incrociatori pesanti e dodici missioni aeree di appoggio ravvicinato, le difese giapponesi continuarono a tenere inchiodati i marine alle loro posizioni; l'unico risultato tangibile fu la continua diminuzione del fuoco dell'artiglieria pesante nipponica, registrata già da alcuni giorni.

Di nuovo le armi più efficaci si rivelarono essere i lanciafiamme M2, gli Sherman "Zippo" e anche le bombe al napalm sganciate dagli aerei, le quali inondavano di fuoco casematte, forti e caverne.

Il 7 marzo, visto l'enorme consumo di proiettili, venne ordinato alle batterie da 155 mm di aprire il fuoco solo contro bersagli chiaramente individuati e di mantenere una scorta di munizioni per le emergenze; ogni nave dovette limitare il tiro a cinquecento proiettili al giorno.

Un ennesimo attacco protrattosi per tutto il 7 marzo fece guadagnare alla 5ª Divisione un centinaio metri sul suo lato destro (1/26 e 2/27) e circa 460 metri sul lato sinistro (3/27 e 3/28). Mai la divisione era riuscita ad avanzare così tanto fino a quel momento.

Ancora una volta, dove non riuscirono i cannoni pesanti e gli aerei (nel corso della giornata la 5ª Divisione ebbe il supporto di centodiciannove aerei imbarcati che svolsero centoquarantasette missioni di appoggio ravvicinato), furono i cannoni da 37 mm puntati con accuratezza a distruggere le numerose postazioni di mitragliatrici giapponesi, ben mimetizzate e operanti in reciproco supporto, e i mortai che stando dal lato nascosto delle colline ne battevano sistematicamente la cresta e l'altro pendio sul quale avanzavano gli statunitensi.

Nel settore della 3ª Divisione la giornata venne caratterizzata da un cambio di strategia da parte del generale Erskine che chiese il permesso di anticipare l'assalto dalle 07:30 alle 05:00, cosa che colse di sorpresa i giapponesi; il 9º Reggimento si mosse furtivamente in avanti senza che nessun traffico radio permettesse di rilevare in anticipo le mosse e solo alle 06:00 iniziò a manifestarsi una difesa organizzata: alle 07:15 una breve preparazione di artiglieria permise di conquistare la collina 331 e attaccare la collina 362-C, il vero obiettivo che non era stato ben identificato al buio e che venne conquistata solo alle 14:00.

I reparti vennero contrastati anche ai fianchi da postazioni che avevano inavvertitamente superato, ma il 9º ed il 21º Reggimento furono in grado di espugnarle con pesanti perdite, arrivando in vista dell'ultima linea di resistenza giapponese e del mare.

L'8 marzo (D+17) per la prima volta l'ordine di operazioni statunitensi riportava l'obiettivo "... di catturare il resto dell'isola" e non di sfondare linee difensive.

L'attacco cominciò alle 07:50 nel settore del 2/27 ma la fanteria rimase inchiodata fino all'arrivo dei carri Sherman e comunque l'avanzata del mattino fu di soli 50 metri. In altri punti che non si prestavano all'impiego di carri armati, la batteria B del 15º Reggimento di artiglieria mise insieme una squadra, un obice da 75 mm e 200 proiettili per dare supporto ravvicinato: distrusse varie posizioni ma i progressi furono molto scarsi.

Nel settore del Regimental Combat Team 28l'avanzata fu maggiore, arrivando dai 100 agli oltre 150 metri, ma il fitto fuoco di risposta dell'artiglieria giapponese, dei mitragliamenti dai bunker e della fucileria dalle caverne ancora operativi impediva ai genieri di aprire varchi nei vasti campi minati.

Alla fine della giornata, Kuribayashi informò Tokio che

Nel tardo pomeriggio dell'8 vi fu un'intensa attività giapponese, manifestatasi con infiltrazioni diffuse che sfruttavano le pieghe del terreno, appoggiate dal fuoco di artiglieria e mortai. Il generale Senda e il capitano della marina Samaji Inouye, comandante della "Forza di guardia navale" che maneggiava i cannoni costieri di Iwo Jima, si misero in contatto con Kuribayashi che tuttavia giudicò la loro idea impraticabile e stupida; tuttavia, i due ufficiali nipponici decisero ugualmente di agire.

Alle 23:30 un contrattacco su larga scala nel settore del 23º Reggimento arrivò a tiro di bomba a mano dal posto di comando del 2º Battaglione, con i giapponesi che gridavano in inglese per confondere i marine; gli statunitensi impiegarono generose quantità di proiettili illuminanti sia dai mortai che dalle navi da guerra.

Al mattino vennero contati 800 cadaveri giapponesi, dei quali 650 nella zona dell'attacco principale, contro 90 morti e 257 feriti tra il 23° e il 24° RCT: elementi di almeno tre battaglioni (310º e 314º Battaglione di fanteria indipendente, 3º Battaglione del 145º Reggimento fanteria) più genieri e marinai vennero identificati tra gli attaccanti, diversi dei quali portavano con loro cariche da demolizione; da mappe e documenti catturati sui cadaveri risultavano obiettivi impossibili come un non meglio precisato "aeroporto", la spiaggia di sbarco e il monte Suribachi (gli statunitensi classificarono questo attacco come un tentativo di giocarsi il tutto per tutto, sperando di riunirsi con altre unità ancora operative ma tagliate fuori dall'avanzata dei marine).

Il 9 marzo, una pattuglia di sei uomini della 3ª Divisione oltrepassò l'ultima collina e raggiunse il mare intorno alle 18:00, buttandosi in acqua per "lavare via lo sporco giapponese" sotto gli occhi dei giapponesi che ancora presidiavano le postazioni occultate intorno alla zona; subito dopo riempirono una damigiana di acqua di mare e la inviarono al generale Erskine con la frase "Per approvazione, non per consumo".

Nel frattempo altre unità della 3ª seguirono la pattuglia stabilendo un corridoio largo 750 metri che separò in due la residua zona ancora occupata dai giapponesi.

Il 10 marzo il 25º Reggimento riuscì finalmente a espugnare il Turkey Knob e l'anfiteatro avanzando, senza raggiungerla, verso la costa; la distruzione del Meatgrinder era costata 6 591 uomini tra morti, feriti, dispersi e traumatizzati.

Alla fine della giornata i giapponesi risultavano confinati in tre aree: una era la cosiddetta "valle della morte" nella porzione nord-ovest di Iwo Jima, dove rimaneva Kuribayashi con il resto del suo stato maggiore; la seconda era un'area nella costa orientale racchiusa tra il villaggio di Higashi e il mare; la terza era ilCushman's Pocket, la "sacca di Cushman", una cresta a sud-ovest della collina 362-C dove dal 7 marzo il 1/9, 2/9 (comandato appunto dal tenente colonnello Robert E. Cushman, Jr.) e 3/21 si erano imbattuti nell'accanita resistenza dei resti del 26º Reggimento carri nipponico.

I giapponesi avevano fino ad allora rallentato l'avanzata statunitense con la fitta rete di tunnel che permetteva di concentrare le forze su un settore degli attaccanti, ripararsi quando interveniva l'artiglieria e ritornare in posizione quando il tiro cessava.

L'intera operazione aveva causato perdite significative agli attaccanti: la 4ª Divisione perse dal 25 febbraio al 10 marzo 4 075 uomini tra morti e feriti o crollati per la fatica, la 3ª Divisione ne contava 3 563 e la 5ª 4 292.

Le distanze nella sacca di Higashi erano così ridotte che gli statunitensi dovettero rinunciare dapprima al supporto aereo, poi a quello navale e di artiglieria per evitare episodi di fuoco amico, limitandosi, quando non ostacolati dal terreno impervio, ai semicingolati e ai carri Sherman con i loro cannoni da 75 mm. La Task Force 54 venne ritirata dal 7 al 12 marzo, mentre l'11 marzo erano partite le ultime portaerei.

Nella sacca di Punta Kitano i caccia P-51 del 15th Fighter Group dovettero sospendere i voli il 14 marzo, quando già da due giorni avevano smesso di sparare i cannoni da 203 mm degli incrociatori pesanti USS Salt Lake Citye USS Tuscaloosa; l'artiglieria dei marine con i cannoni da 105 e 155 mm interruppe i tiri il 16 e anche i cacciatorpediniere con i più precisi cannoni da 127 mm, dopo il 17 e fino al 24 marzo spararono solo proiettili illuminanti prima di essere ritirati.

I marine risentivano delle perdite e alcuni battaglioni erano ridotti dagli oltre ottocento uomini della forza originale a poco più di trecento, alcuni dei quali erano rimpiazzi inesperti.

Un prigioniero giapponese viene evacuato per ricevere cure mediche

La sacca di Higashi era difesa dai superstiti della 2ª Brigata mista del generale Senda, che non si arresero nonostante i messaggi diffusi con gli altoparlanti; dopo duri scontri iniziati nel primo pomeriggio dell'11 marzo, la 3ª e 4ª Divisione dichiararono la conquista della sacca alle 10:30 del 16 marzo: il corpo del generale Senda non venne mai ritrovato.

Anche la sacca di Cushman, con le sue postazioni difensive realizzate con le torrette dei carri, venne infine espugnata il 16 marzo, ma neppure il corpo del tenente colonnello Nishi fu rinvenuto.

Il 16 marzo, dopo vari giorni senza mostrare cedimento, nei pressi di Punta Kitano rimanevano solo cinquecento giapponesi che avrebbero prolungato la loro resistenza per altri nove giorni.

Il 26º e 28º Reggimento, appoggiati dal 5º Battaglione pionieri, procedettero a sopprimere l'ultima resistenza, che però era facilitata dalla natura molto accidentata del terreno, disseminato da varie postazioni annidate nella roccia che si coprivano reciprocamente, le quali spesso andavano distrutte con i tankdozer e i lanciafiamme: il 27º Reggimento, ritirato giorni prima dai combattimenti, fornì aiuto inviando un battaglione composito di 470 uomini.

Durante l'avanzata i marine si imbatterono in una struttura a forma di igloo costruita in calcestruzzo armato e supportata da altre postazioni vicine, che si dimostrò impenetrabile dai colpi da 75 mm dei carri e dalle cariche cave da demolizione da circa 20 kg; la struttura venne distrutta il 18 marzo, dopo che le postazioni vicine erano state neutralizzate da cinque cariche da demolizione per complessivi 4.000 kg di esplosivo.

Nuclei di truppe nipponiche continuarono a opporre resistenza nelle tortuose gole circostanti e la 5ª Divisione ricevette supporto da alcuni reparti della 3ª; il 20 marzo essi sferrarono un attacco uccidendo 200 giapponesi e facendo 13 prigionieri.

Il 20 o 21 marzo, mentre gli scontri a Punta Kitano si trascinavano, cominciò a sbarcare il 147º Reggimento fanteria dell'esercito, futura guarnigione dell'isola.

Alla sera del 24 marzo i giapponesi presidiavano solo una ristretta zona di circa 45x45 metri che la mattina dopo venne sopraffatta.

Particolarmente utile era stata per i giapponesi la polvere da sparo, infume e senza lampo, che usavano normalmente per le armi leggere, perché impediva di stabilire da dove provenisse il fuoco, tanto più se il tiratore era nascosto in grotta con un'angusta feritoia (anche soli 10°).

Nonostante i tentativi di guerra psicologica e propaganda fatti anche con i pochissimi prigionieri o con nisei (statunitensi di origine giapponese), i risultati furono deludenti e i superstiti rimasero nascosti in attesa di un'occasione utile per colpire.

Kuribayashi era stato promosso generale il 17, ma non è dato sapere se la comunicazione da Chichi-jima lo raggiunse mai; in ogni caso, un messaggio trasmesso il 21 da Iwo Jima recitava: "Non abbiamo mangiato né bevuto da cinque giorni.

Ma il nostro spirito combattivo vola ancora alto. Combatteremo valorosamente fino alla fine." L'ultimo messaggio venne trasmesso il 24: "A tutti gli ufficiali e soldati di Chichi Jima, addio."

Verso le 05:15 della notte tra il 25 e il 26 marzo, una forza di trecento giapponesi uscì dalla rete di tunnel a sud e sud-est dall'aeroporto n. 2, lo aggirò da ovest e penetrò silenziosamente in una zona tenuta da unità statunitensi non combattenti.

Gli scontri corpo a corpo si fecero subito violenti e piloti dell'esercito, Seabees del 5º Battaglione costruzioni e marine (richiamati dalla prima linea) combatterono fino al mattino, lasciando sul campo circa cento uomini e subendo duecento feriti.

I giapponesi ebbero 233 morti, inclusi quaranta ufficiali e sottufficiali anziani riconoscibili dalle katane.

Il destino di Kuribayashi è avvolto dal mistero: negli anni le varie fonti ne hanno ipotizzato la caduta nella valle della morte o il suicidio.

Suo figlio Taro scrisse in seguito che il padre sarebbe rimasto ucciso proprio nel contrattacco del 25-26 marzo e che il suo corpo venne immediatamente sepolto nel villaggio di Chidori, come da lui espressamente ordinato per evitare la vergogna di far cadere i suoi resti in mano statunitense.

L'operazione fu dichiarata "completata" alle 08:00 del 26 mentre l'isola era stata dichiarata "conquistata" già il 16 alle 18:00 o, stando a un'altra fonte, il 14, con una mossa propagandistica e ipocrita volta a placare i dubbi dell'opinione pubblica sulle continue notizie di lutti che arrivavano dall'isola.

La 4ª Divisione aveva già lasciato Iwo Jima il 19 marzo, mentre la 3ª e 5ª Divisione salparono a partire dal 27 dello stesso mese.

Nel periodo D+20 - D+36 le tre divisioni dei Marine soffrirono 3.885 perdite totali.

Dal 24 marzo le competenze dei Marine iniziarono a passare al 147º Reggimento che si occupò del rastrellamento finale: tra aprile e maggio totalizzò 867 giapponesi prigionieri e 1.602 uccisi.

Dei 20.500/21 000 giapponesi di stanza sull'isola, ne perirono dai 17.845 ai 18.375 e ne furono catturati 1.083, considerando i 216 presi durante la battaglia e gli 867 rastrellati dall'esercito dopo la fine delle operazioni.

A seconda delle fonti, il Corpo dei Marine soffrì dalle 23.000 alle 26.000 perdite (25.851 per la precisione), di cui 5.885, 5.931 o 6.821 morti.

La marina ebbe circa 620/900 morti e 1.945 feriti.

Le perdite dell'esercito furono di gran lunga minori: 9 morti e 28 feriti.

Dei feriti, meno del 9% poté ritornare al fronte prima della fine della guerra.

Iwo Jima fu l'unico episodio della campagna di riconquista del Pacifico in cui gli Stati Uniti soffrirono più perdite del Giappone.

Le alte perdite subite dal V Corpo anfibio comportarono la cancellazione, in aprile, della progettata operazione da attuarsi dopo la caduta di Okinawa, la presa dell'isola diMiyakojima.

Furono ventisette i militari statunitensi insigniti della Medal of Honor, la più alta decorazione concessa dal governo statunitense: ventidue ai marine (più del 25% del totale delle Medal of Honor concesse ai marine nel corso dell'intera guerra) e cinque ad appartenenti alla marina.

Oltre alla portaerei di scorta USS Bismarck Sea affondata dai giapponesi, l'imperizia dei molti equipaggi scarsamente addestrati causò danni a trentasei navi o grossi mezzi da sbarco per collisioni o contatti mentre erano affiancati tra il 16 febbraio e il 6 marzo 1945; altre undici imbarcazioni subirono danni a causa delle cattive condizioni meteorologiche.

Rimane controversa l'utilità della conquista dell'isola.

Gli Stati Uniti giustificarono l'importanza strategica di Iwo Jima perché base idonea al rifornimento dei bombardieri in rotta o di ritorno dal Giappone: il generale Smith sottolineò che già durante la battaglia quaranta velivoli erano atterrati in emergenza sulle piste e che in seguito, fino alla fine della guerra, altri 1.449 B-29 (15.939 uomini) atterrarono a Iwo Jima.

Puntualizzò, inoltre, che il possesso della base significò altri 2.500 chili di peso utilizzabile per i bombardieri in ordigni, carburante e un forte aumento dei fattori di sicurezza. Secondo altre fonti, i B-29 atterrati durante e dopo la battaglia sarebbero stati addirittura 2 251.

Anche lo storico francese Bernard Millot afferma che l'occupazione di Iwo Jima rivestì grande importanza sia per le future operazioni contro l'isola di Okinawa, sia per gli stormi di bombardieri diretti sulle città nipponiche, ai quali si aggregava una scorta di caccia che contribuì a contenere le perdite dovute alla difesa giapponese.

Per diverse ragioni tecniche, secondo un giornalista, tali scorte si rivelarono superflue o impraticabili e solo dieci missioni furono compiute effettivamente partendo dall'isola.

Il bilancio delle perdite statunitensi a Iwo Jima, assieme a quello ancora più gravoso della battaglia di Okinawa, fu tenuto in conto nelle proiezioni relative all'invasione del Giappone: dal 1º gennaio 1945 al 31 luglio si erano avute 12.750 morti al mese e le perdite ipotizzate furono tali che il presidente Harry Truman (subentrato il 12 aprile 1945 al defunto Roosevelt) valutò tra le opzioni di attacco al Giappone l'uso della bomba atomica, con l'obiettivo di diminuire le probabili vittime statunitensi.

La decisione avrebbe suscitato nel futuro un forte dibattito storiografico.

Leggi anche: La battaglia di Iwo Jima - Prima parte - La battaglia di Iwo Jima - Seconda parte - La battaglia di Iwo Jima - Terza parte

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